Articolo 18. Facciamo un po’ di chiarezza

Essere pro articolo 18 o contro articolo 18? Ormai, comunque la vogliamo rigirare, l’articolo 18 sembra essere diventato il classico polpettone “ideologico” conteso da lavoratori ed imprese ma volendo osservare in un tono un po’ più neutrale l’indigesto tema, non ci resta che fare due cose:

  • Riflettere sulla genesi socio-culturale dell’articolo 18, dato che vi è sempre una ratio nei rapporti giuridici.
  • Cercare di orientarci fra le varie posizioni al riguardo e trovare, nella mischia, non tanto la nostra prospettiva, quanto l’equilibrio tra le parti.

Molti si chiedono da tempo: Perché insistere sempre sull’articolo 18 quando in cantiere ci sono tanti progetti di riforma del mercato del lavoro ben più impellenti?

Cerchiamo, allora, di capirci qualcosa.

Cosa si stabilisce nell’articolo 18?

L’articolo 18, per chi volesse dargli uno sguardo approfondito, fa parte della Legge n.300 del 20 maggio 1970 dello Statuto dei lavoratori.

Per le unità produttive che hanno almeno 15 dipendenti e le aziende con più di 60 dipendenti, l’art.18 stabilisce il reintegro del lavoratore, in caso di licenziamento immotivato. Il licenziamento deve avvenire solo per giusta causa. In più venne stabilito, e questo prima del 2012, nel caso fosse comprovato il licenziamento iniquo, che dovevano essere corrisposti al lavoratore gli stipendi persi ingiustamente. L’azienda doveva obbligatoriamente reintegrare il lavoratore oppure in alternativa, su consenso del lavoratore, corrispondergli un’indennità pari a 15 mensilità o un’indennità commisurata all’anzianità di servizio.

Tale norma è sempre stata vista come parte di quell’atteggiamento da sinistra sindacalista che secondo alcuni è stato ed è tuttora controproducente. Ma qui escono alla ribalta i toni aspramente ideologici che creano una sorta di spartiacque tra chi dà la priorità ai diritti dei lavoratori, in senso stretto e chi invece cerca di trovare una possibile via di mezzo, nel bel pieno della crisi economica.

Quindi, a partire dal 2012, venne fatta una prima limatura (riforma Fornero – legge n.92/2012) e già allora si infiammò l’opinione pubblica (“Non toccate l’articolo 18!”). L’articolo 18 venne toccato, rendendolo per così dire, un po’ più “moderno” e stabilendo una maggiore differenziazione per tipologie di licenziamento  (licenziamento discriminatorio, licenziamento disciplinare, licenziamento economico) e non prevedendo in ogni caso la stessa gravità di pena pecuniaria per l’azienda o l’obbligo di reintegro. Molta importanza venne attribuita alla discrezionalità del giudice, in sede processuale sulle orme della Germania, in cui rare volte viene disposto il reintegro del lavoratore nella risoluzione delle controversie, anche se previsto.

Ora, siamo ritornati nuovamente alla stesse polemiche tra chi vuole dare un’ulteriore limata all’articolo 18, intoccabile, e chi invece lo sostiene indefessamente. Ma volendo avere un’impostazione, il più possibile neutrale, cerchiamo di fare una serie di considerazioni, in qualche modo, comunque “soggettive”, e quindi opinabili.

L’abrogazione del reintegro del lavoratore è un male?

Come già premesso, l’art. 18 è diventata una “polveriera da sparo” e quindi non oseremo dire che esso va riformato, o al contrario non va toccato. Da un certo punto di vista, il modello del lavoro è da noi percepito e così si presenta come un incessante disegno dai rapporti di forza conflittuali: da una parte il datore di lavoro, dall’altra il lavoratore. E questa, d’altronde, è la mentalità che da sempre caratterizza l’Italia dominata da anni da gruppi di pressione, sin dagli anni 70 in cui, sull’influenza delle rivoluzioni “rosse”, si diede vita all’art.18 dello Statuto dei lavoratori. Allora, si crea un problema: i lavoratori, attraverso le associazioni sindacali, tendono ad essere più coalizzati degli imprenditori che gestiscono realtà di medie e grandi dimensioni e tutto diventa sempre un problema di diritto e prevaricazione.

Ci stiamo, d’altro canto, dirigendo verso una sorta di riformismo sociale in cui la flessibilità del lavoro sarà il nuovo motto e gli ammortizzatori sociali la nuova medicina.

Del resto, se molte aziende sono in crisi e non riescono a tenere il mercato, nulla potrà l’art.18! Certamente, le priorità restano ben altre nel cercare una soluzione che non sia né di destra né della sinistra moderata, e questa soluzione è pienamente insita nei “fattori culturali” che sono alla base del nostro modello di società e di impresa, nonché della nostra percezione di rapporto di lavoro, sempre visto in quella dimensione di staticità che purtroppo sembra non essere più adatta per le nuove leggi del mercato. Ma si tratta di un punto di vista tra i tanti perché, ricordiamolo, il confine fra economia e giudizio di valore è sempre molto flebile. Resta comunque un dato di fatto, le radici storico-culturali dell’art.18 che per molti rappresentano sempre il nostro presente. Sarà vero?

2 Responses to Articolo 18. Facciamo un po’ di chiarezza

  1. Conte Zio ha detto:

    La mia opinione è che non vada abolito l’articolo 18, vada abolito l’intero statuto dei lavoratori. Ma in Italia non succederà mai, agli italiani si vede che piace affondare nella melma (uso questa parola per non usarne una volgare). Ebbene, che affondino. Le persone di sano intelletto, di fatto, già stanno andando via in massa. Imprenditori, professionisti, autonomi vanno a creare ricchezza e innovazione in altre parti del mondo. All’Italia resti mare nostrum 😀 e un bel carico da 90 di parassiti, falsi invalidi, camminanti, migranti, politici e sindacalisti ladri, dipendenti pubblici assenteisti e chi più ne ha, più ne metta

  2. Gio88 ha detto:

    Per me non ha senso che esista il reintegro, uno con i suoi soldi, con la sua azienda ci fa quello che gli pare. Io avrei bisogno di assumere qualcuno ma non lo faccio proprio perché mi sentirei espropriato della mia libertà prima ancora che dei soldi. E la libertà, come la dignità, non è in vendita. Almeno la mia.

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