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Istat, segnali di ripresa dell’export: ad aprile surplus commerciale di 4,5 miliardi

ISTAT segnali di ripresa

Buone notizie per il commercio italiano: l’Istituto nazionale di statistica ha diffuso i dati sulle rilevazioni periodiche del commercio con l’estero e prezzi all’import: Ad aprile 2016 sia le esportazioni (+2,7%) sia le importazioni (+3,9%) sono in aumento congiunturale. Il surplus commerciale è di 4,5 miliardi (+3,5 miliardi ad aprile 2015).

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L’istituto di statistica sottolinea come la crescita congiunturale dell’export è sostenuta da entrambe le principali aree di sbocco, con un incremento più accentuato verso i mercati extra Ue (+3,9%). Tutti i principali raggruppamenti di beni sono in aumento, a eccezione dei prodotti energetici
(-3,5%).

Nel trimestre febbraio-aprile 2016, rispetto al trimestre precedente, le esportazioni sono stazionarie, sintesi di un debole aumento delle vendite verso l’area extra Ue (+0,1%) e di una contenuta diminuzione verso l’area Ue (-0,1%). Al netto dei prodotti energetici la crescita è più sostenuta (+0,5%) e i beni strumentali registrano l’espansione più consistente (+2,4%).

Leggendo più approfonditamente tra i dati del documento Istat si evince che Ad aprile 2016 la flessione tendenziale dell’export (-1,0%) è da ascrivere esclusivamente all’area extra Ue (-3,6%). La variazione tendenziale grezza al netto della correzione per giorni lavorativi (20 ad aprile 2016 contro i 21 di aprile 2015) è positiva (+1,2%).
Nel dettaglio, la vendita di prodotti petroliferi fa segnare un forte calo (-29,7%), al contrario delle esportazioni di mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+15,6%) che sostengono l’export. Le vendite verso la Germania (+3,4%) e verso la Spagna (+5,2%) sopravanzano di molto la media verso l’UE nel suo complesso (+1,2%).

Nel primi quattro mesi dell’anno l’avanzo commerciale raggiunge 13,6 miliardi (+21,5 miliardi al netto dei prodotti energetici). Si rileva un calo tendenziale dei flussi in valore (-0,5% per l’export e -2,8% per l’import) ma non in volume (+0,2% per l’export e +3,8% per l’import).

Nei primi quattro mesi del 2016 la quota dell’export italiano rispetto a quello dell’Area euro è lievemente diminuita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente come risultato di una diminuzione della quota sulle esportazioni extra Ue (da 13,5% nei primi 4 mesi del 2015 a 13,3% nello stesso periodo del 2016) e di un aumento nell’Ue (da 9,5% nei primi 4 mesi del 2015 a 9,7% nello stesso periodo del 2016).

Il documento dell’Istat si conclude con l’analisi della dinamica dei prezzi dei beni acquistati: “nel mese di aprile 2016 l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,2% rispetto al mese precedente e diminuisce del 6,5% nei confronti di aprile 2015.

La riduzione dei prezzi all’importazione dipende principalmente dalle dinamiche del comparto energetico, al netto del quale l’indice registra una flessione dello 0,1% rispetto al mese precedente e del 2,1% in termini tendenziali”.

OCSE: La ripresa italiana riprende slancio ma occorrono più investimenti

OCSE: La ripresa italiana riprende slancio

Nel suo outlook semestrale, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico conferma le previsioni di crescita fatte a febbraio per l’Italia: il Pil del Belpaese crescerà dell’1% quest’anno e dell’1,4% nel 2017.

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Le previsioni di Parigi danno il rapporto deficit-Pil al 2,3% quest’anno e al 2% l’anno prossimo, un debito in calo nel 2016 (132,8% del Pil rispetto al 133,5%) e nel 2017 (131,9% rispetto a 132,8%); mentre il debito pubblico nel 2016 salirà al 160,3% (+0,1% rispetto al 2015) per poi calare al 159,4% l’anno prossimo. Sul fronte del lavoro, l’Ocse prevede per l’Italia un tasso di disoccupazione in calo, rispettivamente, all’11,3% e al 10,8%.
Quella prospettata dall’organizzazione parigina per l’Italia è una crescita modesta (e inferiore alle previsioni del Governo di Roma che stima una crescita all’1,2%) ma in ottica globale le cose non sono molto migliori: le previsioni sulla crescita dell’economia mondiale sono deludenti; il Pil mondiale crescerà del 3% nel 2016 (come lo scorso anno) e poco di più nei prossimi. Il contesto economico ancora debole per le difficoltà dell’economie emergenti e per le conseguenze del basso livello dei prezzi del petrolio. “Molte economie emergenti hanno perso impeto, con drastici rovesci in alcuni casi, in particolare i produttori di materie prime”, prosegue l’organizzazione di Parigi, “la ripresa nelle economie avanzate rimane modesta, con la crescita trattenuta dai deboli incrementi dei salari e da investimenti fiacchi”.
Per le economie avanzate i rischi principali arrivano, invece, dalla difficoltà di trovare un accordo per risposte efficaci. Risposte a problemi che nel caso dell’Europa riguardano “l’aumento dei rifugiati e l’impopolarità delle misure di austerità”. Tutto con l’incognita Brexit che “deprimerebbe in maniera significativa la crescita in Europa e altrove”.
Una situazione negativa a cui non possono porre rimedio le sole scelte di politica monetaria espansive adottate dalle Bache centrali, alle quali vanno aggiunte, si legge nel documento, “politiche nazionali di largo respiro”.

