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eToro e popular investors: al vaglio le previsioni per il nuovo anno 2018

Di solito nel fare sul trading online si guarda sempre ai dati che si sono registrati l’anno prima. Dunque prima di vagliare i pronostici per il nuovo anno, bisogna prima guardare che nel 2017 sono state registrate le migliori analisi per quel che riguarda gli asset finanziari, potendo dunque definire lo scorso anno come un momento incredibile per il trading online.

Quali saranno gli effetti sulla sterlina delle elezioni anticipate nel Regno Unito?

La Sig.ra May invoca elezioni anticipate e la sterlina schizza ai massimi da 6 mesi a oggi.

Martedì 18 aprile la premier britannica Theresa May ha annunciato a sorpresa elezioni anticipate per l’8 giugno 2017, tre anni prima del previsto. Alla notizia la sterlina è schizzata ai massimi di sei mesi di $1.2904, dando una svolta al calo che ha caratterizzato la moneta dal referendum dello scorso anno.

Brexit e elezioni anticipate: un futuro “non noioso” per la sterlina

Con una mossa inattesa dagli osservatori di mercato, il primo ministro Theresa May ha annunciato la scelta del proprio governo di indire elezioni anticipate per il prossimo 8 giugno. In precedenza alla natura di tale annuncio la sterlina è inizialmente scesa contro tutte le principali valute controparte: nella mattinata si vociferava infatti di una conferenza particolarmente importante da parte della May, e il fatto che ignoti erano i contenuti, ha determinato un clima di crescente pessimismo. D’altronde, difficile smentire i timori di un annuncio dai contenuti “negativi”: quando il primo ministro britannico convoca una conferenza dinanzi all’ingresso di Downing Street, lo fa generalmente per annunci di particolare significatività.

Sterlina, previsioni di rafforzamento a febbraio

Negli ultimi giorni le prestazioni della sterlina hanno dimostrato che la valuta britannica ha tutte le carte in regola per poter trascorrere un mese di febbraio di potenziale ripresa: non solo la pronuncia della Corte Suprema sul ruolo del Parlamento e le dichiarazioni del governo circa le pretese in sede di negoziazione per l’uscita dall’UE non hanno generato turbamento ma, anzi, hanno consentito alla moneta di riprendere quota, sull’impressione (da una parte) che tutte le incertezze sui temi all’ordine delle negoziazioni sono svanite e (dall’altra parte) sul fatto che probabilmente l’intervento del Parlamento pondererà i toni della Brexit rendendoli un po’ più soft.

L’effetto Brexit sul settore immobiliare

Brexit

La Brexit è certamente stata l’evento più rilevante di questa calda estate per quanto riguarda i mercati, soprattutto in patria dove tuttora gli effetti del referendum sono percepibili, anche se non sempre necessariamente negativi. Nel mercato immobiliare per esempio la Brexit mostra entrambe le facce della metaforica medaglia: da un lato infatti essa rappresenta la crisi, il blocco dopo anni di rapido aumento della domanda dei grandi investimenti e dei prezzi. Dall’altro è invece un’opportunità da sfruttare, in quanto il calo della sterlina post referendum (e ancora in atto) risulta favorevole per tutti gli acquirenti stranieri, insieme a una inevitabile diminuzione delle quotazioni.

La Brexit fa aumentare le vendite al dettaglio UK del +5,9%

Brexit fa aumentare vendite

Vi ricordate della Brexit? Soltanto qualche settimana fa era sulle prime pagine di tutti i giornali, economici e non, e persino anche le persone “comuni” avevano iniziato a parlarne. Si vociferava di un vero e proprio “colpo di grazia” per l’economia UK, un evento che avrebbe messo in ginocchio tutti gli abitanti del Regno Unito, e anche i nostri italiani espatriati nel Regno della Regina. Non è stato così! Continua a leggere per saperne di più.

