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La crisi dei testi scolastici: persi migliaia di posti di lavoro nel settore

La crisi economica ha indotto alcuni settori a risentire di gravi danni economici al loro indotto. Si tratta di settori di tipologie diverse e molto spesso eterogenee, che hanno dovuto per cause di forza maggiore ridimensionare la loro presenza e apportare cambiamenti di rotta per poter sopravvivere nel mercato. Fanno parte di questa realtà anche le case editrici di testi scolastici, beni che un tempo venivano acquistati nuovi e in abbondanza dalle famiglie, ma che negli ultimi anni sono stati notevolmente ridotti, perché la corsa al risparmio ha mutato l’acquisto in scambio e le famiglie si sono sempre più rivolte a risorse di carattere digitale.

In quest’ottica è interessante conoscere il caso della casa editrice Pearson, considerata il maggiore editore mondiale di libri di scuola e di materiali didattici. Emblematico del percorso che tante case editrici scolastiche stanno vivendo, quello della casa Pearson prevede per il 2016 una ristrutturazione del valore di mezzo miliardo di dollari, che molto probabilmente andrà a ricadere sul personale impiegato in azienda.

4 mila sono infatti i posti di lavoro che verranno persi durante la manovra di ristrutturazione societaria, che in percentuale si traduce nella diminuzione del 10% dei dipendenti che attualmente collaborano con la casa editrice. Cifre importanti, che si legano alla cessione avvenuta nel corso dell’anno del quotidiano Financial Times di appartenenza del gruppo editoriale, ceduto ai giapponesi di Nikkei per ben 1,2 miliardi di dollari. Il titolo Pearson è quindi balzato in borsa in seguito all’annuncio della ristrutturazione aziendale, la quale fotografa una situazione che non risparmia nessuno Stato al mondo e che dipinge una realtà sociale ormai compresa e universalmente accettata.

In epoca moderna sono infatti pochi gli studenti che acquistano un libro in più, perché la conoscenza si è infinitamente digitalizzata e il mercato cartaceo ha subito una contrazione difficile da recuperare. Lo dimostrano i dati, soprattutto quelli relativi agli States e anche a paesi come il Sud Africa, dove la vendita di testi scolastici ha subito un calo del 60%.

A fronte di questa realtà, la casa editrice londinese ha quindi provveduto ad abbassare le stime di guadagno previste per l’anno in corso e ad attuare un abbondante taglio delle risorse e degli investimenti dedicati ai libri scolastici. Nel corso del 2015, la Pearson aveva lasciato per strada quasi metà del suo valore, ricapitalizzandosi sul mercato a 5,4 miliardi di sterline contro i 7 miliardi delle origini. I dipendenti saranno quindi chiamati ad affrontare licenziamenti e ristrutturazioni nell’ambito del personale, una manovra già iniziata nel 2013, che purtroppo sembra percorrere una strada che non può essere fermata, almeno nel presente più immediato.

Relazione INPS: aumentano i posti di lavoro

356mila posti di lavoro nuovi di zecca in più di quelli registrati nel corso del 2014. Questi sono i dati emanati in questi giorni dall’INPS in merito all’Osservatorio sul Precariato, i quali evidenziano il positivo effetto congiunto delle manovre contenute nel Jobs Act e della decontribuzione per chi assume nuovo personale nella propria azienda. Si tratta di numeri positivi, che hanno dimostrato l’aumento del numero dei contratti ‘stabili’ nel nostro paese, segnando una diminuzione dei corrispettivi di apprendistato e di contratti a tempo determinato.

La rilevazione ha regalato dati molto interessanti agli analisti e anche all’opinione pubblica, perché ha fatto emergere la crescita vertiginosa legata ad una nuova forma di precariato, questa volta legata ai buoni lavoro dell’INPS. Si tratta dei voucher da 10 euro, che hanno subito un’impennata davvero vertiginosa, dimostrando una crescita di utilizzo del +67,5%, percentuale che nella regione Sicilia ha raggiunto nel 2015 il +97%. Perché questi mini voucher sono così gettonati e qual è la ragione del loro successo?