L’ITALIA “Dopo un rallentamento a fine 2015 – scrive l’Ocse – la ripresa dovrebbe consolidarsi, trainata dai consumi privati e, in minor misura, da una crescita pur modesta degli investimenti, mentre anche la produzione industriale riparte. Gli investimenti sono però ancora frenati dalle difficoltà di accesso al credito. Le iniziative del Governo per la creazione di un mercato secondario per i crediti a rischio, i non-performing loans, e il risanamento dei bilanci bancari rappresentano una pre-condizione importante perché si rafforzi l’offerta di credito e quindi l’investimento”.
Secondo l’Ocse, “la fiducia di consumatori e imprese si è allontanata dai picchi post-crisi ma rimane elevata”, si legge nel documento, “gli incrementi netti nel reddito delle famiglie, dovuti all’aumento dei redditi nominali, la bassa inflazione e le misure fiscali, insieme a un incremento della domanda (in particolare per veicoli da trasporto e altri beni durevoli), stanno sostenendo i consumi privati nonostante il recente rallentamento nella crescita dell’occupazione”. In questo contesto – osservano i tecnici – “razionalizzare e ridurre la spesa pubblica è una priorità ma dipenderà in parte sull’aumento dell’efficienza della pubblica amministrazione”.
Infine, pur apprezzando gli sforzi che Roma sta facendo in tema di riforme strutturali, è necessario produrre uno sforzo maggiore per aumentare la produttività e l’incisività del mercato del lavoro.

L’Fmi rivede al rialzo le stime sul Pil italiano ma avverte che la ripresa è lenta e fragile. Di questo passo l’Italia tornerà al livello pre-crisi a metà del 2020

La ripresa dell’Italia “è probabile che si rafforzi ma che rimanga modesta nei prossimi anni”, lo scrive il Fondo Monetario Internazionale a seguito della visita periodica all’Italia svolta nell’ambito delle missioni ad un singolo Paese.

Washington ha tastato il polso all’economia del Belpaese e l’analisi disegna un quadro in leggero miglioramento ma ancora estremamente fragile e non al passo dei principali concorrenti internazionali. Se, infatti, le stime di crescita sono state riviste al rialzo dal Fondo, dall’1% previsto all’1,1% (un dato che rimane, però, più basso delle previsioni di gennaio che stimavano la crescita all’1,3% e dell’1,2% calcolato dal governo nel Documento di Economia e finanza), questo fa notare anche come “la ripresa rimane modesta” e “i rischi sono orientati al ribasso” per «la volatilità dei mercati finanziari, il rischio Brexit e l’emergenza immigrazione.

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Pur definendo “impressionante” lo sforzo del governo Renzi per le riforme, i tecnici di Washington prevedono che alle condizioni attuali il ritorno a un livello pre-crisi ci sarebbe non prima della metà del 2020.
Nel comunicato diffuso al termine della visita del capo missione, Rishi Goyal, e del vicedirettore per il Dipartimento europeo, Thanos Arvanitis, si legge: “La crescita nominale potrebbe essere troppo debole per risolvere stabilmente le fragilità finanziarie ed i bilanci potrebbero continuare a costituire una fonte di vulnerabilità, poiché il loro risanamento richiederebbe un periodo prolungato”.
In merito al processo di riforme, è importante che gli sforzi compiuti ad oggi “siano ampliati e completati”, “è dunque importante che per il futuro si mantenga un ampio sostegno politico a favore di un vasto pacchetto di riforme”.

Washington, quindi, consiglia di “procedere con maggiore decisione alle riforme strutturali
, anche nel settore fiscale” ma avverte anche che “il raggiungimento degli obiettivi di bilancio e la creazione di un margine per abbassare in modo significativo il cuneo fiscale ancora elevato potrebbe richiedere difficili scelte politiche, riguardanti possibilmente anche gli alti livelli di spesa sociale e l’introduzione di una moderna tassa sugli immobili”. Un orientamento contrario a quello intrapreso dal governo con l’abolizioni della Tasi e dell’Imu sulla prima casa. Per il Fondo “è importante non compromettere la sostenibilità del sistema pensionistico”

Riguardo all’annoso problema del debito pubblico, che a marzo ha toccato livelli record, Rishi Goyal, sottolinea come soia difficile che questo scenda già nel 2016 ma anche che è “vicino ad intraprendere una parabola discendente. (…)qualora si materializzasse la crescita nominale attesa e gli obiettivi di bilancio a medio termine fossero realizzati come previsto. Tuttavia, il miglioramento sarà graduale e vulnerabile agli shock, come nel caso di un eventuale aumento dei tassi di interesse. Un programma ambizioso di privatizzazioni contribuirebbe ad un più repentino abbassamento del livello di debito”.