Bank of England, il taglio dei tassi e la determinazione del governatore

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Come da agenda oggi nel primo pomeriggio la Bank of England ha annunciato l’atteso taglio dei tassi d’interesse, attuando una manovra monetaria espansiva dopo le recenti incertezze post Brexit. I tassi sono stati tagliati di 25 punti base, portando il tasso di finanziamento dallo 0,50% allo 0,25%: l’ultima volta che l’istituto centrale britannico aveva attuato un taglio del costo del denaro era il 2009, anno in cui la Bank of England si trovò a fronteggiare la peggiore crisi economica dagli inizi del ‘900.

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Questa decisione era già stata preannunciata Mark Carney, governatore della Banca centrale inglese, ed era programmata per essere attuata già lo scorso 14 luglio, per essere poi rimandata a causa dei timori seguiti al referendum del 23 giugno. La manovra, votata all’unanimità, arriva oggi dopo una preoccupante serie di dati sullo stato di salute dell’economia inglese post Brexit, che comprende il ribasso delle stime per il Pil del 2017, ridotte drasticamente da 2,3% a 0,8%, e per il 2018, da 2,3% a 1,8%.

Il governatore Carney ha inoltre ampliato il programma di stimolo per l’altalenante economia del Regno Unito
, varando il piano di acquisto di titoli di Stato aumentato da 375 a 435 miliardi di sterline. È stato poi confermato l’acquisto di circa 10 miliardi di sterline di debiti societari di alta qualità, e un secondo acquisto di circa 100 miliardi di sterline per garantire la presenza di credito bancario in seguito al taglio dei tassi di interesse. In generale la Bank of England ha comunque confermato che al momento lo scenario economico appare “significativamente indebolito”.

Si intravedono quindi minori prospettive di crescita per il Regno Unito, che durante la conferenza odierna ha reso noti altri preoccupanti dati: l’indice PMI manifatturiero è sceso a 49,1 rispetto al 52,01 dello scorso mese, come anche l’indice PMI dei servizi, protagonista di una forte flessione dal 52,3 al 47,4 tra giugno e luglio. Numeri che hanno trascinato l’indice composito a un livello di 47,3, abbastanza da far suonare il campanello d’allarme della recessione.

Una reazione pronta e decisa dunque quella della Banca centrale inglese, che attraverso le parole del governatore lascia trasparire una ottimistica fiducia e una determinata concretezza: “La Banca continua a essere pronta a prendere qualsiasi azione sia necessaria per raggiungere il proprio obiettivo di stabilità monetaria e finanziaria, mentre il Regno Unito si adegua alla nuove realtà, e procede nel cogliere nuove opportunità fuori dall’Ue”.

Il cambiamento di politica monetaria inglese non è stato però recepito con molto entusiasmo dalle Borse europee, che hanno già oggi mostrato segni di cedimento rispetto ai rialzi di stamattina. Effettivamente, una svalutazione massiccia della sterlina non è proprio una buona notizia per le aziende europee, in particolar modo per quelle tedesche. La Germania è infatti il maggior partner commerciale del Regno Unito tra i Paesi europei, ed è facile prevedere che il crollo dei prezzi degli immobili inglesi in atto dal post Brexit, la sterlina sempre più in ribasso e le attuali politiche fiscali a sostegno dell’economia avranno un effetto positivo esclusivamente per il Regno Unito e solo nel medio-lungo termine. Per il resto dell’Europa invece una svalutazione della sterlina nei confronti di euro e dollaro statunitense potrebbe avere risvolti non proprio positivi, come anche per il petrolio e per il mercato automotive.

Tra le borse europee milano chiude in rialzo dello 0,66%, dello 0,57% invece Parigi e Francoforte. Meglio Londra che dopo una mattinata difficile recupera l’1,59%, mentre si dimostra ancora debole Wall Street, dove il Dow Jones è rimasto invariato così come l’S&P 500; sale invece dello 0,1% il Nasdaq. Dopo due sedute negative ha invece chiuso in positivo dell’1,07% la borsa di Tokyo, sull’onda del rimbalzo del prezzo del greggio. Al termine delle contrattazioni l’indice Nikkei dei 225 principali titoli era salito di 171,78 punti a 16.254,89 punti, dopo i pesanti cali dell’1,47% e dell’1,88% degli ultimi giorni. Sul fronte delle materie prime si registra il netto rimbalzo dei prezzi del petrolio: i contratti sul greggio Wti con scadenza a settembre guadagnano 58 centesimi a 41,11 dollari al barile, mentre il Brent risale a 43,6 dollari con un incremento di 55 centesimi. In calo invece l’oro: al momento il lingotto con consegna immediata viene valutato a 1.352 dollari l’oncia, perdendo lo 0,4%.

