Il grande crollo dei paesi emergenti

crollo paesi emergentiLa crisi qualche volta porta anche delle belle notizie. In questi giorni i cosiddetti paesi emergenti stanno subendo un crollo senza precedenti. Partiamo dal caso della Turchia, dove la banca centrale è dovuta intervenire con fermezza, aumentando in modo pesantissimo i tassi di interesse overnight, per bloccare un’emorragia di valuta pregiata che rischiava (e rischia) di mettere definitivamente in ginocchio il paese.

Il fatto è che durante gli anni in cui la FED ha allegramente inondato di liquidità il mercato (infischiandosene di chi ha sempre messo in evidenza i rischi di queste operazioni demenziali) i capitali in eccesso si sono spostati in paese periferici, detti emergenti (anche se probabilmente non lo sono) alla ricerca di elevati rendimenti.

I dollari stampati allegramente da Bernanke e compagni di merende sono finiti in Turchia, India, Sud Africa ad alimentare una bolla speculativa senza precedenti scambiata per sviluppo.
Adesso che la FED sta per essere costretta dalle circostanze a rallentare un po’ le sue rotative, questi capitali tendono a tornare a casa, giustamente, E la fuga dei capitali indebolisce le valute dei paesi periferici e porta ad un’ulteriore fuga, in una spirale evidentemente senza fine.

Il problema è che i politici locali non hanno approfittato dell’abbondanza dei capitali per fare riforme e per garantire uno sviluppo sano e finanziariamente sostenibile ai propri Paesi. Viceversa, hanno continuato con una politica di panem et circenses che ha garantito loro consenso che altrimenti non avrebbero avuto.

Adesso che i nodi vengono al pettine le economia della Turchia, dell’India, del Sud Africa e del Brasile si trovano esposte alla tempesta valutaria. Ma non è colpa della speculazione cattiva.

Per prima cosa, i capitali che fuggono sono capitali che sono arrivati solo e soltanto per una politica espansiva demenziale. Non dovevano essere li, quindi adesso non si può accusare qualcuno della loro mancanza. Il tapering è una politica non solo sacrosanta e necessaria, ma anche pesantemente in ritardo.

In secondo luogo, la colpa della crisi è da attribuire esclusivamente a governi corrotti e incapaci come quello del Sud Africa, dell’India e della Turchia o offuscati dall’ideologia come quello Brasiliano.

Adesso i nodi vengono al pettine ed è giusto che sia così: è questo il ruolo positivo delle crisi! I paesi emergenti devono attuare una stretta fiscale e monetaria. Le autorità monetarie si sono mosse in maniera corretta. In Turchia hanno aumentato decisamente il tasso di sconto, in India addirittura il governatore della Banca Centrale ha assunto il meritorio ruolo di pungolo del governo. Viene da chiedersi, però, dove fossero negli anni delle vacche grasse, quando venivano esaltate le magnifiche sorti e progressive di uno sviluppo basato sull’argilla (in molti sulla melma per non dire di peggio, ma non sottilizziamo).

E poi c’è la Cina, il grande gigante che sembrava dovesse dominare il mondo e che invece nasconde al suo interno il cancro di un’attività finanziaria eccessiva, fuori controllo e soprattutto spesso esercitata al di fuori del circuito bancario regolamentato.
C’è troppo debito in Cina, debito emesso per finanziare il tumultuoso sviluppo degli ultimi 20 anni. Alcune delle entità finanziarie non convenzionali e delle banche sono sull’orlo del default. Fino ad oggi il governo è riuscito a evitare default di massa anche perché ha costretto le entità finanziarie più forti a farsi carico dei default delle entità periferiche.

Ma i nodi stanno per venire al pettine anche li e quindi prima o poi ci saranno default a catena che mineranno la solidità finanziarie a le potenzialità economiche del gigante cinese.

Il governo potrebbe intervenire direttamente, facendosi carico dei debiti, ma in questo caso l’appesantimento del bilancio pubblico sarebbe comunque un freno per lo sviluppo economico del gigante asiatico.
Insomma, qualunque cosa succede la Cina è destinata a dover sottostare ad un periodo di cura dolorosa. La cosa migliore che il governo può fare è lasciare andare in default le aziende che lo meritano, in modo da poter ricominciare poi a crescere in modo sostenibile.
Ma si sa che non sempre i governi fanno le cose migliori.
Che cosa succederà all’Occidente? Probabilmente ci eravamo illusi troppo presto che la crisi era arrivata alla fine e ci aspettano ancora anni di vacche magre. Dopo tutto nel 2012 la Merkel lo aveva detto che ci aspettavano ancora 5 anni di crisi. Probabilmente la crisi non finisce prima del 2017, a patto di fare le riforme e di rimboccarsi le maniche per lavorare duramente.

E l’Italia? L’Italia non riesce a fare una legge elettorale decente, figuriamoci se può fare le riforme necessarie che comportano necessariamente alleggerimento dei privilegi di alcune caste garantite.
E per quanto riguarda la voglia di lavorare, in Italia c’è tanta voglia di reddito di cittadinanza, soldi gratis senza lavorare…non stiamo messi bene.

2 Responses to Il grande crollo dei paesi emergenti

  1. Conte Zio ha detto:

    Articolo veramente magistrale, finalmente senza valanga di dollari questi paesi cadranno uno a uno come castelli di carta mal costruiti.

  2. Pietro Spada ha detto:

    Bellissima analisi, era arrivato il momento ormai di fermare il quantitative easing, siamo già in ritardo perché le conseguenze nel lungo periodo saranno devastanti.

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