Seat: racconto di un fallimento

Seat Fallimento


Abbiamo già parlato ieri di Seat, una gloriosa società italiana che dopo decenni di storia, è stata fondata nel 1926, finisce nel peggiore dei modi, portando i libri in tribunale. L’articolo di ieri è stato scritto di getto, quasi con rabbia possiamo dire, visto che un altro gioiello dell’economia italiana è stato perso. Oggi cerchiamo di andare a fondo, analizzando a grandi linee tutte le operazioni (e le mancate operazioni) che hanno segnato la vita di questa azienda.

La privatizzazione
Tutto parte da una privatizzazione partita con il piede sbagliato e, soprattutto, fatta a prezzi stracciati come di solito avviene in Italia: nel 1096 il Tesoro, allora proprietario incassa solo 1.643 miliardi di lire (circa 850 milioni di euro) da Ottobi, cordata composta da Telecom Italia, Bain capital, Banca Commerciale Italiana (la COMIT non ancora inglobata nel grande Moloch Banca Intesa), De Agostini (gruppo molto presente in settori chiave dell’economia italiana), Investitori associati, Bc Partners, Cvc, Abn Amro ventures e Sofipa.
Seat Pagine Gialle aveva a disposizione un mercato immenso, quello delle directory, che gestiva in modo monopolistico, dove praticamente non aveva concorrenti (e quei pochi che hanno provato a farle concorrenza come Mondadori con le sue Pagine Utili hanno dovuto chiudere baracca).
Insomma, la cordata Ottobi ebbe dal Tesoro (e quindi da tutti noi) un bel regalo ma, almeno, l’operatività dell’azienda non ne fu danneggiata, anzi, il fatto di liberarsi dalle vecchie logiche di spartizione partitocratica portò l’azienda, sotto la guida dell’allora AD Lorenzo Pelliccioli, a vette di profitto difficilmente immaginabili prima. Ed inizia anche l’era di internet, con l’acquisizione del portale Virgilio.

Il passaggio a Telecom
Passano velocemente i 4 anni e arriviamo finalmente al 2000, anno in cui Telecom, con una mossa a sorpresa, prende il controllo totale dell’azienda pagandola cara, molto cara: ben 13 mila miliardi di lire, più di 8 volte il valore di privatizzazione. Ora, anche ammettendo che il prezzo a cui venne venduta a Ottobi dallo Stato era assolutamente fuori mercato (troppo basso) e che siamo nel pieno della bolla internet all’amatriciana che si sviluppò a Piazza Affari proprio in quegli anni, il prezzo è decisamente troppo alto. Se qualcuno abbia guadagnato da questa transazione o se sia semplicemente parte del grande processo di spoliazione di Telecom cominciato da Colaninno e terminato degnamente da Tronchetti Provera, non è dato sapere. Consob e Magistratura, probabilmente, avrebbero potuto darci delle risposte ma non hanno ritenuto interessante la cosa.

La grande opportunità. Persa.
In ogni caso Telecom fonde Seat con la sua internet company, Tin.it, cercando appunto di valorizzare l’aspetto web e tecnologico. Il fatto è che portare online la piccola e piccolissima impresa italiana potrebbe essere un affare, ma viene svolto in maniera assolutamente sbagliata. Ci si limita semplicemente a riportare online quelli che sono i contenuti cartacei, senza attenzione al SEO o alla promozione. Insomma, si creano dei minisiti (peraltro esteticamente pessimi, ma non è questo il punto) ma non si porta traffico sui siti stessi e soprattutto non c’è la necessaria focalizzazione alla vendita o, almeno, alla creazione del contatto. Risultato? I minisiti sono, sostanzialmente, inutili per la promozione delle attività aziendali e quindi rappresentano solo un costo e non un’opportunità per le aziende.

L’ultimo sacco
L’azienda rimane, tutto sommato, profittevole fino a quando Telecom, che ha bisogno disperato di fare cassa la cede ad un gruppo di fondi: sono Permira, Cvc, Investitori associati e Bc partners. L’operazione è da locuste finanziarie, tutta fatta a debito. Subito l’azienda è costretta a staccare un mega dividendo straordinario, indebitandosi. In questo modo i fondi guadagnano cifre immense, così come il management che è stato perlomeno connivente.
E si arriva ai giorni nostri: nel mese di febbraio ci sono obbligazioni in scadenza per 200 milioni di euro, ma in cassa rimangono solo 100 milioni. E poi il debito, nel suo complesso, è mostruoso: 2,7 miliardi.
Per capire che cosa vuole dire e quanto sia insostenibile, pensiamo che SEAT è indebitata per 50 euro per ognuno dei 53 milioni di volumi (Pagine Gialle , Pagine Bianche, Tuttocittà) che distribuisce annualmente. Una cifra folle.

Vincenzo Colonna

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