Fed, Bce, Draghinomics e teoria neo-austriaca…

La politica monetaria è il nodo dei dibattiti del momento e, da sempre, ci si chiede in quali equilibri deve essere rispetto alla politica fiscale ed alle dimensioni di governo che siano adeguate per gli attuali fabbisogni delle economie.

Oggi vi tracciamo varie linee di demarcazione, in modo che si cominci a distinguere tra le differenti maniere di vedere l’economia che ci circonda.

Chi ha detto che Keynes è di sinistra?

In realtà, spesso le trame delle economia si intrecciano, a nostra discrezione, con le trame politologiche.

Non ci interessa in tale contesto separare l’idealismo di destra da quello di sinistra, dato che la cultura politologica è un labirinto di pensieri così come l’economia è un intrico di scuole di pensiero. Ma l’economia, dunque, non ammette certezze? Almeno non ancora le abbiamo trovate ed il paradigma regna sovrano.

Secondo una politologia più grezza, per consuetudine, si è finito, ma ciò non è esatto, con l’associare alla destra quel gusto di libertà, poco indotta e quasi autonoma (il Keynes di destra è quello che si sofferma sulla moralità innata dell’uomo) e, invece, alla sinistra, la presenza di una forza ben visibile che possa plasmare, all’intenzione, i rapporti sociali, dato che vi è sempre un conflitto tra debole e forte, ricco e povero. Ecco perché Keynes ha finito coll’essere di sinistra: per l’alto valore associato alla politica fiscale, da sempre al centro di ogni tentativo di redistribuzione della ricchezza. Adam Smith? Per tradizione ermeneutica, di destra.

Si sta dando una “rilucidata” alla scuola austriaca della politica monetaria (nomi importanti del passato come Ludwig Von Mises, Hayek certamente vi saranno noti) tirando in ballo, per motivi differenti, la Fed e la Bce. Ed il povero Draghi, nel bel mezzo della contesa.

Quali sono le proposte della scuola austriaca?

Uscire dall’euro è impossibile se tale decisione è dispersa su pochi staterelli. La legge del cambio e dei rapporti internazionali si rifletterebbe su economie che, in realtà, sono interdipendenti le une dalle altre (dov’è l’autarchia e l’indipendenza totale dalle risorse che provengono dal resto del mondo?). Se fosse soltanto per i beni di consumo, ciò ci interesserebbe molto poco perché le abitudini di consumo possono riallinearsi in base alle nuove tendenze. Ma purtroppo mancherebbero molte risorse essenziali che non si è in grado di produrre da sé, con una moneta che, con l’Europa ancora in piedi, non può che uscirne “svalorizzata”, a prescindere dalla volontà di imperio del singolo Stato. Arriviamo, quindi, alle favolette del “battitore” folle di moneta, colui che ne produce quanto ne serve. E’ normale che sarebbe contro-intuitivo pensare anche solo vagamente ad una situazione del genere.

La concezione dell’equilibrio del sistema economico, diversamente concepita nelle varie macroeconomie di circondario. Ecco un corollario dell’equilibrio monetario, presente in ogni manuale base di derivazione neoclassica:A parità di domanda di moneta, come possiamo ripristinare nuovamente l’equilibrio sul mercato monetario se espandiamo la massa monetaria? O attraverso l’inflazione dei prezzi (l’offerta di moneta reale diminuisce, la moneta in eccesso rispetto al fabbisogno reale dell’economia porta inflazione) o ritoccando i tassi di interesse all’ingiù (la domanda di moneta aumenta per la sua parte speculativa).

In economia, ancora siamo alle eterne diatribe: L’economia deve essere in equilibrio, oppure tutto questo è un’utopia idealizzata e stilizzata nelle equazioni dell’economica che apprende ogni buon studente di economia alle prime armi?

Gli economisti, poi, prendono ognuno la sua strada nelle diverse teorie e concezioni del sistema economico.

Cosa vorrebbero alcuni sostenitori della scuola austriaca e moderna della moneta che prende come fonti di ispirazione le precedenti teorie dei più illustri economisti austriaci?

  • Il ritorno al gold standard
  • Il sistema dei cambi fissi
  • L’abolizione della Banca centrale
  • La moneta unica è ideale per tali obiettivi
  • Coefficiente di riserva sui depositi a vista del 100% Vs logica della riserva frazionaria (il rapporto tra collaterali –oro- ed impiego del capitale è integrale)

Viene però da chiedersi, osservando come si comporta l’Euro nel sistema dei cambi e l’attuale importanza che continua a rivestire, dal punto di vista istituzionale, l’Oro, se non stiamo già un po’ prendendo spunto da tali tesi. E d’altronde, se ritorneremo al gold standard, come si può dire che ciò scoraggerà i nazionalismi visto che ogni Stato avrà, giocoforza, una minore o maggiore dotazione delle riserve, ed anche se la moneta è unica? A quel punto, dovranno essere introdotte varianti al sistema del gold standard (anche l’oro dovrà essere senza diritto di sovranità istituzionale).

