Tra tori ed orsi, esiste più un bene rifugio?

merkel

Ai tempi degli antichi, si utilizzava dire: “Entra in borsa e sei spacciato” ma il nocciolo dell’oggi non è tanto l’individuazione di un altro eterno capro espiatorio (è colpa della Merkel, sempre gli Stati Uniti al centro, sono gli italiani e l’eterna instabilità politica…no, i sovietici), quanto l’incredibile stato di fatto che ci unisce-disunisce: non siamo in grado di cooperare e creiamo nuove dimensioni di valore che richiedono la “distruzione competitiva”. Tutto a base di caos, entropia ed andirivieni di vedute. Ed a quanto sembra la nuova dimensione di finanza ci sta avvicinando ad una nuova cognizione del valore “creativo”, creando un nesso ineludibile tra Economia e finanza, come i primi economisti politici non si immaginavano ancora di raggiungere. Non è più la borsa di ieri, oggi tutti sanno un po’ di trading, di borsa e non si può fare a meno di non cercare di guadagnare qualcosa, arbitrando sulle differenze di valore, creato dalla domanda e dall’offerta, dal sentiment….  E non che questo sia male, anzi! Forse stiamo andando nel verso giusto, ma manca ancora qualcosa: la cooperazione, con o senza istituzioni, a partire dal mercato (istituzione).

Ma allora, fermo restando che questo nuovo mondo del valore possa creare “ricchezza”, che cosa è un bene rifugio e che cosa non sarà più tale? Le regole e la disciplina sono necessari? Dobbiamo sempre cercare la creazione-distruzione di valore da un gioco “competitivo” o dobbiamo ritornare alle dure leggi della cooperazione sociale, dove anche lo Stato aveva più senso? Il nuovo protagonista è il mercato? Che gioco ha la politica economica, in tutto questo? Sono nuovi “nazionalismi”, per così dire, in cui ognuno rivendica i propri interessi? Una serie di domande che non certo possono trovare un’unica risposta. E quindi, questo vuole solo essere uno spunto di attualità, riflettendo su quello che ci sta accadendo intorno.

Creazione-distruzione di valore: Il mercato e la competizione

Solitamente, il valore “volgare” ci ha fatto sempre credere che moneta forte volesse dire stato forte, spread bassi siano cosa buona e saggia per ogni singolo Stato che voglia onorare il debito…o almeno è quello che verrebbe indotto a pensare un osservatore esterno come in una partita di calcio. La Germania va forte ! Hai visto che trovata geniale quella dei mini-job? No, sono gli Usa che tengono il tiro…il dollaro è ai massimi da non so quanto tempo…Sì, ma l’Euro ancora di più e sempre.

Ma siamo proprio finiti in una fossa di “leoni”? Quali sono allora le alternative? Spesso, quando ci si sofferma su quello che è in atto in Italia, dal punto di vista delle politiche fiscali e del lavoro, nella vaga percezione che si stiano creando molte differenze, e nell’intenzione di crearle, ci viene sempre fatto notare che il potere primario proviene sempre dallo Stato (la Regione non è diventata un mini-stato, almeno non ancora; la Tasi non l’ha inventata il comune come alcuni credono; il potere impositivo fondante è sempre dello Stato con i dovuti limiti di competenza per le autonomie). Ma l’Italia non è che il “fanalino” di coda di un meccanismo di interdipendenza, ormai troppo forte per i singoli Stati. Come a voler dire: i singoli e carismatici leader contano ormai a poco o a nulla e stiamo creando tanto fumo su manovre che non saranno mai tanto incisive quanto dovrebbero, o almeno per quello che ci sarebbe concesso.

Perché ci chiediamo se esista più un bene rifugio? Perché tutta l’aspra contesa è sempre sospesa lì, nei tristi meandri dell’economia. E come anche dicevano gli antichi: “Tra i due litiganti, il terzo gode!”. Ma apriamo il sipario e facciamo le parti, dal nostro punto di vista. Chi sono questi tre energumeni?

