Conseguenze economiche del voto italiano

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Il risultato delle elezioni politiche 2013 è stato drammatico, su questo sono tutti concordi. Adesso il paese si ritrova di fatto senza un governo ed ostaggio più che mai delle ideologie quando avrebbe un disperato bisogno di riforme economiche strutturali. Riforme che ovviamente non potranno essere affrontate. Se davvero il PD riuscirà a creare un governo di minoranza con la connivenza del Movimento 5 Stelle non avrà la forza politica per fare nulla di quanto necessario e anzi se ne guarderà bene per non perdere nemmeno un voto da parte di lobby, potentati e caste varie che condizionano la vita del nostro paese.

Uso la parola connivenza invece di appoggio perché mi sembra che si andrà ad un accordo sotto banco piuttosto che ad accordo parlamentare alla luce del sole: insomma, i grillini, come vengono chiamati comunemente, non voteranno esplicitamente la fiducia, ma usciranno dall’aula al momento della votazione in modo da abbassare il quorum per ottenere la maggioranza.

Si capisce bene che in queste condizioni sarà sostanzialmente impossibile fare le riforme, anzi sarà impossibile governare. Senza contare, poi, che la maggioranza di Bersani deve comunque fare i conti con i rappresentanti di SEL che tenderanno a mettere i bastoni tra le ruote al governo per acquisire visibilità e consenso nei ranghi della sinistra più estrema. Le conseguenze di tutto questo? Gravi.

Euro

mercato forex

I forti segnali anti europeisti venuti dal voto, uniti alla impossibilità di governare il paese, hanno dato un segnale molto negativo all’euro. E questo si vede anche dall’andamento del mercato forex, dove il dollaro ha recuperato parecchio sulla valuta unica europea arrivando a quota 1,30. Non che questo sia un fatto negativo (anzi, probabilmente è positivo) ma segnala chiaramente che i mercati internazionali stanno perdendo la fiducia che ancora avevano nei confronti dell’unione monetaria.

Debito pubblico

Il problema più grande dell’Italia è il suo immenso debito pubblico che ci costa una montagna di interessi. E gli investitori, cioè coloro che sottoscrivono il nostro debito, sono sempre più preoccupati sul fatto che l’Italia riuscirà effettivamente a onorarlo. Risultato? Salgono i tassi di interesse che dobbiamo pagare per farci prestare dei soldi. Il tanto vituperato spread è una semplice misura della differenza tra i tassi di interesse che paga la virtuosa Germania e quelli che siamo chiamati a pagare noi. Niente di più. In effetti a me (come a tutti i cittadini italiani che pagano le tasse) mi interessa sapere quanto paghiamo di interesse sul debito perchè sono soldi che escono, appunto, dalle tasche dei cittadini. Ebbene, lo spread è schizzato a 350 punti base subito dopo le elezioni: questo significa che per finanziare il nostro debito saremo costretti a pagare il 3,5% in più di interessi rispetto alla virtuosa Germania. In termini pratici, se questi dati rimangono stabili, significa che l’Italia dovrà pagare nel solo 2013 ben 1,5 miliardi di euro per maggiori costi dovuti al servizio del debito. Praticamente la metà di quanto vale l’IMU sulla prima casa, tanto per intenderci. E se le cose vanno avanti così probabilmente i costi aumenteranno ancora.

La questione fiscale

Un governo debole come quello che si appresta (nel migliore delle ipotesi) a governare l’Italia non sarà in grado di fare la vera riforma che il popolo italiano chiede alla politica: quella del fisco. E’ un problema centrale nella vita di molti cittadini.

Parliamoci chiaro: la crisi è dura ma ha colpito solo una minoranza degli italiani, al massimo il 20%. Certo i lavoratori autonomi e gli imprenditori hanno subito un calo nei guadagni, ma non sono alla disperazione per la crisi, almeno per la maggior parte. Sono alla disperazione per il fisco. Il fisco italiano preleva troppo perché poi lo stato non restituisce quasi nulla a livello di servizi: abbiamo servizi pubblici da terzo mondo e livello di tassazione da socialdemocrazia scandinava. I cittadini sono chiamati a lasciare la maggior parte del loro reddito nelle mani dello Stato ma poi devono pagare a parte servizi essenziali se vogliono ottenere qualità.

Pensiamo, giusto per fare un esempio, alla Sanità: se si vuole ottenere un buon servizio bisogna rivolgersi alle strutture private che si pagano salate, ma il cittadino (e soprattutto l’imprenditore) ha già pagato la sanità pubblica tramite le sue imposte.

A questo punto urge ridurre il costo della macchina statale, che funziona male, per poter ridurre le tasse. La buona notizia è che la macchina statale è così inefficiente e corrotta che un governo energico potrebbe ridurre le spese e, allo stesso tempo, aumentare il livello di servizio per i cittadini.

La cattiva è che il prossimo governo sarà tutto fuor che energico e sicuramente non intaccherrà i privilegi, talvolta secolari, del blocco sociale dei dipendenti pubblici che di fatto andrà a rappresentare.

E purtroppo se non si diminusice l’imposizione fiscale con queste riforme, l’unica strada possibile per evitare il default sarà aumentare ancora una volta le tasse: il che significa meno soldi per i consumi, meno soldi per gli investimenti, calo del PIL e aumento della disoccupazione. Una situazione davvero devastante.

Vincenzo Colonna

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