Si tratta di una richiesta proposta anche dallo stesso presidente dell’INPS Tito Boeri, che merita di essere approfondita e indagata per comprendere il perché di una tale diffusione di voucher dall’importo irrisorio, i quali non rappresentano garanzie a lungo termine, e sono iconici di lavoro precario e molto probabilmente poco pagato. Nel frattempo, l’INPS ha emanato i dati relativi all’aumento dei posti di lavoro suddividendoli in categorie. Ciò che è emerso dal rapporto è innanzitutto un aumento legato al settore privato, che ha raggiunto nel corso del 2015 il +9,7% per effetto della crescita dei contratti a tempo indeterminato. A seguire l’aumento dei contratti a termine, che si sono assestati sul +1,5% e la diminuzione delle assunzioni con apprendistato, posizionate al -20%. Quali sono state le regioni più attive? Di base si parla di un traino da parte del nord est, con regioni quali Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia che hanno registrato il più alto numero di assunzioni nel totale nazionale.

La crescita deve inoltre essere attribuita alla numerosa conversione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato, fatto che ha portato la crescita di questi ultimi ad un +37% e che è strettamente legato alle scelte contenute nel Jobs Act. Si tratta di percentuali favorevoli, che hanno alla loro base gli sgravi fiscali proposti dallo Stato e che chiedono di essere valutate sia nel beneficio del presente, sia in previsione del futuro. L’idea del governo si basa infatti su un aiuto provvisorio, che dovrà necessariamente essere tolto in futuro. Il presupposto interessa il miglioramento dell’economia nazionale, grazie al quale le aziende saranno in grado di correre con le proprie gambe e quindi di accollarsi la totalità del costo della forza lavoro, finora sgravato dagli incentivi fiscali per l’assunzione di nuovi dipendenti.

Svizzera e moda: tanti brand ma pochi posti di lavoro

27 sono i marchi di moda e operanti nel luxury che hanno sede nel Canton Ticino. La ragione non è spesso legata alla bellezza dei paesaggi, ma ad una politica fiscale che si propone più che favorevole alle aziende che scelgono questa terra come sede fiscale. Nessuna macchina da cucire lavora infatti fra le verdi valli svizzere, perché si tratta di una concentrazione di sedi di facciata, che nascondono un operato reale dislocato in tanti paesi del resto del mondo, soprattutto in quelli in via di sviluppo che permettono di ottenere una manodopera a bassissimo costo e di incrementare i guadagni in modo esponenziale.

E’ di questi giorni la denuncia da parte di una Organizzazione Non Governativa Svizzera, Dichiarazione di Berna, che si è impegnata a rendere pubblica una situazione che molti già conoscevano, ma che non era mai stata resa nota all’opinione pubblica. Si tratta del fatto che nel lembo del Canton Ticino trovano sede tante aziende del mondo della moda, da Guess a Hugo Boss fino alle imprese di Kering, proprietario di Puma e del marchio Gucci.

L’Ong ha dimostrato che tutte queste aziende contabilizzano più della metà dei loro utili nel Canton Ticino, ma solo il 2% degli impiegati vi lavora attivamente. La ragione, ovviamente, è di natura fiscale, perché la Svizzera offre un’imposizione fiscale variabile dal 5% al 13% sugli utili, che si rivela irrisoria rispetto alle percentuali richieste ad esempio a New York, del 41%, oppure a Milano del 25%.

Il caso più eclatante è quello legato alle imprese di Kering, che in terra Svizzera lavora il 70% dei suoi utili senza che un singolo capo venga prodotto in questa verde valle. Si tratta, quindi, di una pura manovra fiscale, a che a detta degli abitanti non porta benessere al territorio e contribuisce ad arricchire le aziende aumentando la disparità nei paesi dove i capi di abbigliamento e gli accessori vengono effettivamente prodotti. Denuncia sociale? Sicuramente sì, perché la Fashion Valley, come è stata ribattezzata dai media, non ha nessuna intenzione di introdurre fabbriche in questa terra, troppo costosa dal punto di vista della manodopera, ma infinitamente piacevole dal punto di vista fiscale.