La contesa è di natura economica (prius), e solo dopo “ideologica”, e chiariremo come.

Cosa sono le “aree valutarie ottimali”? Qualche nesso con gli Usa e l’Europa?

Il primo dissenziente. Il blocco, come sempre lo chiamiamo, a “stelle e strisce” che “di stelle” ne vorrebbe far vedere a molti. Sì, sono sempre loro, gli Usa e quello che si percepisce dall’impronta di policy. Se vi diremo un nome, sicuramente tutti saprete di chi stiamo parlando: “Paul Krugman”, l’illustre economista, nonché premio nobel. Quando si concentrò sulla tesi dell’area valutaria ottimale ha come posto un enigma, per lui già risolvibile: “Come si può avere impatto sulla ripresa economica, se non attraverso una svalutazione competitiva della moneta?”. Tutti hanno pensato che fosse un errore quello di convertire direttamente tutto in Euro in termini della valuta domestica, e senza che si fosse proceduto a riaggiustamenti reali (ad es. 1200.000 lire sono state portare direttamente a 600 euro, con i prezzi che sono saliti nella psicologia dell’euro e il potere d’acquisto che si è più che dimezzato, in termini reali, al di là dell’equivalente nominale) ma è stato tutto fatto intenzionalmente per applicare, in modo tacito, la riduzione dei salari ed una pressante svalutazione interna, per poi mettere in cantiere le riforme sulla “flessibilità” (che non le inventerà Renzi né nessun altro che lo seguirà). Tutti hanno detto: “Ma con l’euro siamo ritornati al gold standard, o cosa?” Ed in effetti non ci sono andati molto lontani perché il prius lo si assegna alle politiche interne (impegnando i singoli stati a realizzare un piano di riforme che sia compatibile con le linee di condotta dell’Unione) e non alla moneta che, una volta consolidata la crescita (sviluppo e convergenza), dovrebbe diventare neutrale. Quindi, come non può essere un progetto “politico” quello dell’Europa? E’ lo scontro tra due visioni dell’economia, in un equilibrio di poteri, difficilmente districabile. Verrebbe, però, da rispondere al grande Paul Krugman che ogni Stato ha i suoi “privilegi” innati che lo hanno reso “padrone”, in una visione che è così poco imperialista. E le relazioni commerciali, il grado di dipendenza di un paese dal resto del mondo (non ci dimentichiamo che l’Europa ha un elevato peso dell’import per alcune risorse-prime) fanno da pericoloso contrappeso alla libertà di manovrare il cambio, come più ci pare. E’ vero che siamo passati attraverso la deflazione dei salari e dei prezzi, ma neanche si può affermare che la sola svalutazione competitiva della moneta basti a rendere una federazione di Stati, centrale rispetto ad un’altra.

Stiamo assistendo, intanto, ad una continua corsa degli Usa nella produzione di greggio, al punto che l’area saudita che come sappiamo si sostiene principalmente sul petrolio, ammonisce gli Usa: “Non saremo noi a chiudere i rubinetti del petrolio, ed anzi i prezzi scenderanno…e di molto sino a che saranno gli Usa a fare da paciere al mercato, e saranno costretti. Smetteranno di produrre, eccome se smetteranno!”. Sembra di giocare ai soldatini, ma è proprio così. Il mondo economico e delle relazioni internazionali è veramente divertente, un po’ meno quando si coinvolgono i destini di milioni di persone. E le quotazioni del greggio continuano a scendere ma ciò nulla incide sull’abbassamento del combustibile per il trasporto, dato che qui vi sono varie “pressioni” al rialzo dei prezzi (tra accise e rendite varie).

