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Cina, la grande scommessa delle rinnovabili

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Spesso quando si parla di economia cinese può venire alla mente un sistema di produzione profondamente legato ad industrie altamente inquinanti basate sul consumo di carbone. Un valido supporto a questa idea è dato dallo smog fortemente inquinato che frequentemente si può notare dalle immagini delle principali città cinesi.

Riaprono in positivo i mercati europei

mercati europei

Dopo la scorsa altalenante settimana riaprono in buon rialzo i principali listini azionari europei, ancora sotto l’effetto positivo degli ottimi dati sul fronte occupazionale degli Stati Uniti, che ha registrato un incremento di posti di lavoro per un totale di 255.000 posti. Un segnale importante, che rende sempre più probabile l’attuazione di una stretta monetaria da parte della Federal Reserve nella seconda metà dell’anno, manovra che sta di fatto sostenendo anche Tokyo e le altre borse asiatiche (l’indice Nikkei ha chiuso stamattina a +2,44%).

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Continua la scia positiva anche per Milano, dove dopo tre sessioni consecutive di rialzo Piazza Affari ha aperto stamattina con un +,55% nel Ftse Mib, che è poi arrivato oltre la soglia dell’1%. Anche Francoforte tiene il passo e si mantiene in positivo intorno allo 0,80%, mentre rallenta Parigi, frenata dal calo di Airbus dopo l’annuncio dell’avvio di una indagine nel Regno Unito per presunta frode e corruzione da parte della nota casa produttrice di aeromobili. La Banca centrale francese ha comunque stimato un crescita del Pil dello 0,3% nel terzo trimestre 2016 rispetto al secondo, confermando la solidità del mercato francese.

Dopo i temuti esiti degli stress test condotti dall’Eba continua invece a Piazza Affari il brillante momento delle banche, a cominciare da Mediobanca che ha pubblicato venerdì scorso i conti 2015-16, che si sono dimostrati migliori delle aspettative: l’istituto di Piazzetta Cuccia ha infatti registrato un utile netto di 605 milioni, in progresso del 2% a fronte delle attese stimate intorno ai 570 milioni. Anche il Banco Popolare si conferma in positivo al +4,87%, dopo esser stato promosso nei giudizi della Deutsche Bank in seguito alla pubblicazione dei risultati semestrali. Bene anche la Popolare di Milano a +3,54%, e Banca Carige che ha fondamentalmente confermato le attese degli analisti, annunciando perdite intorno ai 200 milioni di euro nel primo semestre 2016 a causa di ulteriori e maggiori rettifiche sui crediti. Tra i non bancari ottima sessione per le Assicurazioni Generali, in positivo a +2,99%, mentre nonostante l’annuncio dell’acquisizione dell’americana Stella Partners si mantiene poco mosso il titolo di Autogrill, attualmente a -0,06%.

Per quanto riguarda l’estero, la Cina ha registrato a luglio un forte calo delle importazioni
, segnando una netta caduta anche per quanto riguarda l’export. La partenza degli indici europei è stata tuttavia contenuta nelle prime battute dalle statistiche relative alla bilancia commerciale cinese nel mese di luglio: l’incremento del surplus infatti a 52,3 miliardi di dollari è il risultato di un import in netta flessione, a -12,58% contro le attese di -8%, e di un export in calo, confermato a -4,4%.

In Germania invece la produzione industriale è salita dello 0,8% contro le attese dello 0,7%, come confermato dall’Ufficio nazionale di statistica Destatis. A maggio l’indice rivisto ha fatto registrare una flessione dello 0,9% su mese. A giugno la produzione industriale, al netto di energia e costruzioni, ha segnato un incremento dell’1,5 per cento. La produzione di beni capitali è cresciuta del 3,5%, quella dei beni di consumo del’1,2%, mentre quella di beni intermedi e’ calata dello 0,7%, quella di energia del 2,7% e nell’ambito delle costruzioni si è registrato un calo dello 0,5%.

Sul fronte valutario si consolida il rafforzamento del dollaro nei confronti dell’euro, in seguito alla diffusione dei dati sull’occupazione degli Stati Uniti. Il cambio euro/dollaro si attesta infatti a 1,1085 all’apertura della sessione odierna contro 1,1087, mentre ripiega lo yen che si attesta a 113,26 per un euro e a 102,07 per un dollaro. Rimane stabile invece la sterlina, in avvio a 0,8484 pound per un euro, mentre si tratta a 1,3072 dollari per una sterlina. Per quanto riguarda invece le commodity si assiste a un lieve incremento del petrolio, in rialzo dello 0,4% nel contratto Wti a 41,96 dollari al barile.

