PokerStars si mette d’accordo con il fisco italiano

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Per comprendere le vicende che interessano la società PokerStars e il fisco italiano dobbiamo risalire al 2011, anno in cui le autorità italiane decisero di sequestrare i conti correnti dei portali di giochi on line. La ragione andava ricercata nel fatto che la società, che ora fa parte del gruppo Amaya ed è quotata sul Nasdaq, disponeva delle autorizzazioni necessarie per raccogliere il suo banco di scommesse, ma si trovava a detta delle autorità in una posizione di insolvenza nei confronti dell’erario italiano.

In particolare, le autorità si erano imposte di colpire la stabile organizzazione di PokerStars nel nostro paese, ovvero il fatto che l’azienda disponeva e dispone tutt’ora di mezzi, di risorse umane e di una rete di affari tali che richiedono il versamento delle imposte nel nostro paese. Gli affari della società erano però domiciliati a Malta, un paese che sappiamo godere di favorevoli regimi fiscali per le aziende che scelgono di localizzare lì la loro sede.

Il fisco italiano aveva quindi chiesto il versamento di ben 300 milioni di euro per ‘sistemare’ la questione. Si tratta, euro più euro meno, di quanto è stato versato da Apple per regolarizzare la posizione nel nostro paese e di una cifra che si avvicina a quella che è stata chiesta a Google. Il risultato è stato molto inferiore alle aspettative, in quanto l’erario è riuscito ad ottenere solo 5.9 milioni di euro di pagamento delle imposte, che si presuppone essere già qualcosa in confronto al nulla che la società voleva versare.

Il principio è sempre lo stesso, ovvero grandi società di capitali straniere che vantano la loro sede fiscale in paradisi quali Malta, Irlanda e anche paesi oltreoceano, lavorano nel nostro paese senza pagare nulla di tasse, anche se la loro struttura in Italia è, a tutti gli effetti, quella di una vera e propria azienda. I fattori che lo rivelano sono la presenza di una filiale, di personale che vi lavora, ma soprattutto di una capillare rete commerciale, tutti presupposti che rendono operative al 100% le società nel nostro paese al pari di tante aziende che hanno in Italia la loro sede fiscale e che sono quindi chiamate a versare puntualmente i tributi alle casse dell’erario.

La vicenda si era rivelata particolarmente interessante, perché a differenza di Apple, la corte aveva inizialmente dato ragione a PokerStars dimostrando l’incompatibilità fra il concetto di stabile organizzazione e quello di business immateriale, perché sulla carta la società non vende prodotti, ma la possibilità di giocare online. La legge di stabilità ha quindi deciso di ovviare a questa situazione, introducendo una procedura che accerta la stabile organizzazione anche in caso di società che si occupano di giochi on line, in quanto operanti medianti centri di trasmissione dati che possono a tutti gli effetti essere considerati fisici. Si tratta di una ‘via di mezzo’ che ha potuto portare allo Stato non il completo pagamento delle imposte dovute, ma che in un caso particolare come questo ha permesso di recuperare un po’ di somme che entreranno felicemente a fare parte delle casse dell’erario.

One Response to PokerStars si mette d’accordo con il fisco italiano

  1. Conte Zio ha detto:

    Insomma, una pagato la tangente al fisco, come si fa con la mafia. Che poi Malta o l’Irlanda siano paradisi fiscali non mi risulta da nessuna parte. L’unica lista di paradisi fiscali ufficiale è quella stilata dall’OSCE (black list). E Malta e Irlanda non ci sono.

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