Lo spread della competitività che l’Italia non riesce a colmare

Lo spread di cui si parla di solito è la differenza tra i rendimenti dei nostri titoli di stato e quelli tedeschi. Sono soldi veri, soldi che escono dalle nostre tasche e quindi è bene parlarne e fare di tutto per cui scenda. Ma c’è un altro spread di cui ci occupiamo poco e che è, forse, ancora più importante, di cui parliamo poco. E’ lo spread della competitività, la distanza tra la competitività del nostro sistema e quella dei nostri partner e concorrenti europei. E non pensiamo che sia una differenza solo con i paesi virtuosi come la Germania. Persino la Spagna e la Grecia stanno guadagnando competitività, noi no.

In pratica stiamo perdendo competitività rispetto ai due grandi gruppi di paesi che costituiscono l’Unione Europea: i paesi virtuosi e quelli che invece sono in difficoltà finanziaria.

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Il fatto è che tutti i paesi in difficoltà hanno fatto riforme vere che hanno per prima cosa tagliato la spesa pubblica. E questo ha senza dubbio aiutato molto la ripresa della competitività.

In Italia non si è fatto nulla per diminuire questo spread, si è puntato solo a salvare il bilancio pubblico, con risultati drammatici per i cittadini che hanno dovuto vedere aumentata, ancora una volta, la già alta pressione fiscale.

Ma la spesa pubblica è aumentata, invece di diminuire, malgrado la qualità dei servizi per cittadini e imprese sia ulteriormente peggiorata. In pratica ci troviamo con un livello di servizi da paesi del terzo mondo che però costano alla collettività come il perfetto welfare state che è offerto dai paesi scandinavi.

Una situazione che sta aggravando, giorno dopo giorno, la situazione delle imprese italiane che sono costrette a competere sui mercati internazionali con le armi spuntate. Anche perché non è solo un problema di tasse troppo alte e servizi inesistenti.

Pare che la burocrazia faccia di tutto per ostacolare chi voglia veramente produrre e lavorare. Ma questo si spiega con il fatto che gli apparati burocratici sono ipertrofici e devono in qualche modo giustificare la propria esistenza.

E poi c’è la questione della corruzione: se si inventa un ostacolo, è sempre possibile farsi pagare per rimuoverlo velocemente. E si va dai 20 euro che chiede l’impiegato del catasto (documentato da noti programmi televisivi di denuncia) ai migliaia di euro che può chiedere un dirigente.

Insomma, oltre ai problemi finanziari ci sono anche quelli dovuti alla corruzione, un cancro che pervade tutta la pubblica amministrazione italiana e che nessuno fa niente per estirpare.

La rottamazione, probabilmente, non serve solo in politica: si dovrebbe rottamera anche la pubblica amministrazione.

Vincenzo Colonna

2 Responses to Lo spread della competitività che l’Italia non riesce a colmare

  1. Cinzia Ruotolo ha detto:

    L’Italia è una repubblica antidemocratica basata sulla corruzione.

  2. Conte Zio ha detto:

    Purtroppo le imprese italiane hanno al momento una scelta da fare: Chiudere subito o trasferirsi

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