Ed il terzo gode…il mercato...una sfilza di “orsi” all’opera per cercare di ricavare, per lo meno qualcosa, stimando nuove linee di supporto dinamiche, dato che molto probabilmente, e tale “soffiata” ci ritorna utile, le quotazioni del petrolio continueranno a scendere. Determinati asset, ormai, non possono più essere posti in un’ottica “conservativa” di investimento (conservazione di valore di portafoglio) ma distruttrice-creatrice che i traders hanno appreso ad interpretare a dovere, entrando ed uscendo dal mercato quando e più serve. Questa sarebbe “speculazione? No, è semplicemente nuovo valore, tramontato il periodo dei vecchi bond che si tenevano lì, belli cari, sino alla scadenza.

La Merkel, fa tanto paura?

Il secondo dissenziente. La Merkel. Ormai è diventata la protagonista di tutti i dibattiti sulla politica economica. Ed è pesantemente attaccata. L’ultima proviene dall’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer che lancia una frecciatina, molto gradita alla Germania: “Sì, non dimentichiamoci di tutto il debito che le fu condonato, all’uscita dalla guerra..così poco generosa lei. Se tutti si fossero comportati come i sovietici che pretesero fino all’ultimo centesimo, vorrei ben vedere”. Ma il tono accusatorio finirà in sordina perché si tratta di “debiti di guerra”, in circostanze eccezionali. Nulla di personale contro la politica Merkel.

Il modello europeo non è incentrato sulla cooperazione, come l’intero mondo non lo è, separandosi in tanti blocchi.

E’ palese che con tali preferenze di politica economica si sia creato un differenziale competitivo che bisognerebbe riuscire a sanare, ognuno per fatti suoi.

Quindi, le differenze del costo del lavoro e della produttività, insieme ai vantaggi competitivi (export del paese predominante, politiche strutturali sostenenti lo sviluppo e quella crescita sostenibile di cui tanto si parla) dovrebbero essere man mano assorbite anche se i paesi deficitari hanno più difficoltà rispetto ai paesi più virtuosi, sul fronte del debito. Questa non è la politica del debito, è la politica del mercato (laissez faire in senso finalistico ed interventismo transitorio, almeno in senso idealistico).

Certamente, non sarà l’Europa dei Keynesiani. E così l’Europa continua, nello squilibrio dei conti esteri, ad essere divisa in due blocchi: i creditori ed i debitori, come il gergo europeo vuole e non intende ragioni.

Profetica la recente dichiarazione ufficiale del ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel: “La Germania non abbandonerà l’obiettivo del pareggio di bilancio, dato che a nulla servirà per risollevare le sorti dell’Europa un debito più alto”. Insomma, lacrime e sangue per ancora altro tempo. Aspettiamoci altri ritocchi al costo del denaro e tentativi di lubrificare il sistema finanziario imponendo una politica che non rispecchia le nostre abitudini di istituire e fare l’economia (l’ultima, quella del tasso negativo sui depositi delle bn verso la bce). Non aspettiamoci che si crei un mercato autonomo, senza che si attenda sempre l’ancora di salvataggio centrale. E poco c’entrano le regole.

Si nota il super-dollaro, ma neanche si fa più caso all’Euro che tanto rimarrà sempre lì, a controbilanciare la forza del biglietto verde. E questo è una forte dinamica intra-day per il trading (l’orizzonte di investimento può riguardare anche pochi secondi, siano solo 30), restando la coppia Eur/Usd, tra le più transate nel mercato del forex e delle opzioni binarie. Il terzo gode…il mercato.

L’oro non sarà più un bene rifugio? Il terzo gode. E’ il mercato.

Il mercato ha “snaturato” l’oro soprattutto da quando è anche riserva di valuta istituzionale (o ancora meglio, collaterale di garanzia).

E’ contro-intuitivo, per come si è abituati a concepire l’oro, vedere un continuo saliscendi dei prezzi. Chi analizza le quotazioni in borsa si sofferma sull’equilibrio dei contendenti (il nuovo linguaggio della lotta e del contrasto dei poteri), la domanda e l’offerta. Chi prevarrà? Quindi, l’analisi tecnica viene in soccorso dandoci nuovi segnali per interpretare il mercato. Chi non ama le candele giapponesi?

