FIAT: cronaca di una delocalizzazione annunciata

Un tribunale costringe FIAT ad assumere 145 operai semplicemente perché sono iscritti ad un particolare sindacato, molto influente. Tra i vertici FIAT si fa sempre più strada l’idea di ridurre in modo significativo la produzione in Italia, tenendo anche conto dell’elevatissimo peso fiscale e contributivo.

Quando si valuta la competitività di un paese e di un sistema industriale, si tengono in considerazione numerosi elementi. Il peso fiscale e contributivo è uno dei primissimi, ma non l’unico. E’ infatti necessario anche considerare la certezza del diritto, la velocità della giustizia, la disponibilità di materie prime a buon mercato, la libertà di impresa, la produttività del lavoro dipendente.

fiat fiom

Se dovessimo analizzare, punto per punto, la situazione italiana rimarremmo sconcertati. Il peso fiscale è uno dei più elevati al mondo, le materie prime sono costose e poco disponibili, il lavoro dipendente è poco produttivo (sono proverbiali le assenze di massa, giustificate da malattia, nei giorni in cui gioca la nazionale di calcio, per esempio), la giustizia è lentissima e molto arbitraria e la libertà di impresa è nulla.

In queste condizioni sorprende che abbiamo ancora un sistema industriale in vita e che ci siano ancora imprenditori che riescano a mandare avanti le loro imprese. Il fatto è che la forza dell’Italia sta nel tessuto di imprenditori che si sforzano di mantenere in Italia le proprie imprese, a costo di ridurre sensibilmente i propri profitti e venendo poi magari accusati costantemente di evasione fiscale.

Il caso FIAT è davvero emblematico: non solo l’azienda è costretta ad operare in condizioni davvero difficili dal punto di vista economico, ma un tribunale le ha appena ordinato di assumere, con effetto immediato, 145 iscritti ad un sindacato semplicemente perché l’attuale organico di una fabbrica non contempla alcun iscritto a questo sindacato.

Un vulnus senza precedenti, almeno nell’Occidente, alla libertà di impresa che avrà effetti pesanti sull’immagine che l’Italia ha all’estero. Non di solo spread, infatti, è costituita la valutazione che i mercati internazionali danno di un paese ma di un’infinità di fattori, tutti ugualmente importanti.

E, a questo punto, le voci che riportano la chiusura definitiva di uno o più stabilimento FIAT in Italia si fanno sempre più insistenti. Marchionne ormai non ha più alcun interesse a produrre in Italia, paese che produce solo perdite per l’azienda torinese e che, in più, sta infliggendo all’azienda un trattamento umiliante.

La delocalizzazione di FIAT avrà effetti devastanti sul tessuto economico del nostro paese: non solo ci saranno decine di migliaia di disoccupati in più, ma numerose aziende che lavorano come sub-fornitori di FIAT saranno costrette a loro volta a chiudere.

Il paese perderà un immenso tesoro di competenze, know how ed esperienze accumuate in più di un secolo di produzione di automobili.

Grazie, FIOM.

Fabio Craca

2 Responses to FIAT: cronaca di una delocalizzazione annunciata

  1. Viva Vendola scrive:

    FIAT andrebbe espropriata e costretta con la forza a lavorare in Italia, altro che delocalizzazione. Questa gente deve essere punita in modo durissimo. I ricchi devono pagare.

  2. Conte Zio scrive:

    Una situazione che costringerà Marchionne a trasferire la sede di FIAT a Detroit, non c’è altra via d’uscita.

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