Le voci sull’accordo Russia-Opec sul taglio della produzione spinge su il petrolio, ma restano i dubbi

Accordo Russia Opec

Arrivano le prime conferme da parte delle autorità russe sulle voci dei giorni scorsi che ipotizzavano un accordo tra il Cremlino e i paesi Opec su un taglio della produzione del petrolio per frenare la caduta verticale del prezzo del greggio.
A dare sostanza all’indiscrezioni è lo stesso ministro dell’Energia russo, Alexander Novak.

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Benché non ci siano stati ancora passi formali in tal senso, le reazioni sul mercato non si sono fatte attendere. Il prezzo del petrolio è scattato fino a 36 dollari al barile; un livello ancora molto basso in termini assoluti ma che assume significati importanti, tenuto conto delle previsioni di molti analisti che ipotizzano una crisi di sovrapproduzione che potrebbe portare l’oro nero addirittura a 20 dollari al barile.

L’accordo di cui si ipotizza porterebbe a una riduzione concordata della produzione del 5%. una tale ipotesi sarebbe molto importante per molti motivi. In primis, sarebbe una prova concreta della presa di coscienza da parte dei paesi produttori dei rischi globali connessi alla pericolosa strategia di eccesso di offerta.
Una soluzione come quella di una riduzione concordata, poi, produrrebbe un andamento del prezzo del petrolio meno imprevedibile, con un relativo effetto benefico sui mercati.
Rispetto a precedenti proposte di riduzione della produzione, Mosca ha sempre rifiutato, avanzando difficoltà tecniche. In particolare, Mosca ha sostenuto l’impossibilità di aprire e chiudere i propri pozzi, a causa della loro ubicazione in zone impervie del paese come la Siberia.

I DUBBI Sebbene le conferme sulle ipotesi di un accordo arrivino da un esponente molto importante come il ministro dell’Economia, dai vertici del Cremlino fanno sapere che tale circostanza è ancora in una fase di studio e che la definizione dell’accordo è tutt’altro che certa.
Quest’incertezza ha avuto le sue ripercussioni in Borsa, causando una leggera flessione della quotazione del greggio. Oggi il Brent è scambiato a 35,56 dollari al barile, mentre il Wti si ferma a 33,90 dollari.

I PRECEDENTI E LA STRATEGIA SAUDITA Ad incrementare i dubbi su una conclusione positiva degli accordi è un precedente relativamente vicino. Nel 2014, infatti, la possibilità di una riduzione della produzione era sul tavolo delle trattative dei paesi produttori. Allora il petrolio era scambiato a 80 dollari al barile, un livello più che doppio rispetto al prezzo attuale, e i timori erano legati agli effetti che avrebbe causato una progressiva riduzione della domanda e un contestuale aumento dell’offerta. Nonostante i timori fossero alti e i rischi abbastanza chiari, le trattative fallirono per la strategia saudita che intendeva danneggiare i competitor russi e, in particolare modo, quelli americani attraverso una guerra dei prezzi.
Una strategia molto simile a quella messa in atto in questo periodo. A differenza di allora, tra i principali “nemici” da combattere c’è questa volta l’Iran. La cancellazione delle sanzioni e l’avvicinamento diplomatico tra Washington e Teheran spaventano Teheran.
L’esito delle trattative sull’accordo di riduzione della produzione spiegherà quanto i paesi produttori sono realmente consapevoli dei rischi che correrebbe l’economia mondiale se il petrolio arrivasse realmente a una quotazione vicina ai 2o dollari al barile.

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