Renzi: “Abbasseremo le tasse”. Ma è possibile?

Quando sentiamo ripetere: “Le tasse verranno abbassate”, non ci si crede più perché ormai la priorità non è il quantum, ma una riqualificazione dell’intero sistema fiscale, in modo che ciascun contribuente paghi per la sua effettiva capacità contributiva.

Siamo prossimi alla scadenza dell’acconto Tasi e ci sorge spontanea qualche riflessione. La direzione che è stata data al sistema fiscale, sempre nell’intento di dare una forma “federata” che, però, non si è rivelata tale, è quella di garantire una maggiore discrezionalità, anche relativamente al quantum, alle singole amministrazioni comunali.

L’incertezza regna sovrana, allora, dato che ogni singola amministrazione si è organizzata come più gli pareva, a seconda della salute di bilancio e dei nuclei famigliari residenti. Di conseguenza, non tutti hanno previsto gli stessi criteri di detrazione (reddito, rendita catastale, figli a carico, età…) ed alcuni non ne hanno appunto previsti alcuni.

Abbiamo assistito ad un elevato grado di dispersione fiscale tra Nord e Sud che ci ha fatto avere un’idea del federalismo, come è nell’immaginario di quelli che volevano dividere l’Italia in due, creando tante frange separatiste ed indipendentiste. Ma come si fa a chiamarlo federalismo, questo?

Quindi, quando Renzi dice “Abbasseremo le tasse”, molto probabilmente si riferisce non solo all’Iva e l’Irpef ma anche a tutti quei balzelli che i singoli comuni, e lui lo sa bene essendo stato sindaco, si sono visti, in alcuni casi costretti (almeno è quello che si dichiara), ad applicare tra le aliquote più alte.

Forse, non eravamo pronti per approcciare tale impulso alle autonomie locali e molto probabilmente non lo saremo mai.

Col silenziatore ogni volta, viene sparata la pallottola “fattori culturali” per ogni cosa che non trova approdo nel nostro paese, si tratti di troppe coalizioni d’interesse, oppure semplicemente di nostre abitudini. Ma come pretendere il cambiamento?

Il nostro sistema fiscale va bene così oppure va rivoluzionato dalla base? Il problema che spesso si riscontra nel nostro paese è, in realtà, quello di non riuscire spesso a determinare la capacità contributiva effettiva di ognuno. Il patrimonio, in quanto stock, non dovrebbe riflettere la capacità di ogni soggetto contribuente a versare un contributo-flusso e potrebbe porlo in difficoltà, a condizione che non sia volto alla produzione di reddito (ed in questo caso sarebbe tassato, sotto forma di reddito). Ma si è come ritornati ad associare il reddito al patrimonio, nell’intento di monitorare la circolazione della ricchezza monetaria e non. Il nuovo Isee 2015 dovrà riportare l’indicazione anche del saldo C/C, o almeno queste sono le ultime indiscrezioni.

Uno dei principali nei del fisco per alcuni versanti del fronte contributivo è certamente rappresentato dalla “presunzione” di reddito.

Forse, l’unico modo per ridurre le tasse è scavare sin alle radici, anziché lavorare su un sistema di “ammortizzatori sociali” per i dipendenti privati (sinistra moderata e riformista), e magari semplificarlo al massimo.

Ad esempio, il sistema di imposizione fiscale statunitense è semplificato al massimo con una o poche tasse e con la possibilità del cittadino di adempiere in soluzione unica al debito verso lo Stato.  Il nostro, invece, sta prendendo la configurazione a “macchie di leopardo” e dato che il governo centrale ha dato ampia discrezionalità ai singoli comuni di intervenire sul carico fiscale del singolo cittadino, disciplinando gli sgravi eventuali, non si capisce come si possa fare un passo indietro asserendo “Ridurremo le tasse”, se non modificando la radice dei nostri usi.

E’ accolta con grande perplessità la proposta di riforma dei nuovi minimi per gli autonomi e gli imprenditori. Il regime dei minimi ha coinvolto negli ultimi tempi un grande numero di nuovi iscritti, soprattutto tenuto conto dell’aliquota agevolata (5%). Si è trattato di tutti quei liberi professionisti, da tempo, con un reddito inferiore a 30.000 euro o di persone che, essendo rimaste senza lavoro, avevano iniziato un mestiere (ad es. artigiano), o anche di giovani piccoli imprenditori.

Ora si sta pensando di revisionare tutto, creando un’aliquota unica (il 15%), eliminando il regime dei minimi, ed introducendo il regime forfettario ed il regime semplificato. Quest’ultimo sarà caratterizzato da nuovi metodi di imposizione.

Mentre con il regime forfettario (reddito da 25.000 a 55.000) si rimarrà, per così dire tradizionalisti, applicando un criterio “presuntivo” (organizzazione dell’aliquota a seconda di ciò che emerge dagli studi di settore di quanto presumibilmente si dovrebbe guadagnare) con il regime semplificato si cerca di adottare una nuova regola: far pagare in base ai corrispettivi realmente incassati (chi emette gli scontrini fiscali, molto probabilmente li comunicherà istantaneamente all’agenzia delle entrate). E non bisognerà preoccuparsi di altre tasse, come Iva ed Irap che vengono applicate per gli altri tipi di regime fiscale. A dire il vero, siamo propensi a riporre buone attese in tale “semplificato sperimentale”, ma bisogna poi approfondire nel concreto la nuova riforma che si prospetterebbe.

Insomma, quello che ci si chiede è se non siamo abituati, sul fronte tasse, a complicarci troppo la vita (altro che regime semplificato!) e forse quei “fattori culturali” di cui tanto si parla non fanno riferimento solo ai gruppi di interesse o alla “cultura” (percezione di schemi di vita) del cittadino ma alle istituzioni stesse ed alla nostra stessa cultura più tipica, in cui l’astratto, la certezza del diritto ha sempre la priorità rispetto al concreto. Ed allora, a qual pro, si afferma di voler seguire il modello Usa se poi, alla radice, non lo si vuole applicare, se non in termini riduttivi (per quello che si voglia intendere flessibilità)? L’ultima nuova vuole che si separi, sempre in virtù della certezza, il reddito personale da quello d’impresa. In termini di pura logica, non fa una piega ma perché continuare a cercare “l’ago nel pagliaio”, a scanso di quella semplificazione che forse non varia il gettito medio del singolo contribuente?

Clima di attesa anche sul fronte fiscale che forse non smetterà mai di crearci delle ansie, dato che è capitato in questa transizione verso le nuove autonomie, che non si sapesse neanche quello che bisognava pagare!

L’articolo è stato scritto da Ines Carlone e non riflette la posizione ufficiale di mercati 24

2 Responses to Renzi: “Abbasseremo le tasse”. Ma è possibile?

  1. Conte Zio ha detto:

    Gli italiani se ne vanno, se ne vanno i soldi (64 miliardi di euro hanno varcato il confine), ma ai parassiti tassatori non importa. Ora che non hanno più redditi da tassare, si sono messi a tassare i patrimoni. Poi quando anche quelli saranno finiti, allora sì che andranno in default. Ma sindacalisti e politici i conti all’estero ce li hanno da sempre, e se ne andranno. Lasciando l’Italia fallita in mano a bande di migranti e camminanti. Auguri.

  2. Kope ha detto:

    Mi vergogno di essere italiano, tutti leoni da tastiera ma quando si tratta di prendere in mano una spranga per andare a spaccare la faccia ai politici e ai sindacati non ci sta più nessuno…

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