Secondo la stampa locale, la beffa si rivela inoltre molto problematica dal punto di vista dei lavoratori che operano nella Fashion Valley. Anche se si tratta del 2% della manodopera societaria, quindi di un numero irrisorio di dipendenti, si tratta per lo più di frontieristi italiani che hanno trovato occupazione in queste aziende e che non ricevono certamente stipendi da capogiro, ma salari che hanno notato una diminuzione negli ultimi anni del -16% e che si rivelano completamente insufficienti per poter vivere in una terra costosa ed elitaria come quella ticinese.

Dopo le frodi, Toshiba taglia 6800 posti di lavoro

Brutte notizie in casa Toshiba, perché dopo lo scandalo delle frodi contabili, l’azienda ha comunicato che attuerà tagli al personale per ben 6800 unità. Si tratta di una soppressione che inciderà sull’organico esistente, composto da circa 198.700 dipendenti e che coinvolgerà i maggiori assetti della società, dalle televisioni ai PC fino al ramo degli elettrodomestici. La ristrutturazione aziendale è di base dettata dalla disastrosa previsione economica di 4.2 miliardi di euro che l’azienda è chiamata a sostenere alla fine del 2015, la quale corrisponde sulla carta al doppio degli utili accumulati dal gruppo negli ultimi vent’anni di attività.

La compagnia giapponese Toshiba fu fondata ben 120 anni fa. Si tratta di un gruppo noto e storico, che è stato coinvolto in uno degli scandali fiscali più gravi ed eclatanti del nostro presente. Lo scandalo esplose qualche mese fa, portando alle dimissioni del presidente e di sette super manager dell’azienda. Da quanto emerso, i dirigenti e gli alti livelli del gruppo avrebbero falsificato i bilanci trimestrali a partire dal 2008, gonfiando gli utili realmente conseguiti di oltre 1.2 miliardi di dollari. Cifre astronomiche, che hanno indotto gli investitori a scappare a gambe levate dalla società, e che hanno visto la capitalizzazione nel mercato dimezzarsi in pochi mesi.

Secondo gli esperti, il taglio di personale deve essere considerata come la prima delle manovre che potrebbe salvare l’azienda, alla quale si lega la chiusura del centro di ricerca situato alla periferia di Tokyo e dell’impianto di produzione di televisioni dislocato in Indonesia. Nel frattempo, l’ad di Toshiba Masashi Muromachi, sta lavorando con il management dopo avere fatto piazza pulita di tutti i manager colpevoli di avere agito illegalmente dal punto di vista fiscale. Toshiba ha quindi dichiarato che intenterà un’azione di stampo legale contro gli ex vertici e sottolineato la volontà di disegnare un futuro chiaro e trasparente dopo i tremendi scandali che l’hanno recentemente coinvolta.

Si tratta di una questione molto spinosa perché, a detta degli esperti, licenziare il personale e tagliare i rami poco produttivi dell’azienda si propone come il primo passo da compiere, ma servono manovre diverse, lungimiranti e focalizzate sull’ampio termine per salvare Toshiba dal fallimento. Gli azionisti hanno infatti fatto causa al colosso nipponico e l’autorità giapponese di vigilanza sui mercati ha proposto ddi applicare una multa da 60 milioni di dollari. Vedremo come andrà a finire, intanto il gruppo si prepara a vivere un periodo di shock che fa seguito alla gravità delle notizie diffuse negli ultimi giorni dai media di tutto il mondo.

Qual è il migliore posto di lavoro dell’anno?

Ogni anno viene stilata la classifica dei migliori posti di lavoro a livello internazionale, ovvero la lista delle aziende che si propongono virtuose nel mercato e preferibili nelle condizioni di lavoro proposte e applicate ai dipendenti. Il 2015 ha incoronato la regina della sharing economy AirBnb come azienda dove si lavora meglio in tutto il mondo.

L’azienda ha scavalcato Google, brand che da molto tempo guida la classifica dei posti di lavoro più appetibili per i candidati, grazie alla presa di posizione di condurre un’ottima marcia, ai numerosi benefit concessi ai dipendenti e alla capacità di farli sentire importanti e quindi valorizzati nell’impegno di ogni giorno.

