Euro sotto pressione: ecco come investire sulla valuta unica nei prossimi giorni

Come noto, in occasione dell’ultima riunione dello scorso 19 gennaio, la Banca Centrale Europea ha confermato tassi di riferimento e programma di acquisto titoli su livelli invariati rispetto a quanto era stato deciso nella precedente riunione di dicembre. Valutato che quanto sopra era largamente atteso, il tema principale del meeting è rapidamente divenuto quello intorno all’andamento dell’inflazione, dopo la sorpresa al rialzo dei dati relativi al mese di dicembre.

Un’analisi sull’inflazione

In relazione a tale aspetto, Draghi ha definito 4 parametri che dovrebbero permetter di comprendere se il target “statutario” dell’inflazione si possa intendere stabilmente o meno raggiunto, evitando dunque di incappare nella tentazione di darlo per acquisito a causa di statistiche troppo volatili. I 4 parametri sono:

  1. l’obiettivo del 2 per cento (al quale la BCE vuole tendere) deve essere raggiunto nel medio periodo e non con improvvisi balzi poco sostenibili;
  2. il 2 per cento deve essere mantenuto in senso durevole e non momentaneo;
  3. la variazione dei prezzi deve essere inferiore ma vicina al 2 per cento, e deve potersi autosostenere, ovvero deve potersi conservare anche senza il supporto di una politica monetaria espansiva (da intendersi se nella versione attuale o in un concetto più ampio);
  4. l’inflazione deve essere omogenea per tutti i Paesi dell’area euro, per quanto possibile.

Alla luce di quanto sopra, Draghi ha ammesso –ma anche questa non è certo una sorpresa – che non vi sono in Europa dei segnali di una ripresa economica convincente da parte dell’inflazione, e che la politica della BCE sarà ancora molto espansiva e molto accomodante. L’attenzione si sposta dunque ora sul prossimo meeting del 9 marzo, ma difficilmente ci saranno delle considerazioni diverse da quelle di gennaio, valutato che a febbraio non accadrà granché (se non l’acuirsi delle tensioni pre-elettorali e il timore che movimenti populisti e nazionalisti possano acuire le difficoltà interne all’area euro). Più vari possono invece essere gli scenari sulla seconda parte del 2017, con l’avvicinarsi del termine del quantitative easing e con la riduzione degli acquisti di titoli già in atto: non è escluso (anzi, per molti analisi è probabile), che possano tornare a salire le attese di apprezzamento dell’euro in un quadro economico non così migliorato e lontano dal target d’inflazione del 2 per cento.

Come cambieranno i cambi dell’euro

L’attuale contesto contraddistinto da un tiepido deprezzamento della valuta unica europea sembra essere il frutto non solamente della già ricordata politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea, a sua volta supportata dal target di inflazione del 2%, chiarito e rafforzato da Draghi nel meeting di gennaio, quanto anche dell’effetto sul dollaro dei rialzi della Federal Reserve, confermati nella misura di tre entità per il 2017 (ma ben suscettibili di future variazioni), a cui però si sommano le tensioni legate alle dichiarazioni di Trump, che innervosiscono gli operatori sui cambi rendendo il quadro sul dollaro più volatile. È possibile dunque che l’euro possa deprezzarsi ancora marginalmente nel breve termine, mentre sul medio lungo termine (dal secondo semestre 2017 in poi) è stimabile che la valuta unica europea possa riprendere lentamente quota.

Anche nei confronti della sterlina i temi di discussione e di interpretazione abbondano. Il concretizzarsi o meno della soft-Brexit, infatti, andrà a contraddistinguere in maniera pesante tutta la prima parte del 2017 e rimarrà un driver fondamentale per il cambio euro-sterlina. Il governo inglese vuole esercitare l’articolo 50 entro e non oltre il 31 marzo, dando così il via alla Brexit: nell’ipotesi in cui si possa disciplinare un accordo di uscita proficuo per entrambe le parti, e nell’ipotesi in cui l’economia inglese dovesse recuperare e mantenere il target di inflazione, è possibile che la valuta britannica possa guadagnare qualche posizione nei confronti dell’euro, a sua volta pressato dall’approccio espansivo della BCE.

Per quanto attiene il rapporto dell’euro contro yen, la valuta giapponese sembra per il momento aver arrestato il suo deprezzamento: alla base di tale evoluzione vi sono le tensioni politiche in Europa in vista dei delicati passaggi elettorali del 2017, a cui si somma una nuova fase di avversione al rischio che premia le valute rifugio, come appunto la divisa giapponese.

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