Il Fmi avverte la Cina: i debiti societari costituiscono un rischio sistemico

FMI Avverte Cina

La crescita dei debiti corporate va affrontata urgentemente da Pechino, per evitare rischi sistemici non solo per la Cina ma per l’intera economia globale”. Lo ha dichiarato sabato David Lipton, numero due del Fondo monetario internazionale (Fmi), in un intervento a una conferenza a Shenzhen, nella Cina sud-orientale. Washington torna ad avvertire Pechino per i rischi legati all’andamento della sua economia, in questa delicata fase di transizione.

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L’eccessiva crescita del debito delle società “è una linea di faglia chiave per l’economia cinese (…) e resta una grave, e crescente, problema che deve essere affrontato immediatamente e con un impegno per riforme serie”, ha rincarato Lipton.

A motivare la presa di posizione del Fondo è la tesi secondo cui il rallentamento dell’economia cinese, con la conseguente riduzione dei profitti, ha portato il livello delle aziende cinesi ad un livello “molto elevato” che pesa il 145% del Pil della seconda economia mondiale. Più che l’ammontare dell’indebitamento generale del Paese – arrivato al 225% del Pil, un livello elevato ma in linea con gli standard internazionali – sono proprio le sofferenze delle impresi cinesi a preoccupare.

L’elevato indebitamento ha compromesso la capacità di queste aziende di rimborsare i debiti e di pagare i fornitori, facendo lievitare la quantità di crediti inesigibili da parte delle Banche cinesi.

Nel corso del suo intervento, il numero due del Fondo ha portato l’attenzione, in particolare, sulla situazione delle aziende controllate dallo Stato che costituiscono ben il 55% del debito delle imprese cinesi ma pesano per il 22% dell’attività economica. Per Lipton e il Fmi queste aziende sono “tenute in vita artificialmente”.
La questione della situazione delle aziende cinesi era già stato oggetto di un avvertimento di Washington alle autorità cinesi in aprile, quando il Fondo ha dichiarato che lo stato di salute di queste aziende può causare una perdita pari al 7% del Pil per gl’istituti di credito cinesi.

La difficile fase di transizione dell’economia cinese e gli interventi di stimolo delle autorità per provare ad attenuare gli effetti di questa trasformazione sistemica hanno fatto schizzare anche il livello d’indebitamento generale della seconda economia mondiale che, sebbene sia su livelli alti ma ancora sostenibile, senato uin trend che desta preoccupazione. Bastai pensare che il debito della Cina alla vigilia della crisi, nel 2007, era al 148% del Pil, in soli 9 anni è schizzato al 225%.

Cina, brusco rallentamento della produzione industriale: +5,4%. La Banca centrale rassicura, niente interventi straordinari.

La transizione della seconda economia mondiale da un modello incentrato alla produzione e all’esportazione di merce a basso costo, a uno più evoluto che punta ai consumi interni si sta rivelando difficile e dolorosa. Benché sia ancora su valori sconosciuti ai maggiori Paes occidentali, la produzione industriale cinese a gennaio-febbraio è cresciuta “solo” del 5,4% rispetto agli stessi msi del 2015. I dati raccolti dall’Ufficio nazionale di statistiche di Pechino dicono che gl’investimenti sono cresciuti più delle previsioni: +10,2% contro il 9,5% attese, al contrario delle vendite al dettaglio che, pur crescendo del 10,2%, non rispettano le previsioni degli economisti.

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La produzione industriale vale più del 40% del Pil cinese, il suo rallentamento è un segnale importante delle gravi difficoltà che sta affrontando la Cina.

In un momento di forte volatilità sui mercati, il governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, prova a rassicurare sulle condizioni dell’economia e scongiura sia l’adozione di misure monetarie straordinarie che di forti iniziative sul mercato del lavoro.

Per Zhou, il Paese capace di raggiungere l’obiettivo di crescita annuale, fissato tra il 6,5% e il 7%, senza ricorrere alla svalutazione dello yuan per provare a rilanciare le esportazioni. Secondo il governatore, gli obiettivi di sviluppo “possono essere realizzati attraverso il miglioramento della domanda interna, i consumi e l’innovazione, senza grandi stimoli”. Ma poi aggiunge: “nel caso dovessero intervenire sconvolgimenti internazionali o interni faremo prova di flessibilità”. Il surplus surplus commerciale di 600 miliardi di dollari registrato nel 2015 permette alla Cina di evitare la svalutazione della sua moneta.

