Economia e Finanza

Gli effetti della guerra dei dazi sulle quotazioni della borsa italiana

Continua in questi giorni l’imprevedibile percorso della questione dei dazi, un braccio di ferro tra Donald Trump e il resto del mondo che da tempo tende a destabilizzare gli equilibri delle quotazioni di borsa e del mondo della finanza.

Il Presidente degli Stati Uniti ha fortemente voluto questa crociata nell’interesse dei cittadini americani, un impegno che ha portato avanti tra ultimatum e tweet mantenendo la sua policy che prevede zero compromessi. In questa delicata trattativa l’Europa, dopo i tentativi di dialogo falliti tra Trump, Macron e Merkel, sembra ora aver finalmente raggiunto un accenno di intesa col tycoon più potente al mondo: il Presidente della Commissione Ue Jean-Claud Juncker ha infatti incontrato Trump a Washington lo scorso 25 luglio, un dialogo secondo entrambe le parti particolarmente fruttuoso e promettente. L’obiettivo per l’Europa è quindi concordato e condiviso, “Ci siamo accordati prima di tutto per lavorare insieme all’obiettivo di arrivare a zero dazi, zero barriere commerciali non tariffarie e zero sussidi”, ha affermato Trump dopo la visita.

Per ora si tratta solo di buone intenzioni (i negoziati di fatto devono ancora iniziare), ma il sodalizio tra Juncker e Trump potrebbe sancire l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra Ue e Stati Uniti, un esito tutt’altro che scontato in questo frangente. Negli scorsi giorni questa notizia ha contribuito ad allentare il clima di tensione che da mesi si respira sui mercati finanziari europei, incluso l’indice della borsa italiana FTSE MIB, ma fino a oggi rimaneva alta l’attenzione sul fronte cinese.

Stamattina tuttavia il Presidente USA ha proposto di introdurre un rincaro dal 10% al 25% dei dazi sui beni di consumo e tecnologici provenienti dalla Cina, una manovra che costerebbe a Pechino oltre 200 miliardi di dollari l’anno e preoccupa in questo momento analisti e investitori di tutto il mondo.

“Washington cambi atteggiamento perché non cederemo a ricatti”, questa la risposta secca e prevedibile del Presidente Xi Jinping, che ha già minacciato ritorsioni contro questa politica restrittiva voluta dagli USA, mentre la Federal Reserve ha deciso al momento di lasciare i tassi invariati, rimanendo metaforicamente alla finestra a osservare l’evoluzione della vicenda ma preparandosi a mettere in atto nei prossimi mesi una politica restrittiva. Comunque le borse asiatiche hanno registrato oggi cali anche importanti trascinando nella loro scia anche le quotazioni di borsa del Vecchio Continente, tra cui anche quella meneghina di Piazza Affari.

Stamattina l’indice FTSE MIB ha confermato il calo iniziato già ieri scendendo dell’1,8% da 21.651,16 agli attuali 21.402,11, e anche il differenziale tra i Buoni del Tesoro italiani e tedeschi è salito dai 232 di ieri ai 248 punti attuali. La questione dei dazi e la conseguente perdita di quota dei titoli cinesi hanno indubbiamente influito sul calo della borsa italiana di Piazza Affari, ma a essere particolarmente vulnerabili a Milano sono in realtà anche gli istituti di credito.

L’allargamento dello spread ha infatti preoccupato gli addetti ai lavori, dando inizio a una lunga serie di vendite sui bancari: Unicredit ha perso il 3,82% e si attesta ora a 14,28 euro, pur rimanendo un istituto affidabile secondo il giudizio degli analisti di Goldman Sachs. Il giudizio della banca d’affari americana rimane invece neutrale per Intesa SanPaolo, che nonostante il semestrale soddisfacente ha perso finora il 3,50% confermandosi a 2,42 euro per azione, così come rimane neutrale per Ubi Banca, che nonostante abbia perfezionato la cessione del veicolo di cartolarizzazione indipendente Maior SPV (contenente sofferenze per circa 2,75 miliardi di euro), oggi ha subito un pesante calo dell’1,96% scendendo a 3,45 euro ad azione.

La maglia nera della borsa milanese va comunque a Tenaris, il maggior produttore mondiale di tubi e servizi per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas che si conferma oggi tra le peggiori azioni italiane nonostante nella recente pubblicazione dei conti del secondo semestre 2018 abbia esibito una crescita dei ricavi del 44% e una crescita dell’utile netto del 127%. I numeri tuttavia contano poco dopo una dichiarazione radicale e preoccupante come quella odierna del Presidente americano, che riaccende la guerra dei dazi a danno appunto di aziende come la Tenaris, che al momento segna un calo del 5,56% a 14,77 euro ad azione.

Una riflessione del genere ci porta inevitabilmente a capire che in un mercato globale, moderno e sempre più nelle mani di pochi uomini di potere poco inclini ai compromessi investire soldi sicuri diventa una missione quantomai difficile, ma ci porta anche a considerare quanto importante sia una corretta informazione per i grandi investitori come per i semplici trader. In particolare i piccoli investitori privati dovrebbero prestare enorme attenzione al partner finanziario a cui scelgono di affidare il proprio capitale, assicurandosi della solidità sua e degli investimenti sicuri che propone.

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