Tag Archives: Svizzera

La banca della Svizzera italiana parla greco

banca di inghilterra

Si tratta del terzo passaggio di proprietà in meno di due anni per la Banca della Svizzera Italiana, la Bsi, ovvero il più antico istituto di credito della città di Lugano, sorto nel 1863. Il nuovo proprietario dell’istituto di credito è infatti la EFG International, una banca che ha sede a Zurigo e che è controllata dal miliardario greco Spiro Latsis, che ha acquistato l’Istituto per poco più di 1 miliardo di euro. Lo scopo, secondo il portavoce della nuova proprietà, è di unire le conoscenze di BSI e di EFG International, al fine di dare vita ad una banca privata internazionale di pregio, con solide radici e operante in tutte le aree della Svizzera.

La nuova creatura avrà infatti sportelli nella storica sede di Lugano, a Zurigo e a Ginevra. Le preoccupazioni attuali interessano il personale della BSI, perché oltre 1900 impiegati, soprattutto addetti al comparto informatico, potrebbero essere trasferiti nella nuova sede di Zurigo. L’associazione degli impiegati di banca ha espresso timore al riguardo, così come i sindacati di categoria. Le perplessità non sono solamente di carattere logistico, perché secondo gli analisti l’istituto di credito ticinese vanta una forte clientela, estesa soprattutto nell’Italia Settentrionale, con capitali gestiti che ammontano a 92 miliardi di franchi. Gli analisti affermano quindi che un tale platfond di capitali fa gola ad un gruppo come EFT International, che si propone però incapace di crescere ulteriormente nel presente. L’acquisizione della banca è stata infatti accolta con tiepida serenità alla Borsa di Zurigo e il titolo EFG International ha perso nel coso della giornata il 4.48%.

E’ curioso notare che dal luglio 2004 fino ad oggi, la banca ticinese ha cambiato tre proprietà. Al tempo la prima vendita venne effettuata ad opera di Generali al gruppo brasiliano di BTG Pactual, considerato essere il maggiore istituto di investimenti in America Latina. Dopo solo alcuni mesi il Ceo del gruppo finì in carcere con l’accusa di corruzione e i brasiliani si videro costretti a cedere la banca svizzera, mantenendo il 20% del capitale. Tanti erano i nomi che si sentivano aleggiare in merito ai possibili compratori, fra i quali anche Banca Intesa. Il gruppo di Latsis si però aggiudicato l’affare e ora l’oligarca greco si trova a gestire la quinta banca svizzera per importanza e ad amministrare un portafoglio di clienti che, tradotto in termini di denaro, può toccare i 170 miliardi di franchi svizzeri.

Armani sposta i dipendenti svizzeri in Italia e abbassa lo stipendio

La tensione è alta fra i dipendenti della casa di moda Armani che lavorano in Svizzera, in particolare nella filiale di Mendrisio che si trova nel Canton Ticino. E’ arrivata in questi giorni la notizia che ‘Re Giorgio‘ avrebbe deciso di chiudere la filiale ticinese della Armani Swiss Branch, traslocando in Italia e di conseguenza tagliando gli stipendi dei lavoratori svizzeri. I sindacati sono quindi sul piede di guerra e mercoledì si attende un incontro chiarificatore fra le parti.

Il trasferimento degli uffici dal Canton Ticino a Milano non è stato ancora ufficializzato e questo è quanto hanno affermato i dipendenti della filiale e la stessa Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, che è il sindacato che attualmente rappresenta i 130 dipendenti Armani coinvolti.

Nella giornata di giovedì 4 febbraio i lavoratori e i sindacati si sono quindi riuniti per appurare quello che da tempo sembra essere un rumor, ma che potrebbe presto tradursi in una realtà tangibile. Pronta è quindi stata inviata una raccomandata alla sede centrale del gruppo per comprenderne le intenzioni. L’azienda non ha ancora risposto e si è trincerata dietro un silenzio che potrebbe sciogliersi ufficialmente nella prossima assemblea.

I dipendenti possono quindi basarsi solo sulle voci del personale che è già stato contattato direttamente dall’azienda, la quale ha proposto loro la delocalizzazione della filiale ticinese. Ai dipendenti interessati, soprattutto quelli operanti nel settore del recupero crediti, è stato proposto di operare in Italia con uno stipendio di 1500 euro, quasi un terzo di quanto i lavoratori si vedono versare ogni mese in Svizzera, dove la retribuzione ammonta a circa 4500 franchi svizzeri, l’equivalente di 4000 euro mensili.

Anche i settori della logistica e dei rapporti con la dogana sono stati chiamati in causa dai vertici per una proposta di cambio sede e alcune anticipazioni sono apparse sul giornale locale Ticino News. Secondo gli articoli apparsi sulla stampa locale, i dipendenti avrebbero subito delle pressioni per accettare la nuova sede e soprattutto il nuovo stipendio, quindi è comprensibile che l’intero comparto di lavoratori stia vivendo un periodo ‘caldo’ in attesa di comprendere quali saranno le decisioni che interesseranno il loro futuro.

Sono passati 20 anni da quando il gruppo Armani si è insidiato nel Canton Ticino con una filiale, e ora la stampa locale non perdona la scelta (quasi certa) di re Giorgio, che è apparso nelle foto in perfetta forma fisica ma accanto a titoli che non lasciano sperare nulla di buono per il futuro dei lavoratori elvetici.

Svizzera e moda: tanti brand ma pochi posti di lavoro

27 sono i marchi di moda e operanti nel luxury che hanno sede nel Canton Ticino. La ragione non è spesso legata alla bellezza dei paesaggi, ma ad una politica fiscale che si propone più che favorevole alle aziende che scelgono questa terra come sede fiscale. Nessuna macchina da cucire lavora infatti fra le verdi valli svizzere, perché si tratta di una concentrazione di sedi di facciata, che nascondono un operato reale dislocato in tanti paesi del resto del mondo, soprattutto in quelli in via di sviluppo che permettono di ottenere una manodopera a bassissimo costo e di incrementare i guadagni in modo esponenziale.

E’ di questi giorni la denuncia da parte di una Organizzazione Non Governativa Svizzera, Dichiarazione di Berna, che si è impegnata a rendere pubblica una situazione che molti già conoscevano, ma che non era mai stata resa nota all’opinione pubblica. Si tratta del fatto che nel lembo del Canton Ticino trovano sede tante aziende del mondo della moda, da Guess a Hugo Boss fino alle imprese di Kering, proprietario di Puma e del marchio Gucci.

L’Ong ha dimostrato che tutte queste aziende contabilizzano più della metà dei loro utili nel Canton Ticino, ma solo il 2% degli impiegati vi lavora attivamente. La ragione, ovviamente, è di natura fiscale, perché la Svizzera offre un’imposizione fiscale variabile dal 5% al 13% sugli utili, che si rivela irrisoria rispetto alle percentuali richieste ad esempio a New York, del 41%, oppure a Milano del 25%.

Il caso più eclatante è quello legato alle imprese di Kering, che in terra Svizzera lavora il 70% dei suoi utili senza che un singolo capo venga prodotto in questa verde valle. Si tratta, quindi, di una pura manovra fiscale, a che a detta degli abitanti non porta benessere al territorio e contribuisce ad arricchire le aziende aumentando la disparità nei paesi dove i capi di abbigliamento e gli accessori vengono effettivamente prodotti. Denuncia sociale? Sicuramente sì, perché la Fashion Valley, come è stata ribattezzata dai media, non ha nessuna intenzione di introdurre fabbriche in questa terra, troppo costosa dal punto di vista della manodopera, ma infinitamente piacevole dal punto di vista fiscale.

Secondo la stampa locale, la beffa si rivela inoltre molto problematica dal punto di vista dei lavoratori che operano nella Fashion Valley. Anche se si tratta del 2% della manodopera societaria, quindi di un numero irrisorio di dipendenti, si tratta per lo più di frontieristi italiani che hanno trovato occupazione in queste aziende e che non ricevono certamente stipendi da capogiro, ma salari che hanno notato una diminuzione negli ultimi anni del -16% e che si rivelano completamente insufficienti per poter vivere in una terra costosa ed elitaria come quella ticinese.

5 cose da sapere questa settimana sulle Banche Centrali

banche centraliLe Banche Centrali sono senza dubbio i più importanti market mover dei mercati forex. Qualsiasi parola che viene proferita e che riguarda la politica monetaria, i tassi d’interesse, sono sufficienti per mandare le coppie forex in su e in giù. Ecco cosa è assolutamente necessario sapere questa settimana. Abbiamo riassunto per voi gli avvenimenti più importanti.

Governatore della Bank of Canada

Il Governatore della Bank of Canada, Stephen Poloz, ha affermato che ci sono stati dei miglioramenti nell’economia del Canada. Oltre a riconoscere che il taglio dei tassi nel mese di gennaio sta avendo l’effetto desiderato nel sostenere l’inflazione e l’attività di business, ha anche lasciato intendere che ulteriori tagli dei tassi non sembrano essere più necessari.



Governatore della Reserve Bank of Australia

Il Governatore della Reserve Bank of Australia non è certamente positivo come quella del canada. In quanto Stevens ha affermato che è vicino a tagliare nuovamente il tasso d’interesse, nell’ultimo meeting. “Un ulteriore allentamento della politica può essere appropriato nel periodo futuro, per favorire una crescita sostenibile della domanda”.

Bank of England Minutes

Poche settimane dopo la segnalazione che l’apprezzamento della sterlina fa male all’inflazione, i funzionari della BOE hanno giocato con i mercati forex ancora una volta, confermando che stanno ancora pensando ad un innalzamento dei tassi di interesse. Anche se le minutes hanno mostrato un voto unanime per mantenere i tassi belli stretti (per adesso), un paio di membri del comitato hanno osservato che la loro decisione è stata “finemente equilibrata”, e ciò è stato interpretato nel senso che sono aperti a un possibile innalzamento dei tassi d’interesse in futuro.

Banca Nazionale Svizzera, un nuovo annuncio

Per la seconda volta quest’anno, la Banca nazionale svizzera ha fatto un altro annuncio completamente fuori programma. Ma a differenza del casino che la SNB creò a gennaio, la loro ultima decisione è quella ridurre le esenzioni per i tassi passivi negativi, non ha causato un un putiferio nei grafici forex, fortunatamente.

RBNZ

I traders sono stati estremamente focalizzati sugli annunci dei tassi di interesse in questi giorni, e anche la RBNZ ha permesso alle coppia forex di far muovere i mercati, e non poco! La Reserve Bank della Nuova Zelanda, e l’Assistente del Governatore John McDermott, ha menzionato nel suo discorso che le prospettive inflazionistiche sono così deboli che la politica monetaria dovrebbe rimanere accomodante per molto più tempo. Ha anche chiarito che non stanno prendendo in considerazione un innalzamento dei tassi d’interesse e che anzi, l’economia potrebbe realmente portare la banca ad abbassare gli oneri finanziari, se necessario.

Franco Svizzero svincolato dall’euro: le conseguenze sui mercati e non solo

Circa 3 anni fa la Svizzera si era vista costretta ad un’operazione finanziaria importante per difendere la propria economia e le proprie esportazioni. Con il franco svizzero che continuava a sopravvalutarsi nei confronti dell’euro e rendeva sempre più difficoltose le proprie esportazioni, la Bns (la Banca Centrale Svizzera) aveva imposto un cambio fisso: 1 euro doveva corrispondere ad 1,20 franchi. Operazione che ha portato negli anni e fino a qualche giorno fa la Banca Centrale Svizzera ad un continuo esborso di liquidità sui mercati, per comprare euro e mantenere stabile il cambio su quella cifra. Nel comunicare la scorsa settimana la fine di tale auto-regolamentazione finanziaria, definiamola così, il board della Bns ha spiegato che la precedente misura era da considerarsi, nonostante la sua lunga durata, come qualcosa di eccezionale, in un periodo allora (quando fu presa tale decisione) di grande sopravvalutazione del conio elvetico, accompagnato da grande incertezza sui mercati.