Infine, i tecnici del Fondo si sono soffermati sullo stato di salute delle banche italiane, sottolineando come “i crediti deteriorati sembrano essere in via di stabilizzazione” ma avvertendo che “i bilanci delle banche sono messi a dura prova dal livello molto alto di Npl e dall’eccessiva durata dei procedimenti giudiziari”. L’Fmi consiglia che “ulteriori provvedimenti dovrebbero mirare a ridurre sensibilmente nel medio periodo il volume corrente dei crediti deteriorati abbassando il costo del rischio e migliorando l’efficienza operativa”.

Lavoro, Inps: “con gli sgravi ridotti -77% di posti stabili nel primo trimestre 2016”

inps lavoro

Continua il calo di assunzioni stabili a seguito della riduzione da quest’anno degli sgravi contributivi dal 100% al 40%. A certificarlo è l’istinto Nazionale previdenza statale che nel report dell’osservatorio sul precariato, in merito all’analisi dei flussi, scrive: “Complessivamente le
assunzioni (attivate da datori di lavoro privati) nel periodo gennaio-marzo 2016 sono risultate 1.188.000, con una riduzione di 176.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (-12,9%).
Questo rallentamento ha coinvolto essenzialmente i contratti a tempo indeterminato: –162.000, pari a -33,4% sul primo trimestre 2015. Il calo è da ricondurre al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015 in corrispondenza dell’introduzione degli incentivi legati all’esonero contributivo triennale.
Analoghe considerazioni possono essere sviluppate in relazione alla contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato (-31,4%)”.


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La nuova forma di incentivo introdotta con la Legge di Stabilità 2016, è rivolta alle assunzioni a tempo indeterminato e alle trasformazioni di rapporti a termine di lavoratori che, nei sei mesi precedenti, non hanno avuto rapporti di lavoro a tempo indeterminato Tale misura prevede l’abbattimento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro (ad eccezione dei premi Inail) in misura pari al 40% (con limite annuo di 3.250 euro) per un due anni. Nel 2015 l’esonero contributivo era totale (sempre esclusi i premi Inail) e di durata triennale con un tetto di 8.060 euro.

Nello specifico, nei primi tre mesi del 2016 sono stati stipulati 428.584 contratti a tempo indeterminato
(comprese le trasformazioni) mentre le cessazioni, sempre di contratti a tempo indeterminato, sono state 377.497 con un saldo positivo di 51.087 unità. Il dato – sottolinea l’Inps – è peggiore del 77% rispetto al saldo positivo di 224.929 contratti stabili dei primi tre mesi 2015 e risente della riduzione degli incentivi sui contratti stabili. Il dato è peggiore anche del 2014 (+87.034 posti stabili nei primi tre mesi).
Un dato rilevante se si pensa che nel 2014 l’Italia risentiva più di oggi degl’effetti della peggiore crisi economica da quella del ’29, che non c’erano gli sgravi e che esisteva ancora il vecchio articolo 18.

Se si allarga l’analisi a tutte le tipologie di contrattuali – compresi, quindi, i rapporti a termine e quelli di apprendistato – trend rimane negativo
.
Nei primi tre mesi di quest’anno, la variazione netta dei rapporti di lavoro subordinato è stata positiva per 241mila unità, dato inferiore del 26% rispetto allo stesso periodo del 2015.
Un dato in controtendenza è quello dei contratti precari. Il saldo dei rapporti a tempo determinato, nel primo trimestre 2016, è positivo di 272mila unità, con un incremento del 22,2% rispetto allo stesso periodo del 2015. Questi dati sembrano smentire la lettura del Governo che ha sempre letto il dato sulle nuove assunzioni come l’effetto del Jobs act e, più in generale, di una solida ripresa economica.

Coerente con questi dat appare il continuo boom dei cosiddetti voucher, i i buoni lavoro destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio
, del valore nominale di 10 euro. Nel primo trimestre del 2016 ne sono stati venduti 31,5 milioni con un boom del 45,6% rispetto al 2015; Nello stesso periodo dello scorso anno si era registrato un aumento del 75,4% rispetto al primo trimestre del 2014. È proprio nell’uso abnorme di questo strumento che si può leggere il concretizzarsi di una nuova forma di precariato e il sintomo del persistere di un’enorme sacca di lavoro nero. Negli scorsi giorni, la stessa Ines aveva rivelato come il 37% dei percettori di voucher non ha altri redditi da lavoro, mentre l’85% guadagna meno di mille euro l’anno.

