Jobs Act, cosa è cambiato dopo sei mesi

Sono passati proprio oggi sei mesi dal varo dell’insieme di misure pensate per rivitalizzare l’occupazione, ovvero il famoso Jobs Act di Renzi: il bilancio parziale di ciò che è successo mostra luci e ombre. Dopo sei mesi con il nuovo contratto a tutele crescenti, i lavoratori italiani stanno meglio o peggio? E, soprattutto, il cuore della riforma del lavoro del governo Renzi ha funzionato per avvicinare i giovani e i meno giovani al mondo del lavoro? La risposta è nì.

Infatti, il tasso di disoccupazione dei giovani è al massimo storico: 44,2%, così come il tasso di occupazione dei giovani è al minimo storico: 14,5%. A giugno di quest’anno – ultimi dati Istat a disposizione – si sono persi ben 40mila posti rispetto al 2014 e si sono aggiunti 85mila disoccupati.

Ma è giusto dare tutta la colpa al Jobs Act? Difficile dirlo, con un Pil italiano che da pochissimi mesi è positivo (+0,2% nel secondo trimestre, +0,7% atteso per l’anno). Dopo sei mesi dall’entrata in vigore del primo degli otto decreti attuativi previsti dal Jobs Act, però, non si può neanche dire che Renzi abbia fatto miracoli (gli ultimi quattro decreti attuativi sono attesi in settimana).

Eppure dire, come ha fatto il ministero del Lavoro Poletti la settimana scorsa, che nei primi sette mesi del 2015 sono stati creati 117mila contratti a tempo indeterminato e 210mila trasformazioni, non vuol dire che è aumentata l’occupazione. Cambia invece il rapporto di lavoro: un po’ meno precario, un po’ più stabile.

“Renzi l’ha lanciato [il Jobs Act, ndr] dicendo: le imprese non hanno più alibi. Ma per assumere, non per creare contratti meno precari”, ricorda Michele Tiraboschi, ordinario di diritto del lavoro all’università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore scientifico di Adapt. Invece, continua Tiraboschi, non è andata proprio così.

L’emergenza, per Tiraboschi, è quella di aumentare l’occupazione. “In Italia lavorano solo 55 persone su 100, in Germania e Inghilterra 80. In questo, la riforma è fallita. Come pure sulla flexsecurity. La promessa era: se perdi il posto, vieni ricollocato. Invece si è tolto l’articolo 18 senza costruire la sicurezza sul mercato del lavoro. Vogliamo parlare dell’abuso di stage e lavoro nero? E poi l’imprenditore ora può fare quello che vuole: prende gli sgravi, licenzia pagando quattro mensilità, controlla a distanza e demansiona”.

Più positivo, in merito, il senatore PD Pietro Ichino: l’aumento dell’occupazione potrà venire solo da un aumento degli investimenti e dei consumi, che non possono seguire immediatamente la riforma. Insomma, serve tempo. La riforma, comunque, sta “mutando in meglio la qualità dell’occupazione: per la prima volta, dopo due decenni di auspici e discussioni, si sta facendo qualcosa di serio e di efficace per superare il dualismo tra protetti e non protetti nel mercato del lavoro”.

I sindacati restano critici. Secondo la Cgil, “l’unico effetto tangibile del Jobs Act deriva dal bonus previsto in legge di Stabilità. Dopodiché, la precarietà non si riduce”. Si riducono, invece, i diritti di tutti.

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