FIAT: luci all’estero e ombre in Italia

Continua in questi giorni la grande scalata di FIAT alla Chrysler. In questi giorni passerà di mano un’altra tranche di azioni, pari al 3,3% del capitale sociale, mentre si attendono le decisioni della magistratura americana sul prezzo da pagare per le prime due tranche. Avere a che fare con il sindacato non è mai facile, nemmeno in America. Ma almeno lì c’è una giustizia certa, che decide in tempi rapidi e che può dare subito una risposta.
E FIAT ha comunque dimostrato di avere una grandissima vitalità, una grandissima capacità di creare valore malgrado la crisi e malgrado il settore auto sia saturo.
Eppure in Italia le cose non vanno proprio. Le frangie più estreme della sinistra e dei sindacati, con qualche appoggio ecclesiale, cercano in tutti i modi di ostacolare il cammino dell’azienda verso il risanamento.
In pratica FIAT è diventata una sorta di bersaglio mobile per tutti coloro, per qualunque ragione, hanno in odio il capitalismo industriale.
Il problema è che, di questo passo, Marchionne sarà costretto a fare l’unica cosa sensata: fondere FIAT con Chrysler e spostare la sede negli USA. E con questo l’Italia avrà perso uno degli ultimissimi player internazionali, una delle ultime multinazionali con sede in Italia. I sindacati e la sinistra più estrema saranno contenti (forse) ma l’Italia avrà perso.
Tutta l’Italia, non solo i lavoratori che perderanno il lavoro. Anzi, questi ultimi non avranno di certo di che lamentarsi: otterranno un paio di decenni di cassa integrazione in deroga, così da poter lavorare tranquillamente in nero con la certezza di un reddito aggiuntivo pagato con le tasse di imprese e lavoratori autonomi.
Che bella prospettiva!

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