L’Unione scrive all’Italia: flessibilità in cambio del rispetto degli obiettivi

unione scrive all'Italia

Confermando le indiscrezioni circolate negli scorsi giorni, la Commissione europea ieri ha inviato una lettera al Ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, circa la richiesta di flessibilità sui propri conti pubblici.
La lettera di Bruxelles propone al Governo italiano un compromesso: la concessione della flessibilità richiesta da Roma in cambio di impegni precisi e vincolanti impegni sulle finanze del 2017.

Quello che prevede la lettera firmata dal vice presidente della Commissione Valdis Dombrovskis e il commissario agli affari monetari Pierre Moscovici è un accordo dal valore di circa 14 miliardi di euro e impegnerebbe l’Italia a prendere una posizione chiara sulle clausole di salvaguardia 2017: aumentare l’Iva o indicare come si sopperirebbe al mancato incasso dei 7 miliardi che ci si aspettano da tale aumento. Inoltre, la Commissione sottolinea la discrepanza di un decimo di punto percentuale tra il deficit che Bruxelles prevede per l’anno prossimo (1,9% del Pil) e quello stimato dal Governo italiano (1,8%).


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Un impegno di Roma su questi obiettivi vale, come scritto, un pacchetto di flessibilità pari allo 0,85% del Pil: lo 0,50% del PIL accordato per le riforme economiche, lo 0,25% per gl’investimenti infrastrutturali, lo 0,04%in relazione alla gestione della crisi rifugiati e lo 0,06% per i costi legati all’emergenza sicurezza. Nella missiva della Commissione si sottolinea come quella accordata all’Italia sarebbe una concessone di flessibilità mai concessa ad altri Paesi dell’Unione. La lettera esprime anche apprezzamento per l’ambizioso programma di riforme messo in campo dal Governo italiano che, secondo la Commissione, “può dare un contributo significativo pe rinnalzare la crescita potenziale del paese, aumentare l’occupazione e rafforzare il benessere degli italiani”.
Il costo di tale concessione è la chiarezza degl’impegni che Roma deve impegnarsi a prendere: la Commissione vuole che il Governo Renzi garantisca che il bilancio 2017 sia in linea con le esigenze del Patto di Stabilità.


Sono in agenda per domattina il giudizio sui conti degli Stati membri
, compresi quelli dell’Italia, e l’approvazione delle raccomandazioni ai singoli Stati membri, mentre già oggi dovrebbe arrivare la risposta del ministro dell’Economia Padoan alla lettera della Commissione. Nonostante la trattativa sia ancora in corso, trapela ottimismo su una politica chiusura dell’accordo che rappresenterebbe un compromesso tra l’esigenza di rispettare le regole di Bilancio e la necessità di sostenere la ripresa economica.

Lettera di Padoan alla Commissione: molti fattori pesano sul debito italiano, siamo fiduciosi

Padoan

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha inviato una lettera alla Commissione europea in cui ha illustrato i molti fattori che pesano sull’alto debito pubblico italiano: la deflazione, le riforme strutturali, il costo dell’emergenza immigrazione, le errate stime di bilancio che penalizzano l’Italia. In tutto 11 elementi di cui la Commissione, secondo il governo italiano, dovrebbe tener conto nel valutare la situazione del bilancio italiano ed accordare la flessibilità di bilancio richiesta dall’Italia, senza intraprendere alcun’azione sul debito.

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Nella lettera inviata da Padoan al vice Presidente della Commissione europea
, Valdis Dombrovskis, e al Commissario europeo agli affari economici e monetari, Pierre Moscovici che accompagna il documento di 80 pagine trasmesso a Bruxelles, Padoan si dice fiducioso sull’esito di tale valutazioni.
“L’Italia è tornata. Ci sono dati incoraggianti, ci sono investimenti nell’industria e i dati del mercato del lavoro – scrive il Ministro italiano – dimostrano che le politiche varate stanno funzionando”. (…) Ridurre il rapporto debito/Pil è uno degli obiettivi fondamentali del governo italiano insieme con l’impegno a ridurre il deficit” e il tasso debito/pil “è già virtualmente stabilizzato nel 2015 nonostante le condizioni economiche globali avverse”.

La lettera di Padoan è la risposta ad un’altra lettera, inviata a Roma una settimana fa dal direttore generale della Commissione Ue per gli Affari economici e finanziari, Maro Buti, in cui si legge: “l’Italia non ha fatto progressi sufficienti per il rispetto del parametro di riduzione del debito nel 2015”. Per tali ragioni, Padoan fa presente alla Commissione europea i sopraelencati fattori che ne hanno frenato la riduzione del debito; in particolare modo Padoan ricorda che l’Italia nel 2015 e nel 2016 ha sostenuto costi pari allo 0,2% del pil per gestire la crisi dei migranti, costi che devono essere considerati nella valutazione sul bilancio 2016. Il ministro dell’Economia, poi, ricorda le riforme strutturali, gli interventi nel sistema bancario, le clausole di salvaguardia con gli aumenti dell’Iva decisi da gennaio 2017, assieme alla bassa inflazione che ha reso difficile il rispetto della regola di bilancio già nel 2015. Tutti questi fattori e un contesto economico avverso devono essere tenuti in considerazione, secondo il governo di Roma, nel giudizio sul debito italiano.