La preferenza accordata ad Airbnb negli ultimi mesi ha fatto letteralmente volare in alto il prestigio dell’azienda, scelta da sempre più turisti e viaggiatori in tutto il mondo per il suo servizio innovativo, specchio della sharing economy dei nostri tempi. Tanti utenti hanno infatti dimostrato di apprezzare le case in affitto proposte da Airbnb e la crescita che è seguita al successo si è rivelata più che mai costante.

Ogni anno la società americana Glassdoor realizza un report che indica quali sono i luoghi di lavoro dove si opera meglio e in migliori condizioni. La novella Airbnb si è quindi piazzata al vertice, superando colossi come Google e dimostrando che la società non è solo apprezzata dagli utenti, ma dagli stessi lavoratori che ogni giorno contribuiscono alla sua crescita. La società che offre appartamenti e case in affitto con un meccanismo social ha quindi sbaragliato Alphabet di Google, prendendosi una bella soddisfazione a pochi mesi dal suo lancio su grande scala.

Ma quali sono le caratteristiche amate dai dipendenti di Airbnb? Innanzitutto si tratta di una società nuovissima ma solida, forte di una crescita costante e che sa quindi infondere positività e sicurezza nei suoi impiegati. La società è stata fondata nel ‘lontano’ 2008, ma si è estesa nel corso del tempo a oltre 34mila città, con buona pace degli albergatori che si sono trovati a fare i conti con un’app di nuova generazione, dove la scelta degli alloggi arriva dal basso ed è effettuata con modalità social. Se un tempo l’unico modo per trovare un buon alloggio durante gli spostamenti era il classico hotel, ora le cose sono di gran lunga cambiate e Airbnb lo ha dimostrato.

Fra le caratteristiche apprezzate da chi lavora nella società vi è il clima euforico, la voglia di fare che parte dal basso e la cultura che si respira fra i dipendenti, di alto livello e votata al futuro. Molti sono inoltre i benefit concessi dall’azienda, sia in termini economici sia di qualità del lavoro, i quali concorrono ad eleggere Airbnb come migliore azienda nella quale lavorare oggi. La classifica ha introdotto anche altre aziende che superano i mille dipendenti, fra le quali Bain & Co., Guidewire, Hubspot, e Facebook. Non solo colossi ma anche debuttanti, come Expedia, Delta Air Lines, e Red Bull, che si sono piazzate un po’ più in basso, ma che lavorano ogni giorno per migliorare la posizione e ambire al primato raggiunto dalla novella detentrice del trono.

Gender gap: dal 3 novembre le donne lavorano gratis

Si chiama gender gap e sta a significare il gap, ovvero il dislivello, registrato fra gli stipendi maschili e quelli femminili. Se pensavamo che 2016 anni conosciuti di storia potessero aver migliorato le cose ci sbagliavamo di grosso, perché a partire del 3 novembre le donne lavorano gratuitamente, rispetto agli uomini, che invece continuano a percepire normalmente il loro salario.

Si tratta, ovviamente, di un calcolo ipotetico, che però fa riflettere sulla realtà dei fatti: le donne nel mondo sono abbondantemente sottopagate rispetto agli uomini. Si tratta di un tema economico molto affascinante, che rivela a conti fatti come la differenza di stipendi possa essere interpretabile anche con una spiegazione pura e concreta come i giorni di lavoro non retribuiti.

Ad affermare questo concetto è proprio l’Unione europea, che si è occupata di calcolare il gender pay gap non solo in termini monetari ma in giornate di lavoro non pagate. Gli stipendi femminili sono risultati in media talmente bassi rispetto a quelli maschili, ovviamente a parità di mansione, che è come se le lavoratrici femmine smettessero, come per magia, di essere pagate a due mesi dalla fine dell’anno in corso. Grave, anzi gravissimo, perché il gap gender dimostra arretratezza e mancata risoluzione dei più elementari contratti di lavoro a livello internazionale.

Tradotto in percentuale, il gender gap interessa il 16.3% degli stipendi medi e tradotto in tempo fanno esattamente 59 giorni di lavoro prestato gratuitamente. L’Unione europea ha quindi scelto di rendere pubblici questi dati, per celebrare anche l’Equal Pay Day, una giornata dedicata all’uguaglianza dei salari. Secondo le stime europee, l’Italia registra un gender gap basso, perché le retribuzioni femminili sono in media inferiori rispetto a quelle maschili ‘solo’ del 7.3%, ma questi dati non tengono conto della bassa percentuale di occupazione femminile, soprattutto nelle regioni del Sud, dove una donna su due non lavora.

