Rapporto tra rating ed economia

Un articolo interessante, pubblicato tempo fa su un sito non più disponibile che adesso ripropongo qui:

Le agenzie di rating, in base all’ondata dei recenti aggiornamenti, sembrano voler premiare l’Eurozona, ed in particolare la politica dell’Europa.
L’ultima proviene proprio da una delle agenzie di rating più nota sullo scenario internazionale: Moody’s. Ha confermato una bella Tripla A per l’Europa passando l’Outlook dalla precedente valutazione negativo alla valutazione stabile.

Un osservatore esterno direbbe che le critiche nei confronti dell’Europa sono infondate e destinate ad essere seppellite dai risultati tangibili (tassi di disoccupazione, livello di crescita del Pil, gestione delle finanze pubbliche..). Insomma, per Moody’s l’Europa si prospetta come più affidabile.

Un’altra delle agenzie di rating, tra le più note, vede positivamente l’Italia, di specie riguardo alla ripresa della crescita del Pil (Prodotto Interno Lordo), fatto salvo per i tassi di disoccupazione, per i quali è vista come meno probabile una loro diminuzione. E’ quanto emerge dal “Global Economic Outlook” sull’Italia pubblicato dall’agenzia di rating Fitch.

Viene, inoltre, considerata, un po’ all’unanimità da tutte le agenzie di rating, improbabile l’apertura di una spirale deflattiva, in quanto le politiche sul debito contrastano con tale obiettivo di politica interna, essendovi lo spauracchio dell’aumento del valore reale del debito. L’inflazione europea è a livelli bassissimi e sembra non accenni ad aumentare ma ciò è dovuto alla difficile ripresa economica che sta coinvolgendo tutta l’euro-zona, spaccata a metà tra le regole alla base del suo operato e i fabbisogni di liquidità, sempre più stringenti, che richiedono i vari Stati Membri. E’ comprensibile come il deficit spending faccia parte di un’ottica del Leviatano, difficilmente comprensibile, se non ribaltando il discorso sul piano della politica monetaria (apprezzamento o deprezzamento del cambio variabile, mantenimento del cambio fisso). Quello che è stato diversamente interpretato dall’Europa è la necessità di coniugare, sul fronte delle legittime diversità tra un paese membro e l’altro, politica monetaria e politica fiscale, sul piano dei fabbisogni localistici. La politica monetaria è unica e sembra improntata a mantenere una moneta forte che non accenna a voler diminuire.

Il tasso di cambio euro/dollaro non mostra, però, un allontanamento del Super Euro dal dollaro di rilievo, tenuto conto della ripresa occupazionale degli USA che mantiene lo spread Valuta Euro/Valuta dollaro a livelli stabili.
Risulta difficile credere nei fondamentali dell’economia, adottando l’ottica aziendale, anche per gli Stati, dato che sul tavolo di battaglia vi sono quasi sempre interessi politici, nonché il rapporto tra lo Stato e la politica estera.

E’ chiaro che, nonostante l’indubbia imparzialità del rating, si possa creare un meccanismo di influenza che arrivando a tangere le aspettative degli operatori, possa giungere sino al cuore della solidità di uno Stato. Sembra che la crescita economica stenti a decollare in buona parte dell’Euro-zona (le statistiche delle industrie e delle aziende che hanno chiuso le attività e hanno dovuto procedere a licenziamenti massivi non sono indifferenti, la disoccupazione è un problema anche della Germania che sembra l’astro della perfezione) ma gli investitori privati continuano a domandare Euro, gli investitori istituzionali statunitensi hanno disinvestito nei paesi dell’economia emergente e si sono spostati verso l’Europa, i rendimenti dei titoli pubblici sono al minimo storico ma i risparmiatori in Europa sono sempre attratti dai titoli di debito pubblico. Insomma, sembra che tutto proceda per il meglio.

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