Emergenti ed instabilità politica. Case Study: Turchia Parte 1

La Turchia è un altro dei paesi emergenti che resta in osservazione. Purtroppo, quando si parla di economia e di borsa è difficile conciliare con altre dimensioni che concernono l’ambito culturale, ideologico, politologico, le relazioni internazionali. Da un altro punto di vista, non si può non incontrare, quasi per puro caso, anche tali aspetti dato che la Finanza è legata inestricabilmente con il lato “sensibile” delle nostre società, e soprattutto il forex. Ecco perché ultimamente si sonda il sentiment di mercato. Il mercato non è fatto di robot che cercano di osservare lo scenario che ci circonda per interpretarlo, in modo freddamente pragmatico: il mercato degli investitori è fatto, prima di tutto, di persone. Quindi, un occhio al proprio portafoglio di investimenti in queste aspre contese a livello internazionale ed un po’ di cognizione in più su quelli che sono i fattori che possono destabilizzare o meno il pesoforza relativo sull’economia.

Oggi ci occupiamo del caso della Turchia, la cui valuta è attualmente caratterizzata da forti scossoni sul terreno di borsa. Quando si parla di paesi emergenti, bisogna farne tutta l’erba un fascio, oppure scindere le situazioni? Noi scinderemo le situazioni, rendendole il più possibile di pertinenza economica, e non potendo fare a meno di dare uno sguardo alla complessa situazione sociale che sicuramente troverà tante prospettive di vista, e non una sola.

Questo articolo sarà diviso in due sezioni (Parte 1 e Parte 2), dato che è molto complesso cercare di farci un’idea sul nesso tra le dinamiche sociali, politiche, monetarie e la finanza. Nella Parte 2, daremo uno sguardo anche al mercato dei cambi, accostando un’analisi delle candele giapponesi per tenere sotto d’occhio la pressione di mercato predominante.

I conflitti politici e religiosi in Turchia. La forte debolezza del cambio

L’attuale “regime repubblicano” della Turchia è di natura islamica e viene da molti definito come oppressivo. Queste le posizioni dei giornalisti arrestati proprio negli ultimi giorni (14 dicembre), tra i quali proprio uno di essi (il caporedattore del quotidiano Zaman Ekrem Dumanli) ha twitterato di essere scandalizzato dalle violazioni del regime della libertà di stampa. Agli arresti anche gli esponenti della rete televisiva e mediatica Samanyolu.

Due schieramenti contrapposti, la cui radice non è associata da essi alla contrapposizione ideologica ma parte da una situazione grave successa in Turchia proprio un anno fa (lo stato di accusa verso il governo per corruzione e le dimissioni di alcuni ministri), per la quale il Presidente ha individuato come principale responsabile l’attuale Imam Fethullah Gulen, ex alleato del governo ed attuale leader del partito di matrice sunnita. Certamente, alle origini della contesa c’è sempre il divario di pensiero e le relative mescolanze di “interessi”, da un certo punto di vista.

Da qui le reazioni allo scandalo della corruzione che ha colpito “a freddo” il governo (ha qualcosa di molto somigliante con la Tangentopoli italiana) e la dura reazione del presidente e della sua linea di governo. Visto così, si è detto, siamo noi che decidiamo, e sono partiti una serie di provvedimenti che hanno modificato il modo di fare giustizia, la magistratura e gli organi di polizia, per evitare che una situazione del genere si ripeta. Ora, lo scandalo è in fase di inchiesta ed è stato ammonito il silenzio stampa. Ma il giornale ed il canale considerati avversari al regime (Samanyolu e Zaman) hanno continuato a diffondere informazioni compromettenti sull’attuale Presidente Erdogan. Addirittura, sarebbe stato postato in rete un file di intercettazione audio che lo incastrerebbe in maniera definitiva. Oppostamente, secondo il Presidente Erdogan ed i suoi vicini, si tratta di accuse diffamanti fatte da un’organizzazione parallela che lavora per Al-Qaeda e vuole destabilizzare ulteriormente la situazione politica in Turchia.

Partita così la valanga di arresti che sicuramente continuerà anche nei giorni a venire, viste le difficili situazioni di tensione politica e sociale. Dure le critiche da parte dell’Europa per le reazioni del presidente e viene, così, messa a repentaglio l’intenzione della Turchia di stringere alleanza con L’Europa, definendo tali misure “sproporzionate e non necessarie in una democrazia”. Chiaramente, lo scontro è di natura politica e non può essere bollato solo come “attentato alla libertà di stampa”.

Ultimamente, si sono recati in Turchia sia il presidente Renzi che Papa Francesco per la difficile situazione che si sta creando. Anche la Mogherini proprio per l’interesse della Turchia ad entrare nell’Unione Europea e per i negoziati che stava aprendo con Bruxelles. Questa notizia ha fatto molto clamore e ha raffreddato i rapporti tra Turchia ed Europa. Il presidente Erdogan ha ritenuto inaccettabili, nonostante tutto, le critiche mosse dall’Europa.

Gli aggiornamenti dell’ultima ora sulla difficile situazione turca

Nel frattempo, proprio in queste ore si “batte chiodo” nel governo turco, inviando un mandato di cattura all’imam, avversario del Presidente Erdogan e della sua linea, Fethullah Gulen, filosofo islamico di destra, che, a quanto sembra, si è rifugiato negli Usa.

Tra l’altro, Gulen è uno dalle enormi possibilità finanziarie e non ha problemi, in quanto a potere economico.

Rilasciato, intanto, Ekrem Dumanli, il caporedattore di Zaman.

Il presidente ritiene che l'”adescatore”, dal suo punto di vista, sia Gulen che, grazie alle sue mani anche nell’istituzione di istituti di istruzione religiosa abbia nelle sue cerchia componenti della polizia e della magistratura turca.

I mercati sono sul filo del rasoio. Intanto, la Turchia è in trattative con gli Usa per contrastare la minaccia Isis e predisporre un nuovo corpo combattente (la Turchia, però, vorrebbe trarne una doppia utilità puntando anche ad Assad). Vi sarà, quindi, una sorta di mediazione bilaterale per trovare Gulen? Ora che la Turchia si muove, con due piedi in una scarpa, aumenta l’euroscetticismo sul fronte turco, e malgrado si tengano ancora in pasta le negoziazioni con Bruxelles.

Resteremo ad osservare, anche perché pure questo, ed è brutto a dirlo, fa la storia dei nostri mercati finanziari. In questi momenti, il cambio Usd/Try ha lasciato i precedenti massimi a 2,33 per riportarsi gradualmente a 2,31. La banca centrale turca si prende tempo perché i mercati già sono abbastanza nervosi e non è il momento per pronunziarsi (il prossimo appuntamento per le decisioni di intervento è fissato al 24 dicembre).

Ines Carlone

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *