Bridgestone chiude la sede di Bari: 950 dipendenti restano senza lavoro


La notizia è di quelle che fanno tremare i polsi: un grande insediamento produttivo, che da lavoro a 950 dipendenti, chiude per sempre. E lo sgomento è ancora maggiore per un territorio, la Provincia di Bari, che ha risentito pesantemente della crisi finanziaria ed industriale. Il management di Bridgestone Europe ha comunicato la decisione di chiuedere, entro il 2014, lo stabilimento di Bari.

Si tratta di una delle maggiori industrie della provincia, con importanti ricadute occupazionali e anche sociali. Un altro pezzo della Puglia produttiva che se ne va e segue solo di pochi giorni la notizia che il settore calzaturiero del Salento è finito, con la chiusura dell’ultima azienda.

Bridgestone bari

Oltre all’aspetto sociale, drammatico, è interessante analizzare anche l’aspetto economico della faccenda, perché è ricco di spunti.

L’auto diventa un lusso
Siamo abituati a vivere nella civiltà dell’automobile. Praticamente tutti i cittadini italiani di maggiore età disponono di un auto, spesso anche non economica. E’ vero che molto spesso sono automobili comprate a rate ma la crisi ha cancellato anche questa possibilità: tra disoccupazione che aumenta, costi del carburante che vanno alle stelle e paura del futuro, il mercato dell’auto italiano ed europeo sta subendo un calo drammatico. Probabilmente non si tratta solo di un effetto contingente della crisi, ma dell’inizio di un cambio del modello di mobilità. Probabilmente nel prossimo futuro continueremo ad utilizzare l’auto ma lo faremo con più intelligenza, ad esempio mediante il car sharing, e utilizzando di più i mezzi pubblici. Questo significa che il segmento delle auto non di lusso è destinato a perdere molte altre vendite e la Bridgestone ne ha preso atto chiudendo lo stabilimento che produceva soprattutto per questo tipo di auto.

La concorrenza dei paesi emergenti
Un altro aspetto fondamentale di cui tenere in considerazione è la drammatica concorrenza di paesi emergenti come Cina e India che riescono ad esportare a prezzi molto bassi e quindi, nel segmento più economico dove si compete sul prezzo, sono destinati a dominare. Ma perché riescono a vincere la guerra dei prezzi? La concorrenza è il valore più prezioso, da preservare sempre senza cedere a tentazioni protezionistiche, ma è interessante osservare che la Cina e l’India, pur avendo sottoscritto gli accordi del WTO, non ne rispettano assolutamente le regole. E che non rispettano in nessun modo le rigidissime norme per la protezione dell’ambiente che in Occidente si osservano in maniera più o meno scrupoloso (l’Ilva di Taranto docet). Dunque i paesi emergenti sono concorrenziali non solo perché il costo del lavoro costa meno e perché sono più efficienti (in Cina non si verificano assenze di massa quando gioca la nazionale di Calcio) ma anche perché non vengono rispettate le regole condivise del commercio mondiale. E su questo, probabilmente, l’Occidente nel suo complesso ha fatto troppo poco. E’ vero che pecunia non olet ma è anche vero che senza regole la concorrenza è falsata.

I problemi strutturali della Puglia e dell’Italia
Se fino ad ora abbiamo analizzato problemi globali, a cui difficilmente si può porre rimedio, arriviamo ad esso ad affrontare il punto più doloroso: le carenze strutturali dell’Italia in generale e della Puglia in particolare. Il management Bridgestone ha dichiarato che nella scelta di Bari come stabilimento da chiudere hanno influito pesantemente fattori come il costo elevato dell’energia (che ha fatto fuggire anche i produttori di alluminio dalla Sardegna) e soprattutto i problemi logistici della Puglia. Insomma, l’Italia ha un costo dell’energia elevatissimo e fare industria in Italia è molto difficile. E questo non succede perché abbiamo rifiutato il nucleare, ma perché abbiamo evitato di fare investimenti quando eravamo in grado di farli. Pensiamo, ad esempio, all’enorme spreco di risorse fatto dall’ENEL, al tempo in cui era il partito azienda di Massimo D’Alema, per l’acquisto di Endesa. Un investimento finanziario (tra l’altro pessimo) è stato preferito all’ammodernamento della rete distributiva e produttiva dell’energia in Italia. Adesso ne paghiamo le conseguenze.
Ancora più doloro è parlare della logistica pugliese: 950 famiglie rischiano di andare sul lastico perché il potere politico regionale non è stato in grado di mettere in atto una sola iniziativa per aumentare l’efficienza dei trasporti pugliesi.

La marginalità politica della Puglia
Probabilmente non è il fattore più pesante, ma conta. La Puglia in questi ultimi anni ha perso peso sostanziale all’interno del panorama politico italiano ed europeo. Di fatto se vuole preservare i pochi impianti di multinazionali che rimangono, la regione deve dare dare una sterzata a 180 gradi alla sua politica e soprattutto deve costruire relazioni internazionale solide e soprattutto con i soggetti giusti.

Che cosa succederà adesso
L’Italia vive costantemente in campagna elettorale, c’è sempre un’elezione dietro l’angolo, fosse pure quella della Regione o di una semplice circoscrizione. I politici faranno a gare per difendere a parole i lavoratori e, probabilmente, alcuni lo faranno anche con un’arte retorica notevole. Probabilmente si troverà qualche impresa, probabilmente straniera, che prenderà in carico i lavoratori e lo stabilimento, magari per produzioni improbabili. Ovviamente la Regione pagherà e pagherà tantissimo, direttamente o indirettamente. Pagherà tanti soldi che con gli stessi soldi di potrebbe pagare lo stipendio a tutti gli ex dipendenti per anni. Ovviamente chi incasserà dopo un paio di anni chiuderà baracca e burattini visto che i problemi strutturali rimangono tutti sul tappeto. E si ricomincerà da capo.

Vincenzo Colonna

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