Nella lettera trovano molto spazio i rilievi del Governo di Roma contro il metodo adottato dalla Commissione nel calcolare il prodotto potenziale che, secondo Padoan, penalizzano l’Italia. Il deficit strutturale del 2015, ad esempio, sarebbe stato di appena lo 0,1% (vicinissimo al pareggio di bilancio), contro l’1% calcolato da Bruxelles. Nel 2016 e nel 2017 sarebbe pari, rispettivamente, allo 0,7% e allo 0,6% del pil, valor assai diversi dall’1,7% stimato dall’Unione nei due anni.

Nonostante lo scambio di missive, rimane ottimismo circa la valutazione e le raccomandazioni che l’Unione farà all’Italia, e agli altri Stati membri, il prossimo 18 maggio.

UE, la Commissione verso la concessione della flessibilità all’Italia ma rimane lo scoglio debito

Trapela ottimismo dal collegio dei commissari, riuniti ieri a Strasburgo, sulla concessione dei nuovi margini di flessibilità sui conti pubblici 2016 richiesti dall’Italia.
La Commissione europea si appresta, quindi, a dare il proprio via libera il 18 maggio, data in cui presenterà le raccomandazioni specifiche per Paese e del giudizio sulle Leggi di Stabilità, compresa quella italiana.
Nel dibattito di orientamento sul rispetto del Patto di Stabilità i commissari hanno espresso apprezzamento per il percorso di riforme avviato dall’Italia ed è orientata a riconoscerle tutta la flessibilità aggiuntiva richiesta: per riforme (0,1%), per gl’investimenti (0,3%) e e per le spese sostenute per l’assistenza ai migranti (0,2%).
Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, si appresta ad incassare dunque il sì della Commissione, dopo che l’istituzione comunitaria il mese scorso aveva rinviato la decisione a maggio, appunto.


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Ma non sono tutte rose per il governo Renzi, rimane l’enorme scoglio del debito pubblico.
I toni concilianti, infatti, hanno fatto posto a una profonda spaccatura tra i commissari sulla valutazione del maxi-debito italiano. In particolare, il vicepresidente lettone della Commissione europea Valdis Dombrovskis e altri commissari di Paesi del Nord, secondo l’impostazione di rigore di bilancio sostenuto dalla Germania, avrebbero fatto pesare il mancato conseguimento dell’obiettivo di riduzione.
Secondo le previsioni di Primaveradella Commissione, infatti, l’indebitamento italiano quest’anno rimarrà sul livello record del 132,7%, come nel 2015, al contrario degli annunci di renzi che parlavano di una riduzione al 132,4% del Pil già da quest’anno. Ulteriori valutazioni sono attualmente in corso.

Alla luce di questi dati, l’Italia potrebbe rischiare un’azione sul debito, con l’avvio di una procedura con sanzioni
. La violazione della regola della regola obbliga Bruxelles a preparare un rapporto sul debito, chiamato “126.3”, al fine di valutarne la sostenibilità.
Da indiscrezioni di stampa si apprende che “il negoziato strategico è ancora aperto” ma non si prevede la “sorpresa” di un’apertura di una procedura per debito eccessivo. In una fase delicata come questa, soprattutto in relazione all’arrivo dell’estate e del verosimile rinfocolarsi della questione migranti, si tende a voler evitare contrasti con un Paese membro così coinvolto come l’Italia. Una possibilità più concreta è che i Commissari decidano, proprio come già fatto a marzo, di inviare una nuova lettera “ad hoc” a Roma per allertare il governo sul mancao conseguimento dell’obiettivo di riduzione del debito.

Gli stipendi italiani sono i peggiori d’Europa

Che gli italiani fossero malpagati è un dato di fatto, ma ciò che si pensava fosse solo un’ipotesi ha trovato riscontro in dati che parlano chiaro. Una recente e approfondita indagine di Willis Towers Watson ha infatti dimostrato che l’Italia è in coda per quanto riguarda la classifica europea delle retribuzioni, soprattutto per quanto riguarda i salari di ingresso, ovvero destinati a chi inizia un lavoro per la prima volta.

La ricerca si è impegnata a confrontare 15 economie europee, rilevando sul mercato dati che interessano la retribuzione e i benefit economici che vengono applicati a 50 posizioni professionali in 60 paesi diversi. Si è trattato di una ricerca ben fatta e molto precisa, che ha permesso di ottenere una chiara fotografia della condizione retributiva degli Stati del vecchio continente.