Se si fanno i conti in globale, aggiungendo al gap economico anche le dimissioni in bianco, le giovani licenziate perché in maternità e i tanti ricatti che ogni giorno sono compiuti sul luogo di lavoro, la percentuale potrebbe aumentare a dismisura e tracciare uno scenario poco roseo della situazione lavorativa femminile nel nostro paese.

Il conteggio economico realizzato dall’Unione europea dimostra, in ogni caso, che una lavoratrice incassa in media 84 centesimi ogni euro guadagnato da un collega maschio che ricopre la stessa identica mansione con la stessa identica carriera. Sulla carta la parità salariale esiste dal 1952, ma probabilmente molto deve essere ancora fatto perché la parità di salario diventi una realtà tangibile in tutti gli Stati dell’Europa e del mondo intero.

Lavoro, cala la disoccupazione

La disoccupazione cala, i lavoratori sono in aumento. Ma sarà davvero così? I dati sullo stato di salute del lavoro in Italia si susseguono, ma vengono contestati da più parti. Secondo l’Istat, continuerebbe a scendere il tasso di disoccupazione per quanto riguarda il mese di agosto: tasso che si è attestato all’11,9%, in flessione di 0,1 punti percentuali dopo il calo del mese precedente di 0,5 punti. Per la prima volta dal 2013 (precisamente da febbraio 2013), il tasso dei disoccupati scende sotto la soglia del 12% dopo due anni. I disoccupati diminuiscono dello 0,4% (-11mila).

Dopo la crescita di giugno (+0,1%) e di luglio (+0,3%), la stima degli occupati cresce ancora dello 0,3%; secondo l’Istat, tale crescita è determinata dall’aumento dei lavoratori alle dipendenze (+70 mila), in prevalenza a termine (+45 mila). Tutti dati positivi, ma purtroppo aumenta ancora la disoccupazione giovanile. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni è pari al 40,7%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al mese scorso. Sono però esclusi da questo calcolo i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, perché impegnati negli studi o perché totalmente sfiduciati.

“Le riforme strutturali del mercato del lavoro sono la forza trainante di un forte miglioramento complessivo della competitività dell’economia in Italia”, che sale alla posizione 43 (dalla 49) nella classifica sulla competitività secondo il World Economic Forum. L’efficienza del mercato del lavoro è “ancora bassa”, anche se in via di miglioramento. Ma tutto questo basterà a ridare fiducia agli italiani?

Sempre il World Economic Forum, nell’edizione 2015-2016 del suo rapporto sulla competitività delle economie di 140 Paesi del mondo, afferma che alla crescita di competitività dell’economia italiana “ha contributo anche un miglioramento della capacità di innovazione“, ma è la riforma del mercato del Lavoro a dare un “forte miglioramento generale”. Insomma, nel mondo tutti sembrano apprezzare il Jobs Act, meno gli italiani. Però, continua il rapporto, il “contesto macroeconomico in Italia, preoccupante, scivola di 3 posti a quota 111, frenato da un elevato debito pubblico (136 posto su 140)”.

Secondo il Wef “sono necessari ulteriori miglioramenti sul mercato del lavoro, in particolare nelle aree del fisco e degli incentivi al lavoro (137 posto su 140), per una migliore correlazione tra retribuzioni e produttività (131), e su assunzioni e licenziamenti (132)”. Intanto, il presidente del Consiglio Matteo Renzi commenta festoso i dati Istat su Twitter: “Istat. In un anno più 325mila posti di lavoro. Effetto “. Commenta positivamente la notizia anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che, da Milano, mentre si trova al Forum dei fondi sovrani, ha detto: “Il Paese deve crescere, nonostante un debito pubblico che assorbe il 10% del Pil. Nel 2015 il Paese avrà una crescita solida e duratura” che sarà “superiore alle previsioni”. E promette: “Nel 2016 il debito pubblico inizierà a calare, ed è la prima volta che succederà”.