Allora, da un certo punto di vista, gli stessi esponenti definiscono l’euro come “approssimazione” al gold standard, in cui, in definitiva, la Bce dovrà abbandonare la sua veste di prestatore di ultima istanza per ridare leva alle singole banche centrali territoriali.

Tale visione ha come principale antagonista la politica monetaria della Fed, definendo il dollaro come “standard monetario internazionale”. La Fed viene colpevolizzata delle principali crisi sistemiche dell’economia, anche per i rapporti di dipendenza instaurati con gli altri paesi, introducendo il dollaro nei sistemi di pagamento internazionali (tutte le principali materie prime sono negoziate in dollari).

Quello che si propone, non andando contro le regole dell’Europa, è il rigore dei conti pubblici ed una visione molto “contabilista” dell’economia in cui la stabilizzazione e la convergenza delle politiche fiscali saranno il traguardo transitorio verso l’abolizione della Banca centrale.

Se dovessimo dare, a questo punto, una dimensione economica ai due “mostri”, la Bce e la Fed, diremo che molto dipende dalle singole personalità che finiscono coll’avere inevitabilmente uno spessore politico, non necessariamente con una precisa dimensione dell’economia. La Fed, a differenza della Bce ha un volto più definito per il solo fatto che si conducono le stesse ricette di policy da decenni: quando la Bce si propone di monetizzare il debito pubblico degli Stati membri si comporta da Fed.

Per il resto non abbiamo sufficienti certezze in via sperimentale per poter affermare che un’espansione monetaria o una restrizione monetaria abbiano come “canale di trasmissione” alcune determinanti dell’economia reale e monetaria. E ciò anche se abbondiamo di studi empirici.

Chi scrive è convinta che non si possa porre alla stessa stregua l’economia con la matematica (black box) e che la politica monetaria vada sempre sincronizzata con la politica fiscale, comunque e sempre. D’altra parte la tendenza degli Stati a coalizzarsi ed ad addossare ogni “responsabilità” alla politica monetaria unica o allo scarso rigore fiscale dei singoli Stati membri rientra più in una dimensione politica, che economica. E’, insomma, in atto una re-distribuzione dei poteri “egemonici” (se si vuole chiamarli così), a livello internazionale. Il fatto di avere in un unico “calderone” varie variabili, in nome di una politica monetaria unica, ha le sue ovvie ambiguità.

Concludendo, lasciamo ad ognuno la sua maschera. Chi è diventato Draghi, a detta di molti?

Che cosa è la Draghinomics?

Molti associano il suo modo di vedere alla “Sintesi Neoclassica”, quella che ogni studente di economia, facendo un mix tra ricette keynesiane e neo-classici, certamente apprende nei corsi propedeutici di Macroeconomia.

Parole di elogio provengono da alcuni illustri quotidiani americani (tra cui il Financial Times). Ma sarà per un’ironia di sottofondo: perché, in realtà, il filo tra linee di condotta alla Draghi e Yellen è, negli ideali, molto sottile. Ciò che cambia è l’assenza di un’unanimità di concerto sulla sua visione politica (l’Europa non è caratterizzata da una vera e propria unione politica, inseguiamo un federalismo cooperativo che ancora non è). Il progetto poggia su basi incerte e senza proposte concrete. Ogni tanto, si ridà nuova linfa ad alcuni obiettivi, tra cui l’unione bancaria. Ma solo per modo di dire. Certamente, un unico obiettivo fa capolino nella testa di Draghi: quello di indurre la Bce ad essere più “generosa” ed a stampare moneta allorquando serva, cosa che non si discosta molto dalla Fed.

Ed ecco che Paul Krugman difende la politica del “dollaro” sostenendo (non riportiamo il suo pensiero alla lettera ma il contenuto), in uno dei suoi più recenti contributi che la salute finanziaria di uno Stato non dipende né dai tassi d’interesse né dai prezzi delle attività ma solo ed esclusivamente dai salari. Gli economisti della scuola austriaca, insomma, hanno proprio mancato il bersaglio perché ciò che sostengono non ha nessuna comprova empirica. Qual è l’unica responsabilità della crisi e del continuo intervento della Fed? Una politica di bilancio mal gestita, tale da non dare nessuna scossa all’economia. La convinzione che l’espansione monetaria metta in atto una redistribuzione a favore della classe più agiata è letteralmente assurda. E tanto più la politica dei tassi bassi, visto che la fascia meno agiata della popolazione non ha un’elevata mole di redditi da investimento.

Insomma, tra ricchi e poveri, questa è diventata l’economia del “disaccordo”. Non possiamo che attenerci alle decisioni delle Banche centrali, all’andamento dei cambi e cercare di sbrogliare la matassa di pensieri che hanno preso il sopravvento, ormai, anche sulla più elementare logica. Una cosa è poca ma sicura: certezze non esistono, semmai gli interessi non muoiono mai ed influenzano certamente i mercati ed il loro andamento.

L’articolo è stato scritto da Ines Carlone. Si tratta di un contributo esterno e non riflette la posizione ufficiale di Mercati 24.

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