Stando ai dati raccolti, l’Italia si propone ultima in classifica per quanto riguarda i salari destinati ai neolaureati e, a differenza del 2014, il divario con la Spagna che è penultima si è allargato del 12%. Basta però confrontare i dati di paesi che raggiungono posizioni intermedie come l’Olanda per capire che non ci siamo proprio, visto che uno stipendio di un neolaureato italiano vale il 47% in meno del relativo stipendio guadagnato da un olandese.

L’unica posizione che è aumentata e che si propone favorevole interessa la retribuzione dei manager intermedi, che è passata dall’11esimo al 12esimo posto con una media che sfiora i 71.000 euro, dove il dato si propone superiore a paesi quali la Francia, la Spagna, ma anche la Svezia e la Finlandia.

Il progresso migliore, secondo i dati raccolti, è stato registrato nel Regno Unito, che si è piazzato al quarto posto per quanto riguarda i cosiddetti ‘middle management’ e al 12esimo per i livelli di ingresso, registrando una crescita costante nel corso degli anni. Chi vince nella classifica dei meglio pagati d’Europa? Come ogni anno gli stipendi migliori vengono elargiti in Svizzera, Stato che vanta una retribuzione media pari a 83.600 euro per chi inizia un nuovo lavoro e che tocca i 144.400 euro per i quadri. Si tratta di cifre che sembrano essere distanti anni luce dalla realtà italiana, ma che non si propongono così lontane per quanto riguarda la Germania, che si è assestata al quarto posto in termini generali.

La ricerca ha inoltre considerato il costo della vita e il peso fiscale e ha fornito dati interessanti sul “potere d’acquisto” che i lavoratori potranno vantare nell’immediato futuro. Anche in questo caso le previsioni si propongono rosee per i giovani lavoratori britannici, che possono contare su un peso fiscale minore rispetto agli altri paesi dell’Unione europea. Bene anche i giovani impiegati svizzeri, che a conti fatti e al netto di imposte e costo della vita si propongono come il popolo che può contare su salari migliori e più soddisfacenti a livello europeo.

Armani sposta i dipendenti svizzeri in Italia e abbassa lo stipendio

La tensione è alta fra i dipendenti della casa di moda Armani che lavorano in Svizzera, in particolare nella filiale di Mendrisio che si trova nel Canton Ticino. E’ arrivata in questi giorni la notizia che ‘Re Giorgio‘ avrebbe deciso di chiudere la filiale ticinese della Armani Swiss Branch, traslocando in Italia e di conseguenza tagliando gli stipendi dei lavoratori svizzeri. I sindacati sono quindi sul piede di guerra e mercoledì si attende un incontro chiarificatore fra le parti.

Il trasferimento degli uffici dal Canton Ticino a Milano non è stato ancora ufficializzato e questo è quanto hanno affermato i dipendenti della filiale e la stessa Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, che è il sindacato che attualmente rappresenta i 130 dipendenti Armani coinvolti.

Nella giornata di giovedì 4 febbraio i lavoratori e i sindacati si sono quindi riuniti per appurare quello che da tempo sembra essere un rumor, ma che potrebbe presto tradursi in una realtà tangibile. Pronta è quindi stata inviata una raccomandata alla sede centrale del gruppo per comprenderne le intenzioni. L’azienda non ha ancora risposto e si è trincerata dietro un silenzio che potrebbe sciogliersi ufficialmente nella prossima assemblea.

I dipendenti possono quindi basarsi solo sulle voci del personale che è già stato contattato direttamente dall’azienda, la quale ha proposto loro la delocalizzazione della filiale ticinese. Ai dipendenti interessati, soprattutto quelli operanti nel settore del recupero crediti, è stato proposto di operare in Italia con uno stipendio di 1500 euro, quasi un terzo di quanto i lavoratori si vedono versare ogni mese in Svizzera, dove la retribuzione ammonta a circa 4500 franchi svizzeri, l’equivalente di 4000 euro mensili.

Anche i settori della logistica e dei rapporti con la dogana sono stati chiamati in causa dai vertici per una proposta di cambio sede e alcune anticipazioni sono apparse sul giornale locale Ticino News. Secondo gli articoli apparsi sulla stampa locale, i dipendenti avrebbero subito delle pressioni per accettare la nuova sede e soprattutto il nuovo stipendio, quindi è comprensibile che l’intero comparto di lavoratori stia vivendo un periodo ‘caldo’ in attesa di comprendere quali saranno le decisioni che interesseranno il loro futuro.

Sono passati 20 anni da quando il gruppo Armani si è insidiato nel Canton Ticino con una filiale, e ora la stampa locale non perdona la scelta (quasi certa) di re Giorgio, che è apparso nelle foto in perfetta forma fisica ma accanto a titoli che non lasciano sperare nulla di buono per il futuro dei lavoratori elvetici.