Sul fronte dell’economia reale il problema dell’eccesso di capacità produttiva, invece, richiede un intervento tempestivo, provando a trovare una soluzione per le tantissime fabbriche che continuano a lavorare in perdita senza intaccare troppo il livello occupazionale. Il governo vorrebbe mantenere la disoccupazione nelle aree urbane intorno al 4,5%. Soluzione non semplice, alla luce dell’annuncio della ristrutturazione dei settori del carbone e dell’acciaio che, secondo il governo, costerà un milione e trecentomila esuberi. Il governo ha stanziato 13 miliardi di euro per ricollocare gli operai licenziati.
Esuberi che però potrebbero riguardare anche altri settori, come quello dei cantieri navali, del cemento, del vetro e della carta, arrivando a ben 5-6milioni di licenziamenti.

Il primo ministro Li Keqiang ha parlato della necessità di “affondare il coltello nelle fabbriche zombi” ma il capo della Commissione di supervisione delle imprese statali, Xiao Yaqing, ha rassicurato che la ristrutturazione del settore produttivo eviterà i licenziamenti di massa. Il riferimento è al precedente degli anni ’90, quando ad essere licenziati furono quasi 30 milioni di cinesi. Xiao però tranquillizza a riguardo: “la situazione è del tutto differente, i fondamenti economici oggi sono molto più solidi.(…) Proteggere gli interessi dei lavoratori è un aspetto importante della prossima fase delle riforme e ci saranno più fusioni e ristrutturazioni e il numero minore possibile di bancarotte”.
Quello che è certo è che la trasformazione economica della Cina, in questa particolare fase economica, caratterizzata da tensioni internazionali e volatilità dei mercati impone la necessità di riforme strutturali profonde. La trasformazione economica non è la sola in atto in Cina; la nascita di una classe media prima inesistente, la rivendicazione di diritti e condizioni di lavoro migliori e il fiorire di un dibattito interno, meno represso dal regime, renderanno complessa l’attuazione delle riforme.

Il G20 chiede sostegno alla crescita ma non c’è accordo su politiche comuni. Rischio Brexit e migranti

La politica monetaria da sola non basta a sostenere la crescita mondiale, il mondo deve andare oltre e focalizzarsi sulle riforme strutturali per superare questa fase di rallentamento. A sostenerlo sono i leader dell’economie mondiali riuniti nel vertice del G20 a Shanghai.

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Le politiche straordinarie di politica monetaria messe in campo dalle banche centrali “continueranno a sostenere l’attivita’ economica e ad assicurare la stabilita’ dei prezzi, ma da sole non possono condurre a una crescita bilanciata”, per raggiungere tale obiettivo i Paesi del G20 sono pronti a “usare tutti gli strumenti monetari, di bilancio e strutturali”.

Nel bozza di comunicato finale diffusa da Bloomberg news i leader finanziari ammettono che la ripresa economica globale continua ma in modo irregolare ed è distante dall’essere “forte, sostenibile ed equilibrata”. A pesare sul contesto economico internazionale – a parere dei i ministri finanziari delle maggiori economie mondiali – sono l’ipotesi di una Brexit e la crisi dei migranti. Nella nota non si fa menzione al rallentamento dell’economia cinese e manca qualsiasi accorso su politiche coordinate, disattendendo l’invito del Fondo monetario Internazionale che pochi giorni fa auspicava un’azione forte a sostegno della crescita.

Sembra aver prevalso l’atteggiamento attendista di chi si oppone ad allentare i vincoli di bilancio come il tedesco Wolfgang Schaeuble che, nei giorni scordassi si è detto veramente contrario alla possibilità di attuare un pacchetto di stimoli per le economie del gruppo, definito “controproducente” a causa di una “politica monetaria è estremamente accomodante”.

Allarmati dalla grande volatilità dei mercati e dal massiccio deflusso di capitali dalla Cina
, i leader del G20 si dicono pronti a un rapido consultarsi su quanto accade sui mercati valutari e a monitorare i flussi dei capitali per prevedere possibili crisi. C’è stato anche un invito ad evitare svalutazioni competitive – con un indiretto riferimento anche alla Cina, che a sorpresa quest’estate ha svalutato la sua moneta – e una maggiore collaborazione sulle politiche valutarie.