Torna la fiducia nel mondo del lavoro

Anche per cercare e trovare lavoro serve fiducia nel futuro. Tanto che un’indicatore molto importante dell’economia di un paese è appunto il numero degli scoraggiati, ovvero di coloro che non sono in formazione, non cercano lavoro e non hanno più fiducia nel futuro. Pare però che ora, secondo i dati Istat, le cose vadano un po’ meglio. Nel secondo trimestre 2015 tutti gli indicatori sul mercato del lavoro hanno segnato un miglioramento: per quanto riguarda il tasso di disoccupazione, questo è salito lievemente al 12,4% nella media del trimestre, diminuendo però fino al 12% a luglio.

Diminuiscono invece gli scoraggiati (-114 mila in un anno), soprattutto nel Sud Italia e tra i giovani di 15-34 anni. “La ricerca del lavoro è affidata soprattutto ai canali informali: l’88,9% delle persone si rivolge ad amici, parenti e conoscenti. L’aumento tendenziale delle retribuzioni di fatto è risultato ampiamente superiore all’inflazione: prosegue dunque il recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni al lordo delle imposte”.

L’occupazione stimata dall’indagine è pari a 22.446.000 persone, lo 0,5% in più del trimestre precedente. La crescita congiunturale degli occupati nel trimestre ha interessato entrambi i generi, ma sono calati i lavoratori indipendenti. Nel periodo considerato al Sud gli occupati sono cresciuti «di 120mila unità», anche se guardando ai tassi di disoccupazione si allarga il divario rispetto al Nord Italia.

Secondo il ministro Padoan, comunque, la fiducia nel Paese “si sta rafforzando” e il Governo continuerà con la propria strategia, unendo riforme strutturali a tagli delle tasse e sostegni agli investimenti. Pier Carlo Padoan, nel corso del suo intervento all’Euromoney Italy Conference, ha affermato la strategia del governo: “Riduzione tasse, facilitazione investimenti e riforme strutturali: l’implementazione delle politiche del governo rafforzerà la ripresa. Siamo ritornati alla crescita, daremo i numeri tra pochi giorni”.

Una fiducia che secondo il ministro “sta crescendo nelle famiglie, nelle imprese, nei mercati e nelle istituzioni. Se la fiducia sale vuol dire che la politica sta raggiungendo almeno qualcuno dei suoi obiettivi”. Intanto anche il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, conferma quanto Padoan e Renzi stanno per aggiungere nell’aggiornamento del Def: la crescita va un po’ meglio del previsto: gli ultimi dati sulla produzione industriale e sui consumi “vanno nella direzione di confermare il generale miglioramento delle prospettive di crescita” dell’Italia, ha dichiarato Visco sempre al convegno Euromoney, Italy Conference che si svolge a Milano.

Importante, per Visco, soprattutto che i consumi interni siano aumentati: “I consumi privati dovrebbero inoltre beneficiare del calo delle quotazioni del petrolio, dell’aumento dei redditi” con una accelerazione fornita dalle misure varate dal governo e dai miglioramenti nel mercato del lavoro.

Disoccupazione, 40mila non cercano più lavoro

40mila giovani – e meno giovani – italiani non cercano più lavoro. Sono i cosiddetti “rassegnati”, coloro che hanno smesso perfino di sperare, in un futuro migliore. Nonostante il fatto che, dopo 13 trimestri consecutivi di calo tendenziale del Pil, il 2015 si è aperto con due trimestri consecutivi al rialzo, la disoccupazione non accenna a calare in modo altrettanto positivo.

Un indice di quanto la situazione sia grave ce lo mostrano i centri per l’impiego di Bologna, che contano oltre 40mila iscritti in meno: erano 97mila a fine 2014, ora, a metà 2015, sono 55mila. Un dato preoccupante, secondo la Cisl, perché non è pensabile che quei 40mila non abbiano rinnovato l’iscrizione (che va fatta ogni sei mesi) perché hanno trovato un lavoro. C’è da considerare, è vero, anche la sfiducia nei confronti dei centri per l’impiego, che spesso non funzionano a dovere, e la preferenza di molti giovani per la ricerca del lavoro online. Ma il dato resta comunque preoccupante: quel grande silenzio indica un esercito di disoccupati sfiduciati, che non credono più di trovare un lavoro. Almeno, non in questo modo.

