SEAT Pagine Gialle non è morta?

Fanno riflettere le parole dell’amministratore delegato di Seat Pagine Gialle, Vincenzo Santelia, che ha dichiarato pubblicamente che la sua azienda non è morta. Ma se non è morta è uno zombi, forse la possiamo definire un morto che cammina con un’espressione tratta dal linguaggio politico degli ultimi giorni. Insomma, Santelia in un’intervista alla Stampa si vanta di aver avviato un processo innovativo che porterà l’azienda, entro 120 giorni, a presentare al tribunale un piano di rilancio che dovrebbe contenere anche operazioni straordinarie, oltre che un concordato con i creditori. Va tutto bene, ma io non ci vedo nulla di innovativo in questa procedura. Anzi. Concentriamoci su quello che significa concordato con i creditori: significa mettere una pistola alla tempia di chi ha prestato soldi a Seat e porre di fronte all’alternativa tra non pagare nulla e pagare qualcosa.

A me sembra una procedura che si inserisce perfettamente nella tradizione italiana: si fanno debiti e quando arriva il momento di pagare non si hanno i soldi e chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato. Proviamo a riepilogare il caso Seat in due parole: il Tesoro la vende per un pezzo di pane all’epoca delle privatizzazioni demenziali, dopo un po’ di passaggi l’azienda finisce nelle mani di alcuni fondi che la comprano a debito e poi si fanno staccare una mega cedola per coprire i debiti. Ovviamente Seat per staccare la suddetta cedola monstre (dividendo straordinario) deve indebitarsi fortemente.

crisi seat pagine gialle

E questo debito, con il tempo, si è dimostrato non sostenibile: in effetti se l’azienda avesse messo a frutto le sue immense potenzialità, capitalizzando il suo parco clienti sterminato che doveva essere portato correttamente sul web, avrebbe potuto farcela.

Adesso si va al concordato con i creditori: in pratica le banche che all’epoca avvallarono l’operazione del mega dividendo (e anticiparono il denaro per farlo) dovranno rinunciare ad una parte dei loro soldi. Insomma, una sofferenza in più che appesantisce ai già laceri bilanci delle banche italiane. E a pagare saranno, come sempre, le piccole imprese e i consumatori che si vedono ancora una volta costretti a pagare per gli errori di un sistema bancario incapace e piegato a logiche che di economico hanno ben poco. Perché pagheranno consumatori e piccole imprese? Perché il sistema bancario sarà costretto a restringere ulteriormente il credito. Certo l’operazione Seat è solo una goccia, ma di situazioni simili ce ne sono così tante che formano un oceano di sofferenze.

Dopo queste considerazioni, le parole trionfali di Vincenzo Santelia paiono decisamente fuori luogo. Forse anche nel 2014 l’azienda riuscirà a stampare la sua directory (forse). Ma la distruzione di valore è stata immensa e, ancor più grande, non si sono colte delle opportunità di sviluppo incredibilmente ghiotte.

Infine un appunto sull’operazione che ha portato all’acquisto Glamoo, una start up che si occupa di coupon e che è stata pagata parecchio in rapporto al valore dell’azienda (si parla di qualche milione di euro) e che secondo le altisonanti e trionfanti comunicazioni fatte al mercato e alla stampa dovrebbe essere in grado di rovesciare le sorti dell’azienda.

Senza considerare che la quota di mercato di Glamoo non è nemmeno comparabile a quella dei suoi concorrenti, molti analisti hanno decretato che il sistema dei coupon non è conveniente per i commercianti ed è destinato ad un rapido declino nei prossimi anni. Insomma, l’operazione di acquisto di Glamoo è avvenuta con tempismo perfetto, non c’è che dire.

Ma sappiamo bene come funzionano queste cose: l’operazione non viene considerata per le possibili sinergie, che pure ci sono (pensiamo alla possibilità per la rete di vendita SEAT di proporre ai piccoli commercianti di andare sul web con offerte per i consumatori) ma per far salire il titolo in borsa. E infatti il titolo SEAT tra comunicazioni trionfali al mercato (manco avessero distribuito un mega dividendo) e l’acquisizione di Glamoo ha avuto una fiammata niente male.

Vincenzo Colonna

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