Nella bozza di comunicato trova spazio anche un riferimento alla possibile uscita della gran Bretagna dall’Unione considerata – assieme alla questione dei migranti – un possibile shock in grado di pesare in maniera forte sul tentativo di stabilizzazione della ripresa economica mondiale. Il Ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, a proposito ha dichiarato: è considerata, ove dovesse portare – e mi auguro vivamente di no – a una uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, uno choc che classifichiamo sotto il titolo di choc geopolitico importante, quindi negativo”.
A margine dell’incontro Padoan ha poi dichiarato che “In Europa e in Italia c’è bisogno a mio parere di stimoli sia dalla parte di sostegno alla domanda che all’offerta”. Sui report sull’italia di Ue e Ocse ha poi aggiunto”l’Italia ha fatto molti progressi nell’agenda strutturale, ma ancora resta molto da fare», ed è ovvio che «l’agenda delle riforme strutturali non si deve fermare, né in termini di implementazione né di elementi nuovi da aggiungere”, e che “Il debito è elevato e va abbattuto, perché un debito elevato che continua a crescere è elemento di fragilità. (…) È elevato ma diminuirà”.

Fed, La Yellen allontana le prospettive di rialzo dei tassi negli Usa

I rischi persistenti per l’outlook economico potrebbero causare un ritardo del piano del Fed sull’aumento dei tassi d’interesse, che potrebbero “probabilmente salire in modo più graduale”. È quanto ha dichiarato oggi la presidente della Fed durante la sua testimonianza semestrale davanti alla commissione finanza della Camera. La Yellen ha però precisato che l’economia americana continuerà a crescere, anche grazie ad una politica monetaria “altamente accomodante”.

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Secondo la presidente della banca centrale statunitense ,“le condizioni finanziarie negli Stati Uniti da un po’ di tempo stanno sostenendo meno la crescita, con un ampio declino delle quotazioni azionarie, tassi di finanziamento più elevati e più rischi per chi prende denaro in prestito. Oltre ad un ulteriore apprezzamento del dollaro. Tali sviluppi, se dovessero persistere, potrebbero pesare sull’outlook economico e sul mercato del lavoro, sebbene cali dei tassi di interesse di più lungo termine e dei prezzi del petrolio potrebbero dare sollievo”.

PETROLIO E CINA Il quadro che delinea la Yellen è tutt’altro che positivo, sottolineando, tra le altre, le preoccupazioni per la situazione economica cinese e per il prezzo del petrolio. Nel suo intervento si legge: “gli sviluppi economici all’estero pongono rischi alla crescita economica degli Usa. In particolare, anche se gli indicatori economici recenti non suggeriscono un forte rallentamento della crescita cinese, i declini nel valore del renminbi hanno intensificato l’incertezza sulla politica dei tassi di cambio in Cina e le prospettive per la sua economia”. La presidente della Fed continua il suo ragionamento sottolineando come “questa incertezza ha portato a un aumento della volatilità nei mercati globali finanziari e, con sullo sfondo una persistente debolezza all’estero, ha esasperato le preoccupazioni per le prospettive della crescita globale. Queste preoccupazioni hanno contribuito al recente calo dei prezzi del petrolio e di altre materie prime. In cambio, prezzi bassi delle materie prime potrebbero fare scattare tensioni finanziarie nelle economie che le esportano, specialmente quelle nei mercati emergenti vulnerabili, e tra le aziende produttrici di materie prime in molti Paesi”.

LA QUESTIONE DEI TASSI D’INTERESSE Nell’illustrare la strategia che la Fed intende adottare sui tassi d’interesse, la Yellen ha spiegato che questi dipenderanno dall’andamento del contesto economico e che saranno aggiustati di volta in volta perché si possa raggiungere l’obiettivo della piena occupazione e di un’inflazione al 2%. Nello specifico, i tassi cresceranno più rapidamente se la crescita sarà più forte o se l’inflazione salirà più rapidamente delle attese della Fed. In caso contrario, “se l’economia dovesse deludere, un livello più basso dei tassi sarà appropriato”. La strategia della Fed, assicura la Yellen, è quella di adeguare la propria politica monetaria per perseguire nel modo più efficace due dei sei obiettivi oggetto del suo mandato: la piena occupazione e la stabilità dei prezzi.