Turchia e Brexit, le reazioni dei mercati all’apertura

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Se già lo shock della Brexit aveva portato nuovi timori e incertezze nel mondo della finanza europea e mondiale, il tentato colpo di Stato in Turchia dello scorso venerdì 15 luglio ha definitivamente contribuito a rendere imprevedibile lo scenario di questa settimana. La risposta è tuttavia stata diversa da quello che ci si aspettava: proviamo a fare il punto della situazione.

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Già dall’immediato post-referendum le borse europee sono state dominate dalla volatilità, pagando in questo modo i fondati timori legati alla complicata situazione politica internazionale. Per questo i mercati continuano di fatto a domandare stimoli alle banche centrali, sperando in misure di sostegno e di controllo dell’inflazione, risposte che il presidente Draghi troverà questo giovedì insieme al consiglio direttivo della Bce, da cui certamente dipenderà l’andamento del mercato dei prossimi giorni.

Gli investitori paiono comunque avere fiducia nelle scelte e politiche della Bce, motivo per cui i listini hanno recuperato, nel loro complesso, i valori precedenti l’uscita del Regno Unito dalla comunità europea. Gli analisti attendono poi a breve dal Fmi una revisione delle stime sulla crescita economica, e pare probabile che, se i numeri della ripresa dovessero cambiare, sarà in direzione negativa.

Le borse statunitensi si sono comunque svegliate oggi in lieve rialzo, mentre Milano, trascinata in basso dalle banche, dopo una apertura altalenante e poco chiara ha intrapreso la strada del ribasso, accompagnata dagli indici Mib e Ftse.

Nonostante le aspettative invece i mercati valutari non hanno subito eccessivi contraccolpi dopo il fallito golpe di Istanbul: l’euro si mantiene relativamente stabile su 1,1073 dollari e 117,40 yen, mentre durante la sessione di lunedì la coppia GBP/USD si è ripresa dalle notevoli perdite accusate durante la chiusura della passata settimana, e legate ai timori post Turchia. Molti investitori hanno infatti diretto i flussi monetari sul dollaro, considerato una valuta “rifugio” in questo caso. Per le stesse ragioni molto simile è stato l’andamento della coppia EUR/USD, pur se in maniera leggermente inferiore alla media.

Per quanto riguarda infine le materie prime
, la settimana si è aperta in calo per il petrolio, che si presenta ancora debole, con Brent a -0,15% a 46,89 dollari al barile e il Wti a -0,31% a 45,1 dollari al barile. In leggero rialzo invece l’oro, visto da molti investitori come un riparo sicuro in seguito ai timori nati in seguito agli eventi degli scorsi giorni. L’oro si manterrà quindi relativamente stabile, e difficilmente scenderà sotto i 1.320.00 USD a oncia. I segnali rilevati in questi giorni lasciano inoltre intendere che i mercati auriferi saranno favoriti dagli investitori nel breve termine.

Uno scenario quindi più stabile di quello che ci si poteva attendere, ma che allo stesso tempo lascia aperte molte possibilità, molte delle quali dipenderanno dalle decisioni che il consiglio della Banca centrale europea prenderà il prossimo giovedì.

Fmi: la Brexit rallenterà la ripresa italiana: nel 2016 sarà di inferiore all’1%

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Il Fondo monetario internazionale rivede le stime sulla crescita italiana alla luce del nuovo contesto economico-finanziario che si sta delineando dopo l’esito del Referendum britannico che ha sancito l’uscita dall’Unione.

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“Lo staff sta rivedendo lievemente al ribasso la prospettiva di crescita – si legge nel rapporto annuale sull’Italia -, a fronte di un contesto di aumentata incertezza. È atteso un proseguimento della ripresa, ma l’aumento della volatilità sui mercati finanziari e la maggiore incertezza complessiva potrebbe pesare su investimenti e crescita nel prossimo periodo”.