Si tratta di giovani, spiega Alessandro Alberani, segretario metropolitano della Cisl, che rappresentano un terzo dei disoccupati a Bologna. “Non abbiamo bisogno dei dati Istat, il fenomeno è sotto i nostri occhi – continua Alberani – ogni giorno abbiamo la fila di giovani che cercano lavoro […] Il Jobs act non ha ottenuto il risultato di aumentare i posti di lavoro“. E’ vero che si sono stabilizzati molti contratti precari, ma è un trend già finito: “Abbiamo registrato un picco tra marzo e aprile, grazie agli incentivi – sottolinea Alberani – ma in estate si è già affievolito”. Ecco perché, secondo la Cisl di Bologna, gli incentivi fiscali vanno confermati anche per tutto il 2016.

Per quanto riguarda Bologna, nel primo semestre 2015 sono aumentati del 53% i contratti a tempo indeterminato rispetto allo stesso periodo del 2014; si sono invece ridotti del 19,6% i contratti di apprendistato, del 21% di cococo e del 30% di partite Iva. Calati del 4% anche i contratti a tempo determinato. Sono in aumento i contratti nel pubblico (+67% a tempo indeterminato, +12% a tempo determinato) e i tirocini. I dati però variano moltissimo a seconda dei settori, in particolare soffre sempre l’edilizia, così come “molte imprese artigiane sono ancora in difficoltà“, ma in generale “l’export è trainato dal settore delle macchine automatiche”. Cambiano anche le figure più ricercate dalle aziende: «Esperti informatici, di social network e marketing digitale – spiega Alberani – disegnatori e personal trainer» sono le figure più cercate.

Economia, crescono i contratti a tempo indeterminato

Buone notizie per il mondo del lavoro italiano: aumenta infatti la «quota di assunzioni con rapporti stabili sul totale dei rapporti di lavoro attivati/variati». Si legge questo nell’osservatorio sul precariato dell’Inps, che spiega come il dato sia passato dal 33,6% del primo semestre 2014 al 40,8% del primo semestre del 2015. Le nuove assunzioni nel periodo sono state 952.359, le trasformazioni 331.917.



Come spiega l’Inps, nei primi sei mesi di quest’anno, confermando l’andamento già dichiarato dai dati del Ministero del Lavoro, è aumentato il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato (+252.177), sono stabili i contratti a termine mentre si riducono le assunzioni in apprendistato (-11.500). Aumentano quindi i contratti di lavoro più stabili, a discapito di quelli di tipo precario o temporaneo.

Sempre nel periodo di tempo considerato, le nuove assunzioni a tempo indeterminato nel settore privato sono state 952.359, il 36% in più rispetto all’anno scorso; aumenta quindi dal 33,6% al 40,8% la quota di assunzioni stabili sul totale. Aumenta di conseguenza anche il lavoro full time rispetto al part time: i nuovi rapporti di lavoro full time sono il 63,4% del totale delle nuove assunzioni.

«I dati diffusi dall’Inps dicono che siamo sulla strada giusta contro il precariato e che il Jobs Act è una occasione da non perdere, soprattutto per la nostra generazione», ha affermato orgoglioso il Presidente del Consiglio Matteo Renzi. «Mentre Calderoli e le opposizioni contano il numero degli emendamenti, noi contiamo quanti contratti di lavoro stabili ci sono in più», affermano i fedelissimi del Pd, ovvero il responsabile economico del Pd Filippo Taddei e il vicesegretario Lorenzo Guerini. «È sconfortante che davanti alla necessità di consolidare gli incontrovertibili segni di ripresa, il Parlamento debba trovarsi di fronte alla presentazione di mezzo milione di emendamenti alla riforma costituzionale», aggiunge il capogruppo dei senatori dem a Palazzo Madama Zanda.