Tra tori ed orsi che difendono i loro campi di battaglia, alla stessa stregua dei petrolieri sauditi (non c’è alcuna differenza), si comincia a dire: “L’oro salirà?” No, è più probabile che le quotazioni, invece, scenderanno nuovamente ai minimi storici. Per quale motivo? E’ quotato in dollari ed il biglietto verde, anche se svalutato relativamente rispetto all’euro, non ha mai smesso di essere “forte”.

La Fed, falco o colomba? Sgomento tra gli investitori, questo è il mese in cui non vi sarà più quantitative easing ed inizierà la politica restrittiva monetaria degli Usa (tapering). Niente più monetizzazione dei deficit degli altri paesi con l’emissione di nuovi bond (creditori Vs debitori e relazioni internazionali, i duri conti esteri).

Quindi, ergo, dovremmo concludere che l’oro non è più un bene rifugio? Non serve più contro l’inflazione, la perdita di potere d’acquisto della moneta?

Non esattamente. Ricordiamo sempre che il mercato lo facciamo noi e l’abbiamo creato noi, anche se si è sempre convinti che il mercato sia un’istituzione naturale.

Qui, le due dimensioni del valore si sono sovrapposte e si fa fatica a ricordarsi cosa abbia veramente valore. Chi vuole stare sicuro, adesso, compra autentiche sterline d’oro, tanto è certo che la sterlina britannica rimarrà forte.

L’oro è sempre un bene rifugio sin quando il valore avrà una dimensione volontaristica dei rapporti sociali, da ricercare in quella crisi di valori e di identità che ci sta allontanando, gli uni dagli altri.

Chi vuole investire in oro fisico e conservarlo, con i relativi costi, senza farlo diventare preda del mercato ha sempre un bene-rifugio, ma deve avere la consapevolezza che il mercato potrebbe non premiare i suoi sacrifici, se un domani volesse liquidarlo per ripristinare lo stock di capitale, depauperato nel tempo, ed in senso reale (tot unità monetarie valgono di meno sul mercato, per l’aumento dei prezzi) e per i costi di routine di ogni giorno. Dura vita per i rentiers. Ora la dice lunga chi riesce a creare un equilibrio di flussi, in entrata ed in uscita. E’ esattamente quello che cerca di fare un buon trader quando, con una performance media ottimale, cerca di bilanciare tra trade vincenti e trade perdenti. E non è speculazione, creazione-distruzione di valore.

Per quanto riguarda i piccoli risparmiatori che giocano sulle piccole somme, capiremo che la scelta è dura tra conti deposito (che mediamente rendono fino al 2%, al massimo), conti correnti remunerativi (che fanno scampare l’imposta di bollo proporzionale), Btp decennali (che valgono sempre di più dei Bot, ormai evitati da tutti, col rischio tra commissioni bancarie e spese varie di ritirare meno del capitale investito), Etf e portafogli diversificati…è chiaro che la dimensione del valore si è legata, a filo doppio, col nostro mercato e la dimensione di conflittualità insita nei rapporti di potere e di “competizione” tra le parti.

Quindi, strano a dirsi: ecco perché i primi economisti politici erano dei filosofi e l’economia politica è nata come scienza applicata solo successivamente. Tutto è relativo e l’abbiamo cercato “noi”, almeno in astratto. Forse, invece, siamo più vicini a Keynes di quello che immaginiamo ma nelle economie delle differenze, dove la parola cooperazione fa breccia con la parola “solidarietà” ed economia solidale. Ci sono delle alternative, altrettanto condivisibili, che non siano in contrasto con la nostra dimensione di libertà, nei rapporti economici e di conseguenza sociali? Queste sono “grane” che non spetta risolvere a lui, il mercato, che gode, disegnato da tutti, ri-disegnato…i registi siamo sempre noi…E quanti problemi!

L’articolo è stato scritto da Ines Carlone. Si tratta di un contributo esterno e non riflette la posizione ufficiale di Mercati 24.

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