Occupazione, Istat: disoccupazione scende all’11,3% ai minimi da 3 anni ma il jobs act non decolla

Poche novità sostanziali nei dati diffusi dall’Istat nel rapporto periodico sullo stato dell’occupazione in Italia. Il tasso di disoccupazione a novembre è sceso all’11,3%, i calo dello 0,2%, toccando il livello più basso degli ultimi 3 anni . Un dato positivo cha fa il paio con quelli degli occupati che aumentano di 36 mila unità e quelli sugl’inattivi che rimangono sostanzialmente invariati.
Un dato questo apparentemente positivo ma che ad un’attenta analisi mostrano un aspetto meno incoraggiante.

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I DATI (PROVVISORI) DI NOVEMBRE
Abbiamo detto del tasso di disoccupazione sceso all’11,3% con 48mila persone in meno in cerca di un’occupazione. Contestualmente aumentano anche gli occupati dll’0,2%, con 36mila persone che hanno trovato un lavoro; il tasso di occupazione però è del 56,4%, tra i più bassi d’Europa.
Rimangono sostanzialmente stabili gl’inattivi, con un tasso di inattività al 36,3%. In Italia più di una persona su tre non lavora e non cerca occupazione.

I DATI TRIMESTRALI se allarghiamo il periodo la ricerca all’ultimo trimestre e confrontiamo i dati al trimestre precedente, il calo dei disoccupati è di 134mila unità (-4,4%), un dato positivo ma fortemente mitigato dal calo degli occupati (12mila, -0,1%) e dall’aumento degl’inattivi (+88mila, +0,6%).

SU BASE ANNUA Se si tiene conto dei dati su base annua il numero dei disoccupati è sceso di 479mila unità e quello degli occupati è salito di 206mila; in aumento anche gl’inattivi, nell’ultimo anno ben 138mila persone hanno smesso di cercare un lavoro.

ALCUNE CONSIDERAZIONI Questi i numeri, ma per analizzare con più puntualità gli effetti delle riforme messe in atto dal governo bisogna fare qualche considerazione in più.

I numeri raccolti dall’Istituto nazionale di statistica sono influenzati in maniera decisiva dagl’incentivi sulla defiscalizzazione più che dal Jobs Act. Una considerazione corroborata dai numeri:
da gennaio a novembre i contratti a termine sono aumentati di 124mila unità, quelli a tempo indeterminato di 61mila. se prendiamo in considerazione l’intervallo da marzo a novembre (da quando è in vigore il Jobs act, nda) i contratti a tempo indeterminato sono aumentati di soli 36 mila unità, mentre quelli a tempo determinato di ben 148mila. La forbice, dunque, si è allargata a favore dei contratti a termine proprio nel periodo in cui è entrato in vigore il cd. Jobs act; dimostrando che i contratti a tempo indeterminato sono spinti dai contributi statali, che hanno un costo e che non possono essere procrastinati all’infinito.
Se a questo aggiungiamo che i nuovi contratti a tutele crescenti hanno sensibilmente eroso i diritti e le tutele rispetto ai vecchi contratti a tempo indeterminato il giudizio sullo stato del mercato del lavoro devono inevitabilmente rivisti al ribasso.
Inoltre, come appena ricordato, gl’incentivi alla defiscalizzazione sono costati per il solo 2015 circa due miliardi di euro; un investimento che non ha dato i frutti sperati se, come i dati dimostrano, il mercato del lavoro italiano è ancora caratterizzato da instabilità e andamenti incerti.
Un’ultima considerazione va fatta sulle fasce d’età. I dati Istat ci dicono che una componente molto sostanziosa di occupati riguarda la fascia d’età degli over 50 (+233mila), un aumento influenzato dalle nuove norme sul ritiro; mentre quella in maggiore sofferenza è quella tra i 25 e i 34 anni. Quella italiana è una popolazione lavorativa più vecchia e mano tutelata.

PokerStars si mette d’accordo con il fisco italiano

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Per comprendere le vicende che interessano la società PokerStars e il fisco italiano dobbiamo risalire al 2011, anno in cui le autorità italiane decisero di sequestrare i conti correnti dei portali di giochi on line. La ragione andava ricercata nel fatto che la società, che ora fa parte del gruppo Amaya ed è quotata sul Nasdaq, disponeva delle autorizzazioni necessarie per raccogliere il suo banco di scommesse, ma si trovava a detta delle autorità in una posizione di insolvenza nei confronti dell’erario italiano.

In particolare, le autorità si erano imposte di colpire la stabile organizzazione di PokerStars nel nostro paese, ovvero il fatto che l’azienda disponeva e dispone tutt’ora di mezzi, di risorse umane e di una rete di affari tali che richiedono il versamento delle imposte nel nostro paese. Gli affari della società erano però domiciliati a Malta, un paese che sappiamo godere di favorevoli regimi fiscali per le aziende che scelgono di localizzare lì la loro sede.