Per Washington l’economia italiana crescerà nel 2016 “appena sotto l’1%” e “attorno all’1%” nel 2017. Le nuove stime dell’FMI sostituiscono quelle precedenti che prospettavano per l’Italia una crescita del Pil dell’1,1% nel 2016 e del 1,25% l’anno prossimo.

Per gli analisti del Fondo il principale punto debole dell’economia italiana è la fragilità del sistema bancario, che si rivela con particolare intensità ad ogni avvisaglia di instabilità finanziaria. Non ha fatto eccezione la Brexit; persino la più grande Banca italiana, Unicredit, ha perso ben il 4% del suo valore.

Il nodo più spinoso per gl’istituti di credito italiani rimane quello dei cosiddetti non performing loans, quei crediti, cioè, che le banche non sono più n grado di riscuotere e che, a causa delle regole internazionali, frenano anche la possibilità delle banche di prestare altri soldi, con effetti depressivi su tutto il sistema economico nazionale.
Nell’analisi del Fondo monetario internazionale si evidenziano, però, anche altri fattori che peseranno sulla ripresa italiana e che hanno portato al taglio delle stime sul Pil del Belpaese: rallentamento del commercio mondiale conseguente calo dell’esportazioni, il problema dei rifugiati e le minacce alla sicurezza che minano il contesto economico generale. Le altre debolezze evidenziate da Washington sono la bassa produttività, l’alto tasso di disoccupazione (11,4 per cento nel 2016) e il debito pubblico stimato al 132,9 per cento del PIL nel 2016 e al 132,1 per cento nel 2017. Su questo punto il Fondo evidenzia come il debito italiano “in termini nominali è il debito più alto nell’area euro. In percentuale al PIL è il secondo più alto dopo la Grecia”.

Alla luce dei dati raccolti, il Fondo richiede al governo di Roma di adottare misure che migliorino la produttività del sistema Paese e di prendere i provvedimenti necessari a mettere in sicurezza il sistema bancario.
“Se i rischi al ribasso dovessero materializzarsi – avverte il Fondo -, le ripercussioni a livello regionale e globale potrebbero essere significative dato il peso sistemico dell’Italia”.

Secondo Equita le banche sono spacciate, “Non basta ricapitalizzare”

Equita Banche Italiane Brexit

Ormai il fuggi fuggi per ritirare i depositi, per spostarli all’estero è alle porte. È necessario prepararsi al più presto, perché anche una fonte autorevole come Equita ha messo tutti allerta. Continuate a leggere, perché quello che sta succedendo è a dir poco incredibile.

Quello che potrebbe accadere alle varie banche italiane, se lo stanno chiedendo in molti ormai.

Gli analisti di Equita hanno analizzato tutte le svariate novità degli ultimi giorni che sono venute fuori dopo gli effetti della Brexit, stilando addirittura tre possibili scenari, che potrebbero cambiare il settore bancario per sempre. Il Governo può intervenire nel settore, dando per scontato l’aiuto fondamentale dall’UE.

Ci vogliono per 30 miliardi per coprire gli NPL, ovvero i crediti deteriorati, ad un rapporto più “umano”, ovvero l’80%, circa quindi il doppio rispetto al 40% attuale.

Mario-Draghi-Brexit

Secondo gli analisti, semplici ricapitalizzazioni non serviranno praticamente a niente, e non cambieranno le sorti delle banche e la relativa fiducia, in quanto significherebbe una dilazione per gli azionisti. Qualsiasi piano che è stato per adesso preventivato, non soddisfa o soddisfa poco gli analisti di Equita, giudicati come tra i migliori in italia e nel mondo.

Ogni piano, secondo Equita, dovrebbe prevedere anche delle azioni. Ecco le tre possibilità che sono state delineate, che il Governo Renzi si troverà di fronte.

Primo scenario: che prevede 30 mld di ricapitalizzazione delle banche per innalzare la copertura dei crediti in sofferenza, di circa l’80%. Questa soluzione porterà una grande diluzione e i prestiti non performanti sempre nel bilancio.

