Politica monetaria accomodante: Policy maker o taker?

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Desta riflessioni a chi si interessa di economia, uno degli ultimi comunicati diffusi dall’agenzia Bloomberg:

“Riconosciamo che la politica monetaria accomodante nelle economie avanzate deve essere normalizzata, in linea con una crescita più forte…Ci impegniamo a sviluppare misure concrete per rafforzare significativamente la crescita globale, mantenendo la sostenibilità di bilancio”.
Un attento lettore si chiederebbe cosa voglia dire: “Normalizzazione della politica monetaria accomodante”. In effetti, quando si parla dell’economia utilizzando il gergo dell’attualità (di specie se con qualche licenza giornalistica), si potrebbe concentrare l’attenzione su termini e dettagli, magari scritti o detti di sfuggita che non hanno niente a che vedere con la scienza economica.

Si sta assistendo, da parte e dell’Europa e dell’area extra-comunitaria, ad un forte stimolo delle leve di politica monetaria. Quest’ultime, per logica elementare, se non si volesse avere una cognizione matematica della dimensione economica (complessa stilizzazione dei nessi causali), possono essere rappresentate da interventi in senso stretto (modifica della massa monetaria messa in circolo nell’economia reale) o in senso lato (modifica del costo del denaro, incidendo sui canali in diretta interazione con i risparmiatori, gli investitori, le imprese ed i consumatori. Uno di questi canali è rappresentato dalle banche).

Uno degli interventi in senso lato più seguiti, soprattutto come emerge dalle recenti manovre, è l’abbassamento del tasso di interesse, principale indicatore di riferimento per il costo di approvvigionamento del denaro.

Ciò è continua policy da parte di:
Europa: Si è proposto, a seguito dell’ultima riunione del G20, di far scendere sotto zero i tassi sui depositi marginali che riguardano la liquidità delle singole Banche Nazionali, giacente presso la Banca Centrale.
Stati Uniti: Le ultime politiche della Fed sono volte a far scendere sotto zero i tassi d’interesse. Bisogna, poi, considerare che il dollaro non risente del problema della carenza della domanda estera per i canali usuali di import/export (ad es. petrolio). Ciò che si cerca di stimolare, piuttosto, è la domanda interna.
A parità di policy, gli economisti definiscono keynesiana, la ricetta adottata dagli Stati Uniti (il deficit spending non è ben visto dall’Europa) e maggiormente prossima al monetarismo (forte concentrazione sulle variabili strutturali, quali i risparmi e gli investimenti; logica di controllo della dimensione economica) quella adottata in Europa.

Ultimamente, grande attenzione si sta ponendo all’Economia Danese, sulla base delle seguenti premesse:
Il rispetto dei vincoli di bilancio, stabiliti nell’area Europea (Debito/Pil < 50%), è stato alla base di un’espansione tattica del deficit di bilancio pubblico, sino a raggiungere il 45%.La variabile portante dell’Economia non è tanto stata rappresentata dai consumi interni, quanto dai risparmi privati. Gradualmente, si cerca di rilanciare gli investimenti privatiL’adesione alle politiche Ue è stata effettuata mantenendosi all’esterno dell’UE e conservando la valuta nazionale (la Corona Danese). A differenza che nei primi due casi, lo strumento del Tasso di interesse non è funzionale alla ripresa della domanda interna, quanto al sostenimento della Valuta attorno ad una banda centrale. La forza della moneta è, in questo caso, vista come un bene. La svalutazione della moneta rispetto alla valuta estera (euro) sottintende che maggiore è la quantità di corone che ci vogliono per avere un euro. In tal modo, si stimola la domanda estera, e così via.La distinzione fondamentale che si effettua quando si opera sullo scenario economico è tra chi reagisce ex-post alle dinamiche economiche endogene (policy taker) e chi invece cerca di dargli una direzione d’onda (policy maker), sempre volendo prestare fede a tutti gli aggregati empirici prodottisi nell’economia reale ed oggetto di studio continuo. Verrebbe, però, da dire, osservando le diverse politiche di Stato, che l’attuale sistema economico ha indotto una concorrenza tra economie e, di conseguenza, tra valute, i cui interessi sono di natura extra-economica. A tal punto, è così ragionevole proporsi una convergenza comune, a partire dalle reciproche differenze (ad es. l’India, rispetto all’Italia, ha dei vantaggi in termini di materie prime disponibili sul territorio ma fondamentalmente non si può dire che sia più sviluppata dell’Italia, e ciò malgrado la crisi economica)?Il dibattito sull’economia è come il dibattito sulla finanza. Anche in quest’ultimo caso, c’è chi crede nei fondamentali e cerca di stimare, sulla base delle ultime evidenze, il movimento degli oggetti di scambio (titoli, valute). Ad es. tenendo conto di tali preferenze espresse di politica economica, si può prendere spunto per investire nel Forex, senza che ciò non ci possa riservare brutte sorprese. Alla luce di quanto detto, la Corona Danese è svalutata nei confronti dell’Euro. Ed infatti, come emerge dalle rilevazioni più recenti: Cambio Euro/Corona Danese = 7,46225. Ciò vuol dire che per ottenere 1 euro, ci vogliono 7,46225 corone danesi. Qui, lo scarto è più lampante Cambio Euro/Dollaro = 1,3747. Per ottenere 1 euro, ci vogliono 1,3747 dollari. Gli Usa cercano di deprezzare la moneta ma, rispetto alla Danimarca, vantano di rapporti commerciali esclusivi che non determinano mai un deprezzamento della moneta, nelle intenzioni volute. Come si vede, le previsioni nel mondo della finanza, ed in particolare nel mondo del Forex, sono agganciate allo scenario economico, e non possono mai essere prive di fondamento. Vi può piuttosto essere un problema di informazione incompleta da parte di chi investe e ciò è alla base dell’errore. Chi non crede nei fondamentali, in tale caso, imputerebbe le cause dell’errore a tutto un altro ordine di fattori che esulano dal discorso dell’economia. E’ ancora più semplice, così, accumulare grosse perdite impreviste.

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