Il treno cinese rallenta la sua corsa. Il Pil aumenta solo del 6,9%, mai così male da 25 anni

Nel 2015 il Pil della Repubblica popolare cinese ha fatto registrare un aumento del 6,9%, poco sotto le previsioni del governo che auspicavano un avanzamento intorno al 7%, obiettivo comunque inferiore al +7,4% realizzato nel 2014.
Quello dell’anno appena trascorso è il dato di crescita più basso degli ultimi 25 anni, quando – era il 1990 – la Cina crebbe solo del 3,8% a causa delle sanzioni che colpirono il Paese per la dura repressione delle manifestazioni di protesta di piazza Tienammen effettuata da Pechino.

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Su di un dato già di per sé negativo pesano, poi, i forti dubbi di una correzione al rialzo da parte delle autorità cinesi, per mascherare i reali dati che disegnerebbero una crisi ben più profonda della seconda economia mondiale, rispetto a quella ipotizzata oggi.

Stando ai dati diffusi dal National Bureau of Statistic (NBS), nel quarto trimeste l’economia cinese si è espansa del 6,8%, meno del +6,9 del trimestre precede. Negli ultimi mesi le autorità cinesi hanno messo in campo misure espansive diversi tagli dei tassi d’interesse ma i risultati sono inferiori alle aspettative e potrebbero avere un riflesso negativo sul mercato del lavoro, con nuovi licenziamenti.

I dati diffusi dicono anche il settore dei servizi, per la prima volta, ha contato per oltre la metà del Pil dell’intero Paese; esattamente il 50,5%, in aumento rispetto al 48,1% del 2014. Per il terzo anno consecutivo i servizi hanno superato il settore manifatturiero nelle voci dell’economia cinese. Questo dato, assieme ad altri, descrive un profondo cambiamento in atto nel Paese. Con la nascita e la maturazione di una classe media- quasi inesistente fino a qualche anno fa – stanno mutando la struttura economica e le relazioni economiche della nazione più popolosa al mondo.

Ma il cambiamento che sta affrontando la Cina è ancor più profondo
. Dall’essere la “fabbrica del mondo”, cioè un’economia che si fonda sul settore manifatturiero, sull’esportazioni e sui grandi investimenti in infrastrutture, Pechino deve compiere una transizione verso un’economia “matura”, che si regge anche sulla domanda interna e sugl’investimenti dei privati. Nonostante i tentativi di stimolare la domanda interna, la crescita rimane stabile, con un trend negativo.
Di prospettive di crescita stabili parla anche il responsabile dell’ufficio nazionale di statistica, Wang Bayan, secondo cui per la Cina il 2016 presenterà le stesse condizioni di crescita dell’anno appena trascorso.

LA REAZIONE DELLE BORSE ASIATICHE Nonostante la lettura dei dati si presti ad interpretazioni tendenti al negativo, i listini asiatici hanno reagito positivamente alla diffusione dei dati sul Pil cinese. Probabile che scommettano sull’adozione a breve termine di nuove misure di sostegno all’economia da parte di Pechino. La borsa di Tokyo, alla fine di una seduta oscillante, ha chiuso in territorio positivo per la seconda volta nel 2016. L’indice Nikkei ha guadagnato 92,80 punti, a 17.048,37 punti, con un progresso dello 0,55%. Sui mercati asiatici, il petrolio torna sopra i 30 dollari al barile per il Wti, scambiato a 30,58 al barile, mentre il Brent supera i 29, con un prezzo di 29,20 dollari al barile.

Un risultato ancora maggiormente positivo per la borsa di Shangai. L’indice composito ha superato i 3000 punti (3007,74), con un progresso del 3,2%. Un risultato in linea con quello, altrettanto positivo, del listino di Shenzhen che segna un rialzo del 3,57%, chiudendo a 1.895,57 punti.

Stop alle sanzioni Iran, il petrolio continua la sua discesa. Male le borse, Milano affossata dalle banche

L’ufficializzazione della rimozioni delle sanzioni all’Iran ha alimentato il timore, già ampiamente diffuso, che sul mercato già saturo si riversi un’enorme quantità di petrolio che accentuati l’offerta di greggio, deprimendo ancora il prezzo del barile.
Nella giornata odierna sia il il Wti che il Brent sono quotati ben al di sotto dei 30 dollari; il petrolio del mare del Nord ha sfondato anche il limite dei 28 dollari, per poi effettuare un piccolo recupero, attestandosi poco sopra i 29.