Secondo scenario: Potrebbe intervenire la Cassa depositi e prestiti per aumentare l’investimento Atlante con un taglio abbastanza generoso, che si attesterebbe intorno ai 5-10 miliardi di euro. Secondo Equita, questa sarebbe la soluzione migliore in quanto il multiplo prezzo/capitale tangibile verrebbe innalzato soltanto allo 0.46, senza alcuna dilazione.

Terzo scenario: Ci potrebbe essere inoltre un’emissione di bond MEF, che non sono altro che obbligazioni del Ministero del Tesoro, in modo da pagare i crediti deteriorati. Il tutto verrà fatto attraverso una bad-bank, che permetterà alle banche di avere un assorbimento di 10 mld, che verranno coperti con i bond, che verranno ripagati in futuro con delle cessioni oppure aumenti del capitale. Secondo Equita, il vantaggio in questo caso sarebbe istantaneo, e permetterebbe una crescita della quotazione, con un derisking indolore.

Brexit Regno Unito: cos’è e conseguenze

Brexit cos'è Conseguenze

Il referendum sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea del 23 Giugno 2016, sul 100% dei voti scrutinati è risultato per il 51.9% favorevole a lasciare l’Unione Europea. Il 48,1% ha deciso di continuare a far parte dell’Unione Europea. Questo è il risultato ufficiale del referendum Brexit:

Brexit Referendum Risultato

Il risultato ufficiale del Referendum Brexit.

Brexit cos’è

Cosa è successo in inghilterra?” “Qual’è il significato e definizione di Brexit?” Queste sono certamente una delle tante domande che gli italiani si stanno facendo. Con il termine Brexit si indica l’uscita dall’Unione Europea da parte del Regno Unito, che è stata ufficializzata dal referendum che è stato programmato per lo scorso 23 Luglio, e che ha dato il risultato positivo (ha vinto l’uscita dall’UE) da parte del 51.9% dei votanti.

Questo significa dunque l’uscita da parte del Regno Unito dall’unione politica ed economica, che comprendeva 28 paesi membri, democratici ed indipendenti del continente europeo. L’UE fu fondata originariamente nel 1957 con il trattato di Roma (CEE) e divenne UE nel 1992 con il trattato di Maastricht.

Uno dei vantaggi principali dello stare dell’Unione Europea, ai quali rinuncia il Regno Unito, è la libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali all’interno del territorio, promuovendo quindi la pace, la lotta alla discriminazione, il benessere dei popoli, favorendo il progresso scientifico e tecnologico, cercando una totale coesione sociale, economica e territoriale degli stai membri dell’Unione Europea, che attualmente sono:

StatiIngresso nell’Unione europea
Belgio23 luglio 1952 (CECA)
1º gennaio 1958 (Comunità Europea allora CEE, CEEA)
Francia
Germania
Italia
Lussemburgo
Paesi Bassi
Danimarca1º gennaio 1973
Irlanda
Regno Unito
Grecia1º gennaio 1981
Portogallo1º gennaio 1986
Spagna
Austria1º gennaio 1995
Finlandia
Svezia
Cipro1º maggio 2004
Estonia
Lettonia
Lituania
Malta
Polonia
Rep. Ceca
Slovacchia
Slovenia
Ungheria
Bulgaria1º gennaio 2007
Romania
Croazia1º luglio 2013

Conseguenze uscita Gran Bretagna, conseguenze Brexit

Quali sono le conseguenze per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea? Quali sono quindi le conseguenze Brexit? Le conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’UE, sono molteplici.

Sicuramente le preoccupazioni più importanti sono sul valore della valuta (la sterlina, simbolo GBP), che è crollata di oltre il 10%, e che quindi rende la Sterlina estremamente molto competitiva per le esportazioni grazie alla valuta più “economica”, ma molto penalizzata per quanto concerne le importazioni. L’uscita effettiva del Regno Unito dall’Unione Europea sarà certamente lungo, e fatto da negoziati. Durerà come minimo due anni, e quindi le aspettative è che i mercati finanziari si stabilizzeranno in questo periodo di transazione.