Il fisco italiano aveva quindi chiesto il versamento di ben 300 milioni di euro per ‘sistemare’ la questione. Si tratta, euro più euro meno, di quanto è stato versato da Apple per regolarizzare la posizione nel nostro paese e di una cifra che si avvicina a quella che è stata chiesta a Google. Il risultato è stato molto inferiore alle aspettative, in quanto l’erario è riuscito ad ottenere solo 5.9 milioni di euro di pagamento delle imposte, che si presuppone essere già qualcosa in confronto al nulla che la società voleva versare.

Il principio è sempre lo stesso, ovvero grandi società di capitali straniere che vantano la loro sede fiscale in paradisi quali Malta, Irlanda e anche paesi oltreoceano, lavorano nel nostro paese senza pagare nulla di tasse, anche se la loro struttura in Italia è, a tutti gli effetti, quella di una vera e propria azienda. I fattori che lo rivelano sono la presenza di una filiale, di personale che vi lavora, ma soprattutto di una capillare rete commerciale, tutti presupposti che rendono operative al 100% le società nel nostro paese al pari di tante aziende che hanno in Italia la loro sede fiscale e che sono quindi chiamate a versare puntualmente i tributi alle casse dell’erario.

La vicenda si era rivelata particolarmente interessante, perché a differenza di Apple, la corte aveva inizialmente dato ragione a PokerStars dimostrando l’incompatibilità fra il concetto di stabile organizzazione e quello di business immateriale, perché sulla carta la società non vende prodotti, ma la possibilità di giocare online. La legge di stabilità ha quindi deciso di ovviare a questa situazione, introducendo una procedura che accerta la stabile organizzazione anche in caso di società che si occupano di giochi on line, in quanto operanti medianti centri di trasmissione dati che possono a tutti gli effetti essere considerati fisici. Si tratta di una ‘via di mezzo’ che ha potuto portare allo Stato non il completo pagamento delle imposte dovute, ma che in un caso particolare come questo ha permesso di recuperare un po’ di somme che entreranno felicemente a fare parte delle casse dell’erario.

Tornano a crescere i prestiti personali in Italia

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Inversione di tendenza con segno positivo per i prestiti ai privati nel nostro paese. Si tratta del primo aumento registrato dopo molti anni, per la precisione dal 2012, ultimo anno in cui l’Italia segnò una percentuale positiva nei prestiti concessi dalle banche ai privati. I dati si leggono nel bollettino statistico pubblicato da Bankitalia, il quale si è concentrato sui bilanci degli istituti di credito nel nostro paese. Il documento riporta che complessivamente le banche hanno erogato un +0,6% annuo di prestiti ai privati nel mese di novembre 2015 e l’aumento interessa sia le famiglie sia le società non finanziarie.

Le erogazioni alle famiglie hanno registrato un complessivo aumento dello 0,8%, mentre le società si sono assestate allo 0.2%. Secondo una nota introdotta nel bollettino, si tratta di dati che chiedono di essere analizzati con attenzione, in quanto le variazioni sui dodici mesi dell’anno relative ai prestiti e ai depositi potrebbero in un certo senso riflettere quelle che sono le diverse scadenze fiscali che riguardano i versamenti dell’autotassazione. Si tratta di scadenze che hanno interessato il mese di novembre 2015 e che quindi devono essere lette in correlazione con la scadenza del primo dicembre dell’anno 2014. Questo gap temporale potrebbe quindi alterare leggermente i dati raccolti da Bankitalia.

In ogni caso, i dati che sono stati pubblicati nel bollettino dimostrano che che il tasso di crescita dei depositi del settore privato è salito al 2,3%, mentre le obbligazioni e la loro raccolta hanno subito uno stop, diminuendo del 15,6% su base annua, ovvero registrando una diminuzione del 16% circa in relazione ai mesi precedenti. Per quanto riguarda i prestiti, la crescita generale si è quindi assestata sul +0,6%, con una crescita dello 0,8% per le famiglie e dello 0,2% per le società non finanziarie.

Un interessante approfondimento può arrivare dalla lettura dei tassi di interesse, in quanto i tassi sui finanziamenti erogati alle famiglie per gli acquisti, soprattutto di abitazioni, sono stati pari al 2,85%, mentre quelli relativi al consumo si sono assestati all’8,29%.

Si tratta, nel complesso, di dati che si rivelano confortanti, in quanto sono strettamente legati alla volontà degli italiani di acquistare beni e servizi, sia che si tratti dell’immancabile prima casa sia di acquisti diversi che vanno ad inglobarsi nel bacino dei consumi generali. E’ ora importante controllare e approfondire se questi dati segneranno ancora percentuali di crescita positiva nel corso del presente anno, per avvalorare l’uscita dalla crisi e il ritorno ai consumi da parte del popolo italiano.