Eppure non è tutto oro quel che luccica: questi dati vanno infatti confrontati con quelli rilasciati tempo fa dall’Istat e, come ricorda e ha ripetuto spesso il presidente Giorgio Alleva, «a oggi gli effetti sul Jobs Act sembrano esserci soprattutto sulle stabilizzazioni dei contratti precari». E’ forse allora troppo presto fare delle valutazioni complessive sul valore e sull’impatto che ha avuto e che sta avendo il Jobs Act sul mercato del lavoro italiano.

Come viene chiarito poi dal Fatto Quotidiano, questi numeri potrebbero non corrispondere ad altrettanti lavoratori: soprattutto nel caso dei rapporti a termine, la stessa persona può essere stata titolare di più contratti di lavoro che sono stati perciò contati singolarmente. Ecco perché, nonostante le cifre siano positive, la disoccupazione continua ad aumentare. Insomma, ne riparliamo tra qualche mese, o qualche anno: vanno fatti studi più approfonditi in merito.

Nuovo record di disoccupazione in Italia

disoccupazione ai massimi

I dati di qualche giorno fa dell’Istat sono più eloquenti di qualsiasi dichiarazione dei politici: la disoccupazione ha toccato un nuovo record assoluto, quello del 13,2%! Mai era stato registrato un dato così alto da quando si utilizzano queste statistiche e cioè dal 1977 (sia per le serie mensili che per quelle trimestrali). Questo dato viene comunque spesso sottovalutato, perchè se invece consideriamo i milioni di cassintegrati (considerati come degli occupati dalle statistiche), i tanti scoraggiati che non cercano più neanche lavoro (e non considerati neanche loro come disoccupati dalle statistiche, perchè queste ultime prendono in considerazione soltanto le persone in cerca di occupazione), e la mole enorme di contratti precari e / o part time, si arriva a delle percentuali assurde ed inaccettabili di persone e famiglie che vivono in situazioni di grossa difficoltà.

Il tasso di disoccupazione è in aumento dello 0,3% in appena un mese, e dell’1% se si guarda all’ultimo anno. Per fortuna diminuiscono leggermente gli inattivi (persone dai 15 ai 64 anni), dello 0,2% per la precisione, cioè il numero di scoraggiati, di cui dicevamo prima, che hanno rinunciato perfino a cercare lavoro. La buona notizia è che invece nell’ultimo anno sono cresciuti del 7,1% i contratti a tempo indeterminato. Ma ad aumentare sono stati quasi esclusivamente i contratti part time di tipo involontario, di chi cioè non sceglie volontariamente il tempo parziale, ma è obbligato al part time in mancanza di un impiego full time.

Ma di certo ancora una volta le frasi trionfalistiche dei politici italiani, in questo caso del Presidente del Consiglio attuale Matteo Renzi, sul mondo del lavoro, sono completamente farlocche e prive di contatto con la realtà.

La disoccupazione giovanile (persone che vanno dai 15 ai 24 anni) è salita addirittura al 43,3% (+ 0,6% in appena un mese ed in aumento di quasi 2 punti su base annua), ma è quella adulta a preoccupare di più, con un sempre maggior numero di over 50, ma anche di over 40, a spasso e con il mondo del lavoro che non gli offre più la possibilità di rientrare o di effettuare un’opportuna riqualificazione.

Aumenta il divario occupazionale negli ultimi 3 mesi anche nelle varie zone d’Italia: al Nord passa dal 7,6% al 7,8%, al Centro dove passa dal 10,2% al 10,7%, ed al Sud dove addirittura dal 18,5% arriva a toccare quota 19,6%.

Anche a livello europeo l’Italia sta messa peggio degli altri, con lo 0,9% in più di disoccupazione in appena 3 mesi: la disoccupazione media nei Paesi dell’Ue è al 10%, nei Paesi dell’Eurozona all’11,5, mentre in Italia è appunto arrivata al 13,2%.

Con circa 3000 disoccupati in più al giorno che in tutto fanno 3 milioni e 400 mila persone a spasso, come si può non essere preoccupati senza il rischio di essere considerati dei folli? Il Jobs Act a tal proposito può migliorare qualcosa in termini occupazionali, ma favorirà comunque occupazione precaria, vista la libertà di licenziamento che avranno i datori di lavoro dal prossimo 2015 verso i nuovi assunti, grazie allo smantellamento dell’articolo 18.

Giancarlo Sali