Azioni USA, ecco perché investire nei prossimi mesi potrebbe essere un affare…

Come ben immaginabile, l’inatteso esito delle elezioni presidenziali negli USA ha modificato il quadro di riferimento dei mercati azionari, favorendo una nuova propensione al rischio soprattutto sul listino statunitense. L’attesa che la politica fiscale espansiva di Trump possa portare a una crescita economica più solida con benefici sui bilanci societari ha spinto i principali indici statunitensi a rinnovare i massimi storici e, anche se in tale ambito le valutazioni non possono che essere ancora aleatorie, è lecito ribadire che potrebbero esservi ulteriori spazi di crescita del mercato. Ma per quale motivo? E perché è bene guardare con particolare interesse al mercato azionario americano soprattutto nei primi mesi del nuovo anno?

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Trump: tutto in 100 giorni?

Se i sentori delle scorse settimane dovessero trovare immediata applicazione, è molto probabile che Trump farà di tutto per dare una notevole scossa all’economia americana fin dai primi giorni del suo insediamento. Pertanto, i suoi primi 100 giorni quale principale inquilino alla Casa Bianca dovrebbero essere decisivi non solo per l’economia nazionale nella sua interezza, quanto anche per i bilanci delle società.

Ricordiamo infatti che tra i punti di intervento che dovrebbero essere applicati nei 100 giorni iniziali spiccano alcune linee che dovrebbero trovare pronto apprezzamento da parte degli imprenditori a stelle e strisce. Tra i vari, l’abbattimento dell’imposizione fiscale delle imprese dall’attuale 35% all’ipotizzato 15%, a cui si aggiunge la modifica della tassazione delle società semplici, con riduzione anche in questo caso delle aliquote a livelli non ancora definiti ma inferiori rispetto agli attuali. Ancora, verrà presumibilmente inglobato uno scudo per il rimpatrio dei profitti detenuti all’estero dietro pagamento di un’aliquota ridotta al 10%. Forte dell’esperienza di una simile mossa sperimentata nel 2004, il ritorno della liquidità dall’estero dovrebbe avere effetti su una maggiore distribuzione dei dividendi, su nuove operazioni di acquisto di azioni proprie, sulla riduzione delle posizioni debitorie, sul finanziamento delle attività di ricerca e sviluppo degli investimenti oltre che sul sostegno di nuove operazioni di M&A. Il Congresso stima in 2,6 trilioni di dollari gli utili prodotti all’estero, non distribuiti e non tassati in precedenza: anche una quota minoritaria di tale flusso potrebbe risultare significativa per le sorti economiche.

In aggiunta a quanto sopra, dovrebbero trovare applicazione anche un piano di potenziamento delle infrastrutture per circa 1 trilione di dollari da realizzare nell’arco di 10 anni, e una maggiore deregolamentazione in importanti settori, con particolare attenzione per quel che avverrà nei comparti finanziario, energia, farmaceutico e industriale, che nel complesso presentano un peso di circa il 50 per cento sull’indice S&P500.

Impatto positivo sulle trimestrali societarie

Se dai primi 100 giorni della nuova amministrazione verranno introdotte tali novità, i provvedimenti dovrebbero produrre riflessi positivi sui risultati di bilancio delle società statunitensi. È proprio per questo motivo che il consenso si attende una crescita degli utili a doppia cifra soprattutto nella prima parte dell’anno, trainati in particolare dal deciso recupero del settore energia, che tra l’altro beneficia anche di un effetto comparativo positivo, a cui si associano gli ulteriori miglioramenti sul fronte dei finanziari. Un contributo superiore alla media dovrebbe essere garantito anche dal tecnologico e dai settori legati alle materie prime. Per Bloomberg i fatturati a chiusura del 1° trimestre 2017, relativi ai gruppi appartenenti all’S&P500, sono attesi in aumento dell’8,3% per poi assestarsi intorno al 6% nei successivi due trimestri.

La Fed non soffocherà la politica fiscale

Si tenga infine conto che un’ulteriore sostegno al mercato azionario dovrebbe arrivare ancora dai segnali relativi alla solidità della crescita economica, con prospettive di un ulteriore rafforzamento derivante dal supporto fornito dalla politica fiscale. Il Pil statunitense è stimato in crescita per il prossimo esercizio al 2,1%, su cui ci si attende ancora un impatto più contenuto degli interventi fiscali, con un contributo pari allo 0,1-0,2% nel 2° semestre dell’anno. Nel 2018, la crescita è prevista in miglioramento del 2,5%, con la riforma tributaria e l’aumento della spesa pubblica che dovrebbero produrre i maggiori effetti.

Se i piani non dovessero essere rovinati da eventuali shock, la politica fiscale si sostituirà quindi a quella monetaria nel sostegno all’economia e ai mercati, con la Fed che procederà nel sentiero di rialzo dei tassi, mostrandosi nel corso dell’ultima riunione di dicembre molto più aggressiva delle attese (vengono infatti portati a tre, e non più a due, gli aumenti dei tassi di interesse di riferimento).

Alla luce di quanto sopra, è possibile che il clima positivo sul listino statunitense possa proseguire nel corso del prossimo anno, con un maggior impulso nel corso della prima metà del 2017, in scia ai reali e concreti atti legislativi che la nuova amministrazione Trump sarà in grado di mettere in campo, visto anche il mandato repubblicano condiviso con il Congresso che implicherà appunto un forte attivismo legislativo.

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