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L’Iran ha già comunicato la decisione di aumentare la propria produzione di petrolio di 500 mila barili al giorno e di un ulteriore aumento di altri 500 mila barili al giorno tra sei mesi.
Una circostanza che s’inserisce nella pericolosa strategia dell’Opec che ha preferito tenere i prezzi del petrolio a livelli molto bassi per difendere le proprie quote di mercato, a scapito dei produttori non Opec, in particolare modo da quelli statunitensi. Con la politica dei prezzi bassi l’Arabia Saudita tenta anche di indebolire anche lo stesso Iran nel momento in ci torna sul mercato.
Una scelta che potrebbe avere pesanti ripercussioni sul piano delle relazioni internazionali.

GIAPPONE E CINA
L’andamento del prezzo del petrolio e la debolezza della Cina fanno sentire i propri effetti sulle borse mondiali. In una fase di forte depressione, sfuma l’atteso rimbalzo dei listini.
Con Wall Street chiusa per le celebrazioni del Martin Luther King day, l’incertezza domina le altre borse mondiali. Chiusura negativa per Tokyo; l’indice Nikkei lascia sul terreno più di un punto percentuale (-1,12%). Altalenante l’andamento delle borse cinesi. Shenzhen fa segnare un deciso rialzo, +1,58%, la borsa di Shangai, si attesta su un più modesto +0,44%, mentre l’indice Hang Seng di Honk Kong è in discesa dell’1,45%.

BORSE EUROPEE E PIAZZA AFFARRI
Partenza negativa per le borse europee che però recuperano nel corso della seduta, sulla spinta del rialzo del prezzo del petrolio, per tornare poi in terreno negativo. Parigi segna un calo dll’0,39%, peggio fanno Francoforte (-0,56%) e Madrid (-0,67%).
Maglia nera per Milano, a piazza Affari l’indice Fits Mib cede oltre due punti percentuali, a 18.774 punti e un calo del 2,20%. A spingere giù il listino italiano le perfomance dei titoli del comparto bancario.
A trainare in basso il listino milanese è il tonfo delle azioni di Montepaschi di Siena; il titolo dell’istituto senese è stato sospeso più volte per eccesso di ribasso e che al momento perde più del 12% del suo valore (-12,36%). Numerose sospensioni anche per le altre principali banche italiane, con in testa Unicredit, Intesa Sanpaolo e le Popolari.

Nuovo crollo delle Borse, in Cina i listini perdono il 7%, il petrolio scende sotto i 30 dollari

Borse asiatiche ancora giù e per la seconda volta in una settimana si arriva al blocco automatico delle contrattazioni per eccesso di ribasso. Shanghai arriva a perdere il 7%, mentre Shenzhen fa peggio cedendo l’8,5%.
A peggiore ulteriormente il quadro c’è anche la decisione della Banca centrale cinese di svalutare ulteriormente lo yuan dello 0,51% nei confronti del dollaro, toccando il livello più basso degli ultimi dal 2011.
La scelta di Pechino, formalmente un tentativo di rilanciare l’esportazioni, è stata letta dagl’investitori internazionali come un segnale di debolezza e come una prova a favore di chi sostiene che la Cina potrebbe arretrare più di quanto dicano gl’indicatori ufficiali.


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Il governo cinese, da parte sua, ha adottato delle misure per evitare il crollo. L’ente che regola il mercato cinese ha presentato nuove regole che limita la capacità di vendita dei titoli dei grandi azionisti ad un massimo dell’1% delle azioni di un’azienda. Questa limitazione per gli azionisti che detengono il 5% o più di un’azienda si estende in un arco temporale di tre mesi (nel corso di questo periodo è fatto divieto di vendere più dell’1% suddetto), tali soggetti saranno anche obbligati ad annunciare le proprie intenzioni con un anticipo di almeno 15 giorni.

Questa misura non è nuova, ma allunga la scadenza di una misura simile adottata da Pechino per arginare la recente ondata di vendite che creò il caos sui mercati mondiali. Il vecchio termine sarebbe scaduto domani, con una verosimile nuova ondata di vendite da parte dei grandi azionisti.

