L’Italia ha perso 104 mila aziende in un anno


Il 2012 è stato davvero un anno orribilis per l’economia italiana: oltre alla crisi del debito sovrano, lo spread alle stelle, la disoccupazione, si è registrato il rercod assoluto per le chiusure di aziende: ben 104.000 aziende hanno chiuso i battenti, con conseguenze devastanti. Perché quando un’azienda chiude è tutta la società a perderci, non solo l’imprenditore che magari ci ha profuso le migliori energie della sua vita. Lo Stato, prima di tutto, perde una fonte di imposte a costo zero, si perdono posti di lavoro, persino il tessuto sociale del paese si impoverisce.
E’ un dato drammatico che purtroppo non trova adeguato spazio sui mezzi di comunicazione e che, purtroppo, è completamente assente dalla campagna elettorale.

E’ importante riflettere sulle cause di questa emorragia che sta dissanguando il tessuto produttito del paese. Sicuramente la crisi sta pesando moltissimo ma, purtroppo, ci sono altri fattori che hanno un effetto determinante. Pensiamo, ad esempio, alla pressione fiscale che è arrivata alle stelle e che impedisce alle aziende di crescere: se l’azienda deve pagare una quantità spropositata di tasse non può fare investimenti.

Il sistema fiscale italiano è tutto una grande anomalia. Prendiamo gli studi settore che impongono alle piccole aziende di pagare delle tasse su un fatturato presunto in base a dei modelli elaborati da qualche mandarino con ricchissima prebenda ministeriale. Molte aziende sono costrette a dichiarare più di quello che effettivamente guadagnano per essere congrue e coerenti ed evitare la visita degli ispettori del fisco. Il bello è, infatti, che in Italia non vale la norma fondamentale del diritto occidentale per cui si è innocenti fino a prova contraria. In ambito fiscale si è sempre colpevoli, salvo dimostrare il contrario. Ecco quindi che le aziende più in crisi sono tartassate, dovendo pagare persino più tasse del dovuto, e sono costrette a chiudere. Paradossalmente il sistema bizantino degli studi di settore consente alle aziende ricche e sane, che fanno utili a palate, di pagare meno.
Una volta raggiunto il livello minimo per essere congrue e coerenti, passano a fatturare in nero.

E se questo meccanismo astruso non basta, abbiamo anche l’anomalia tutta italiana dell’IRAP, un’imposta pesantissima che colpisce persino le aziende che sono in perdita e che, in più, colpisce soprattutto le aziende che assumono. In un momento in cui l’Italia ha disperato bisogno di aziende che creano lavoro, l’IRAP porta le aziende a non assumere.

Il sistema bancario italiano, con le sue immense problematiche per ora nascoste sotto il tappeto, non può fornire ossigeno finanziario alle imprese perché i crediti in sofferenza, spesso concessi ad amici o ad amici degli amici come nel caso della Banca Popolare di Milano, sono davvero elevatissimi. E questo lo diciamo senza nemmeno andare a considerare le condizioni, come quelle di Monte dei Paschi di Siena, frutto di premeditate attività criminali.

Le banche hanno prestato soldi a persone o aziende che non lo meritavano e difficilmente li rivedranno indietro. Alcune si sono avventurate in operazioni bizzarre e costosissime. Il risultato è che non ci sono soldi da prestare per le aziende potenzialmente sane, ma che avrebbero bisogno di un po’ di ossigeno finanziario per andare avanti. Senza contare di quelle che potrebbero mettere in campo investimenti produttivi: tutto è fermo, perché le banche non possono prestare denaro.

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