Digital Magics punta alla borsa

Digital Magics è una compagnia di investimenti che opera dal 2008 nel settore delle star up: è un incubatore che fornisce capitali e supporto materiale a chi ha un’idea innovativa. Fino a questo momento ha investito più di 10 milioni di euro di capitali e ha contribuito alla nascita di 30 imprese innovative, affermandosi come uno dei player fondamentali del mercato dell’innovazione in Italia.
Adesso Digital Magics punta alla quotazione sull’AIM, il mercato alternativo della Borsa italiana, dove sbarcherà nel 2013 con la promessa di raddoppiare il suo giro di affari nei prossimi 3 anni. Una promessa che sicuramente il CEO di Digital Magics, Enrico Gasperini, fa al mercato in base a dati e previsioni accuratamente analizzate.

Dopo tutto le start up, in questo momento, sono diventate una vera e propria moda: per anni chi lavorava nell’innovazione in Italia ha dovuto lavorare nel silenzio, poi tutto di un tratto fare una start up è diventato di moda e si finisce sui giornali anche per idee, tutto sommato, un po’ strampalate. Digital Magics è senz’altro un’azienda seria, che va in borsa per chiedere al mercato capitali da investire in idee serie, come possiamo dedurre dai progetti che sono stati sviluppati fino a questo momento.

Però voglio approfittare, diciamo così, della notizia per fare alcune considerazioni sul momento di gloria che le start up, diciamo così, stanno godendo in Italia. E parto da quello che mi disse un esperto di web qualche tempo fa: in questo momento più che fare una start up punterei a guadagnare con le start up.

Ed è quello che in Italia si sta facendo, in senso lato: i giornali hanno capito che l’argomento tira e che magari promettendo improbabili ere digitali di benessere e abbondanza per tutti, possono distogliere gli occhi degli italiani dai problemi economici e soprattutto dalle soluzioni serie, che non possono mai essere formulate con promesse messianiche.

E poi c’è la politica che sta rapidamente saltando sul carro del vincitore: ricordo molto bene quando, per caso, mi ritrovai ad ascoltare durante il PNI di Bari (un contest tra 64 start up italiane selezionate in diversi settori) l’intervento di una donna che, il mio accompagnatore, mi assicurò essere un membro della locale maggioranza politica. Ebbene, rimasi sconcertato dal fatto che questa persona non sapeva nemmeno di cosa stava parlando e non aveva avuto nemmeno il buon gusto di farsi scrivere qualcosa da qualcuno che ne capisse. Per la politica le start up servono a far balenare agli occhi dei giovani la possibilità di fare soldi rapidamente, solo che nel frattempo devono accontentarsi del lavoro precario che hanno.

Vincenzo Colonna

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