IL CROLLO DEL PETROLIO Il pessimismo è acuito dal prezzo del petrolio. Il Brent, dopo aver toccato il valore più basso degli ultimi 11 anni, è sceso ulteriormente. Il barile del mare del nord è arrivato a 32,75 dollari, mentre il Wti è sceso del 4%, arrivando a un prezzo di 32,6 dollari.
In queste dinamiche incide di certo le tensioni politiche tra l’Iran e l’Arabia Saudita, dopo l’uccisione da parte di Riad del leader sciita Nima al-Nimr dello scorso 2 gennaio. L’Arabia Saudita è il primo produttore di petrolio al mondo con più di 10 milioni di barili al giorno; la sua scelta di non abbassare la produzione è letta da molti analisti come il tentativo di accaparrarsi importanti quote di mercato a scapito delle società petrolifere statunitensi e di rivendicare il suo ruolo cruciale sul mercato mondiale del petrolio. Una forzatura che potrebbe portare a conseguenze incontrollabili.

Nuovo Sell-Off della Borsa Cinese

Quando ad inizio 2016, ha iniziato a crollare la borsa Cinese, tutte le altre borse hanno accusato pesantemente il colpo. Il tutto si è scatenato apparentemente a causa della crisi del settore manifatturiero, e più in generale dalla crisi che sta affrontando in questi giorni la Cina. La crescita economica della Cina sta diminuendo, il valore delle azioni scambiate è 1/3 del PIL Cinese, anche se in paesi sviluppati come i nostri europei, solitamente è 1/1. C’è molta confusione in Cina.

L’economia Cinese, come tutti ben sappiamo, vive principalmente per i suoi export nel resto del mondo. Anche se in realtà ci sarebbero da sottrarre i costi delle materie prime, che arrivano anche da paesi come l’Europa o altri paesi asiatici. Le esportazioni nette quindi, sono il vero dato da verificare in questa economia, in quanto quelle lorde in realtà valgono poco o nulla.


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L’azionario Cinese è partito nel peggiore dei modi anche durante questa nuova settimana, con un sell-off generale che sta facendo tremare non poco i mercati finanziari.

Il benchmark Shanghai Composite ha chiuso la giornata in calo del 5,3%, essendo stato giù solo circa del 3% per la maggior parte della sessione di lunedì.

Il CSI300, un indice che contiene 300 delle più grandi aziende sui mercati di Shanghai e Shenzhen, è sceso a poco più del 5% per la giornata.

Il suo indice più ben correlato, il CSI500, è sceso del 6,7%. Se il mercato non fosse stato fermato varie volte la scorsa settimana, molto probabilmente adesso la situazione sarebbe ancora peggiore.

Essenzialmente il crollo è arrivato dopo che la Banca popolare Cinese ha sorpreso i mercati annunciando una forte svalutazione dello yuan, impostando il tasso USD / CNY a 6,5626.

Il prezzo era al di sotto della chiusura di venerdì a 6,5635 e il prezzo finale sul mercato di venerdì è rimasto a 6,5938.

Un prezzo inferiore indica che lo yuan si è rafforzato nei confronti del dollaro.

Nelle contrattazioni iniziali, la coppia USD / CNY è salita al rialzo, rispetto al livello di chiusura di venerdì, prima di invertire il trend bruscamente, dopo la news che il governo – attraverso la sua rete di banche di proprietà statale – può intervenire sul mercato per sostenere la valuta.

USD/CNH

Il grafico giornaliero di USD/CNH – ovvero gli yuan scambiati offshore – rivela come la recente svalutazione della valuta si è arrestata nelle ultime sessioni.

La svalutazione Cinese è un grosso problema per l’Europa

Bomba Atomica Pericolo Europa

Lo Yuan Cinese si è svalutato tantissimo negli ultimi mesi. Per verificare la svalutazione abbiamo studiato il grafico di CNY/USD, che in un solo mese è passato da 0.1550 a 0.1520. Non è solo una questione che riguarda solo coloro che fanno forex trading ma è un problema importante per l’intera economia europea.

In questi giorni, si sta parlando dell’Oriente per vari motivi. Prima di tutto, il mondo è abbastanza accigliato per il fatto che quei pazzi della Corea del Nord, hanno creato una bomba atomica ad idrogeno, in Nord Corea, c’è stato infatti un sisma di magnitudine 5.1 a confermare le paure: “Provocato da esplosione nucleare“. Pyongyang spaventa il mondo: “Abbiamo la bomba all’idrogeno”.

Ma non solo questo è stato un fatto che ha contribuito a mettere in allerta le varie superpotenze mondiali, la minaccia proveniente dall’oriente è anche finanziaria.

