Petrolio: il 2015 è stato l’anno nero dei produttori

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Se all’inizio del 2015 gli analisti erano rimasti sconcertati dal ribasso del prezzo del petrolio, nel corso dell’anno che si è appena concluso hanno dovuto farsene una ragione, visto che il petrolio si è assestato nel corso del 2015 a cifre mai viste prima, chiudendo nel penultimo giorno del 2015 con il Brent a 36,54 , ovvero a -1.26 dollari. Si è trattato di una cifra vicina ai minimi da 11 anni e che ha visto il Wti in calo durante gli scambi del 3%, assestandosi a 36,67 dollari .

A conti fatti, si è trattato di un anno terribile per i produttori di petrolio e la colpa, a detta degli esperti, va ricercata nell’eccesso di produzione che sta interessando il mondo intero e che ha letteralmente schiacciato ogni quotazione dell’oro nero al barile. Dal cedimento del 45% nel 2014 fino all’ulteriore calo del 30% registrato nel 2015, non c’è stato scampo per il prezzo del greggio, perché la realtà è univoca e anche piuttosto facile da comprendere, ovvero c’è in circolo più petrolio di quanto realmente ne serve al mondo intero.

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Secondo il parere degli esperti in materia, il crollo non è stato inaspettato, perché chi di economia e di mercati se ne intende, aveva già profetizzato che il calo avrebbe avuto luogo. Il crollo si è inoltre legato all’importante crescita della produzione americana di shale oil, ma anche alla politica che è stata condotta con forza e convinzione dall’Opec.

Chi ama l’economia ricorderà il vertice storico avvenuto nel mese di novembre del 2014, quando l’Arabia Saudita confermò che non avrebbe mai cambiato la sua linea di mantenere la produzione invariata anziché di tagliarla per dare sostegno ai prezzi. La decisione è stata ribadita anche nel corso del 2015 a Vienna e la ragione ufficiale può essere letta nella volontà di mantenere la quota di mercato. Ufficiosamente, le ragioni potrebbero però essere altre, e legarsi ad una dichiarazione di guerra non formale all’industria americana dello Shale oil, la quale si basa su un’estrazione non convenzionale che si rivela più costosa, nonché richiede un prezzo del barile tra i 45 e i 55 dollari di media. Fra gli altri motivi potrebbe inoltre esserci la volontà di mettere in difficoltà uno dei rivali storici di sempre, l’Iran, la quale avrebbe giocato molto sulla decisione dell’Arabia Saudita di mantenere questa linea.

E le previsioni per il 2016? Gli esperti sono concordi nell’affermare che un repeat delle condizioni registrate nel corso del 2015 è da scongiurare, in quanto si è trattato di un anno profondamente irrequieto per quanto riguarda la produzione e la stima del greggio a livello mondiale. Nove sono state infatti le aziende che hanno fatto richiesta di bancarotta alla Federal Reserve operanti nel settore dello shale oil, e questo fatto può rivelarsi sintomatico che a rimetterci non sono stati solo i paesi arabi, ma anche una bella fetta dell’economia americana. Si tratta quindi di elementi che meritano di essere considerati e approfonditi, perché se le cose andranno avanti così, altre aziende potrebbero rimetterci la testa nella gara alla stima dell’oro nero.

One Response to Petrolio: il 2015 è stato l’anno nero dei produttori

  1. Conte Zio scrive:

    Almeno i consumatori mondiali ringraziano. Tutti tranne gli italiani: in questo caso lo Stato ha pensato bene di appropriarsi del vantaggio con le tasse. Ma sappiamo che i parassiti da mantenere sono tanti e i parassiti votano.

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