Draghi, il problema dell’overbanking e la bassa redditività delle banche europee

Mario Draghi

Ha risposto all’appello Mario Draghi, dopo le recenti critiche mosse alla Banca centrale europea dall’intero settore bancario, secondo cui i bassi tassi di interesse e soprattutto i tassi negativi applicati ai depositi delle banche starebbero ulteriormente comprimendo i margini di profitto degli istituti di credito, e quindi anche la redditività.

Accuse fortemente respinte dal presidente Bce Draghi, che alla conferenza sul monitoraggio dei rischi sistemici organizzata dall’European Systemic Risk Board, ha ribadito la sua teoria secondo cui la bassa redditività non sarebbe dovuta tanto ai bassi tassi d’interesse, quanto alla presenza di troppe banche all’interno dell’eurozona.

Draghi ha poi ricordato che i tassi sono in calo per diversi motivi da oltre vent’anni, e se da un lato la politica monetaria accomodante può aver contribuito a questo trend, dall’altro secondo Francoforte la compressione dei margini di interesse sarebbe più che compensata nei bilanci dai guadagni di capitale sul portafoglio di titoli a reddito fisso, dall’aumento dei prestiti e dal calo delle possibili perdite sui crediti. Piuttosto secondo l’economista italiano la redditività delle banche del Vecchio Continente sarebbe appunto molto più influenzata dall’eccessivo numero di istituti presenti nell’Eurozona.

Un fattore che peraltro aumenta l’intensità della concorrenza in tutto il comparto, e data la presenza di numerosi istituti poco efficienti contribuisce anche a far lievitare i costi, che rimangono infatti alti. Ha quindi ragione Draghi quando dice che facilmente nel prossimo futuro molte banche dovranno ripensare al loro modello di business, così come anche molte altre istituzioni finanziarie che reclamano bassi tassi d’interesse, come per esempio le compagnie di assicurazione. Un altro problema sottolineato da Draghi è anche l’eccessiva dipendenza dalle banche dell’Europa: le imprese necessitano infatti di un’ampia gamma di fonti di finanziamento, un assioma valido in generale ma in particolare per un mercato dei capitali sviluppato come quello appunto europeo.

Del resto pur con il potente deleveraging, ovvero la riduzione degli attivi messa in atto dal settore negli anni post-crisi Lehman, il settore bancario europeo continua a vantare attivi di bilancio ben oltre il doppio del Pil del Vecchio Continente. Cifre quindi enormi, ma che da sole non bastano più ad assicurare soddisfacenti margini di guadagno. Come sottolineato dal presidente della Bce comunque è proprio il modello di business a non essere più efficiente: ancora rimangono come tracce di un vicino ma in realtà lontano passato filiali, sportelli e sedi che con il sempre più imponente avvento della tecnologia e dell’home banking si stanno trasformando in strutture inutili e obsolete, e che peraltro mantengono i loro pesanti ma altrettanto inutili costi fissi.

Rimane comunque un dato di fatto che l’industria bancaria del Vecchio Continente viaggia su margini di profitto realmente bassi
: gli utili sono sempre più stringati, e per renderesene conto basta osservare il dato medio della redditività sul capitale europeo, che secondo gli ultimi rilievi si attesta al 4,1% per gli istituti di credito europei, un dato misero e sconfortante se paragonato al 10% espresso dalle banche statunitensi. Per tornare a simili percentuali, l’Europa deve tornare indietro a prima del 2008, ai livelli pre-crisi finanziaria. Da allora si è invece assistito a un rapido e costante declino della profittabilità: solo nel 2015 in Europa i costi legati a multe per contenziosi legali, svalutazioni di titoli, avviamenti e a oneri di ristrutturazioni sono ammontati a ben 36,8 miliardi, una cifra record e doppia rispetto al dato del 2014.

E a colpire la profittabilità da qualche tempo c’è anche la caduta dei ricavi, indotta soprattutto da margini di interesse sempre più compressi dato il livello dei tassi vicino allo zero. Basti pensare che solo nel primo trimestre del 2016 i ricavi aggregati del settore in Europa sono scesi del 9,8% sul primo trimestre del 2015, mentre i profitti hanno subito un calo medio del 27%. Tra i grandi nomi, il solo Credit Suisse ha visto i suoi ricavi scendere del 30%, Ubs del 22% così come anche Deutsche Bank e Commerzbank. Il colosso inglese Rbs, che non si mai più ripreso dalla crisi Lehman avendo cumulato da allora oltre 40 miliardi di sterline di perdite, ha visto limare in 12 mesi i suoi ricavi del 13%, e Barclays di quasi il 9%. E quando non si remunera nemmeno il costo del capitale, non c’è da stupirsi che il mercato si tenga lontano dalle banche.

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