L’euro potrebbe essere di fronte un aumento della pressione al ribasso dopo la decisione della Cina di portare lo yuan ad un minimo degli ultimi 5 anni.

Svalutazione dello Yuan Cinese

La Cina è diventata un importante partner commerciale di esportazione per l’area dell’euro, e per l’Unione europea (UE) nel suo complesso, e la capacità di spesa ridotta che una svalutazione è destinata a provocare, potrebbe crearsi una situazione in cui l’euro potrebbe cadere con facilità.

La Cina è ora il secondo partner commerciale per quanto concerne le esportazione con l’Unione europea, con circa il 10% di fetta di mercato nelle esportazioni, secondo solo agli Stati Uniti, secondo la Commissione europea.
I dati relativi all’UE compilati da Eurostat, hanno rivelato che da gennaio a ottobre dello scorso anno, il mercato delle esportazioni verso la Cina è cresciuto ad un ritmo abbastanza modesto, ovvero intorno al 4%, riflettendo i sospetti che l’economia cinese non era così forte come l’anno scorso.

Il governo cinese ha deciso di indirizzare la propria moneta verso il basso, al fine di aumentare le proprie esportazioni, e ciò potrebbe quindi vanificare i vantaggi di un euro più basso sul mercato.

L’euro ha subito un’importante caduta durante tutto lo scorso anno, contro le principali valute dei partner commerciali, come ad esempio il dollaro statunitense e della sterlina inglese, che si prevede possa incrementare le esportazioni.
Dopo che la Banca centrale europea (BCE) ha deciso di prorogare i 60 miliardi di euro al mese di programma di alleggerimento quantitativo, durante il mese di marzo 2017, a seguito della riunione del Consiglio direttivo del mese scorso, l’obiettivo di una stima al ribasso per quanto concerne il prezzo dell’euro, è stato prolungato.

Europa e Stati Uniti concordi contro lo status di economia alla Cina

No alla Cina per quanto riguarda la concessione dello status di economia di mercato. E’ questa la linea portata avanti dall’Unione europea, che da oggi può contare su un alleato in più visto il parere favorevole degli Stati Uniti in materia. Secondo gli esperti del Financial Times, concedere alla nazione cinese questo stato potrebbe mettere in serio rischio la possibilità che le aziende cinesi inondino letteralmente i mercati statunitensi ed europei, proponendo merce a bassissimo costo, che potrebbe far crollare le produzioni locali. Si tratta di una misura preventiva contro la possibilità che lo Stato possa ‘disarmare unilateralmente’ le difese europee degli Stati dell’Eurozona e dell’America, comportandosi anche in modo scorretto e quindi dando il via a procedimenti legali lunghi e spesso inutili nella loro conclusione.

E’ noto da tempo che la Cina sta tentando di raggiungere l’ambìto status di economia di mercato, perché fra i benefici si annoverano le difficoltà da parte dell’Europa e degli States di imporre dei dazi considerati antidumping su tutte quelle aziende cinesi che operano in modalità scorretta nella proposta di prezzi di vendita. La situazione è facile da spiegare sulla carta, ma molto difficile da attuare in pratica, in quanto la realtà attuale vede un’Europa fortemente divisa sulla questione. Da un lato vi sono infatti la Germania e la Gran Bretagna, nazioni che negli ultimi anni hanno investito moltissimo in Cina e che si propongono favorevoli alla questione. Dall’altra ci sono Stati come l’Italia, che si oppongono in quanto vedono nell’avvento dell’economia riconosciuta un potenziale pericolo per la propria economia di mercato.

Si tratta di un dibattito basato sui termini dell’accordo, che interessa l’entrata della Cina nel Wto nel 2001. Lo Stato cinese è infatti convinto che l’entrata nel mercato equivalga alla designazione di vantare la posizione di economia di mercato alla fine del 2016, ma ciò non può tradursi in realtà se non è dato il via libera dagli stati membri. Stando agli accordi, 15 anni fa, ovvero al tempo in cui lo Stato entrò a fare parte del Wto, era stato stabilito che dopo questo ammontare di tempo l’Unione avrebbe valutato o meno la possibilità di concedere lo status al super gigante asiatico.

Gli esperti affermano che anche se la Cina ha il diritto sulla carta di vedersi assegnare lo status, nella realtà questa posizione non le compete e quindi le carte devono essere riviste al momento dello scadere dei 15 anni, in quanto troppi sono i potenziali pericoli per le economie europee e statunitensi se ciò accadesse.