Sul medio periodo, l’economia del Regno Unito sarà certamente molto penalizzata, sia per quanto riguarda le esportazioni, che per la crescita. L’Italia è uno di quei paesi che ne risente di più, in quanto è uno dei paesi con la più bassa crescita in europa, e il debito più alto, seconda solo alla Grecia.

Anche le esportazioni italiane nei confronti del Regno Unito, subiranno un duro contraccolpo, nonostante siano state estremamente positive negli ultimi anni, Brexit porterà questo trend al ribasso. Già nel 2017 l’impatto sarebbe di una contrazione tra il 3-7% di esportazioni in meno verso il Regno Unito, si tratta di 600-1700 milioni di euro di incassi in meno per il nostro paese.

I settori che saranno più colpiti in Italia, saranno i mezzi di trasporto e meccanica strumentale. C’è meno paura per il settore tessile e abbigliamento.

Tuttavia, il pericolo e conseguenza peggiore per l’Unione Europea è quello che gli altri paesi possano rivendicare l’indipendenza seguendo l’uscita del paese più importante, che è proprio il Regno Unito, andando quindi ad avviare un processo di disgregazione che porterebbe l’UE a ritrovarsi in una situazione fuori controllo. Gli euroscettici come Marine Le Pen, Matteo Salvini e Beppe Grillo hanno già affermato di voler seguire a ruota il Regno Unito uscendo dall’UE al più presto, quindi si tratta di una preoccupazione che potrebbe diventare presto realtà.

La Gran Bretagna sceglie Brexit, Tsunami travolge i Mercati

Brexit Crollo Borse

L’azionario Europeo registra la peggior sessione dal 1987, ed è soltanto l’inizio. Ormai è ufficiale, possiamo confermarlo e sottoscriverlo: questo è il campanello d’allarme che decreta l’inizio della fine dell’Unione Europea. La Gran Bretagna è fuori, la Gran Bretagna ha votato per lasciare l’Unione Europea. C’è uno shock generale sui mercati, sia da parte degli analisti, opinionisti e giornalisti. Cameron, primo ministro del Regno Unito dall’11 maggio 2010 si è dimesso, “Serve nuova leadership”.

“Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.” SIR WINSTON CHURCHILL

Sono le prime ore di contrattazione dei mercati finanziari, e possiamo confermare che sia Londra che il resto d’Europa è in grandissimo calo, in particolare notiamo che il settore azionario bancario è quello che sta subendo di più, dopo che giovedì aveva mostrato un’incoraggiante rally. Il pound è crollato, ed è ai minimi livelli degli ultimi 20 anni.

GBPUSD-crollo-Brexit

È certamente difficile commentare una situazione del genere sui mercati, dopo che per tutta la giornata di giovedì il trend è stato completamente l’opposto. La realtà ha fatto sbattere la testa a tutti i mercati finanziari, che attualmente stanno collassando.

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L’indice italiano FTSE MIB è tornato ai livelli del 2013, con un crollo brusco a -10% soltanto durante le prime ore di contrattazioni. Il crollo potrebbe continuare anche successivamente, i livelli tecnici sono critici, una rottura dei 16.000 potrebbe portare a nuovi ribassi.

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Le azioni Unicredit sono in ribasso di oltre il 20%. Esattamente un mese fa, avevamo previsto un apocalisse Unicredit, e di vendere tutte le azioni Unicredit.

EuroStoxx600-crollo-brexit

Lo Stoxx Europe 600, è crollato in maniera molto decisa, come nel 1987, è il peggior crollo da quegli anni ad oggi. Ricordiamo che il 1987 è nei libri di storia per essere stato il “Black Monday”, il giorno in cui i mercati azionari di tutto il mondo crollarono, portando ad una perdita di valore incredibile in pochissimo tempo. Oggi è una giornata molto simile a quella di trent’anni fa, e anche questa sessione verrà scritta nei libri di storia della finanza.

Rimanete aggiornati su Mercati24 per ricevere ulteriori notizie da Brexit nelle prossime ore, non appena i mercati finanziari americani apriranno la sessione, che si prospetta apocalittica, a Wall Street.