Ovviamente per bilanciare sui mercati tale operazione, la Banca Centrale Svizzera ha abbassato di conseguenza di 0,5 punti anche il tasso d’interesse di riferimento, portandolo a – 0,75%.

I motivi di tale decisione sono tanti, in particolare l’indebolimento continuo dell’euro nei confronti del dollaro stava portando anche il franco svizzero in posizione di forte debolezza nei confronti della moneta statunitense. Tale situazione, mista alla necessità continua di esborso sui mercati per acquistare euro, avrebbe quindi obbligato la Bns a prendere questa iniziativa, almeno stando a quanto ha ricordato nei giorni scorsi lo stesso Thomas Jorda, il governatore della Banca Centrale Svizzera.

Di certo i mercati, specie nei primi giorni, sono finiti in subbuglio, le borse hanno perso punti, in primis proprio quella di Zurigo. Grafici impazziti, volatilità dei mercati e franco svizzero che si è subito apprezzato notevolmente nei confronti dell’euro, senza più gli interventi appunto della Bns. Si temono contraccolpi ora anche nelle economie e non solo nei mercati finanziari, a cominciare sempre dalla stessa Svizzera.

In particolare alcuni analisti economici prefigurano catastrofi sui livelli occupazionali dello Stato elvetico, con la perdita a stretto giro di circa 80mila posti di lavoro, mentre i più ottimisti parlano solo di un leggero contraccolpo per l’economia e l’occupazione dei cittadini svizzeri, visto che in questo momento lo Stato Elvetico si trova in una situazione di quasi piena occupazione. Comunque sia, sembra che per i lavoratori della Svizzera non si tratterà di una buona notizia, almeno nel breve periodo.

In campo internazionale intanto si attendono le dichiarazioni ufficiali da parte dei dirigenti del Fmi (Fondo Monetario Internazionale), rimasti addirittura sbigottiti, secondo la stampa, alla notizia della decisione svizzera arrivata appena qualche giorno fa.

Giancarlo Sali

Svizzera: tre No ai referendum

trading oro

La Svizzera ha deciso di non cambiare: questo il risultato del voto referendario su tutti e 3 i quesiti che non hanno riscontrato successo nell’animo dei suoi abitanti. In realtà il Parlamento, la Banca Centrale Svizzera e la stragrande maggioranza dei partiti politici era per il No al referendum proposto da alcuni parlamentari singoli della destra populista, almeno per quanto riguardava i primi 2 quesiti.

Ma andiamo con ordine. Il primo quesito voleva obbligare la Banca Centrale Svizzera a riportare al 20% la percentuale di oro delle sue riserve, con l’obbligo di non venderle mai in alcun caso. Tale situazione aveva messo in subbuglio i mercati, perché se fosse passato il Sì, la Banca Centrale elvetica avrebbe dovuto acquistare subito tonnellate e tonnellate di lingotti d’oro, vendendo euro, così da far innalzare il prezzo dell’oro e rischiare di far crollare il valore dell’euro nel rapporto col dollaro (l’oro sui mercati è acquistabile solo in dollari statunitensi). Il No ha prevalso col 77,2% dei consensi. Il Sì avrebbe portato probabilmente anche ad un apprezzamento sui mercati della moneta svizzera, a danno delle sue esportazioni. I promotori del Sì scartavano invece un’interpretazione del genere, come vi abbiamo raccontato in quest’altro articolo.

Il secondo quesito, denominato “Stop alla sovrappopolazione”, mirava invece ad attenuare in maniera sensibile l’immigrazione (anche quella dei frontalieri), per evitare un innalzamento della popolazione progressivo e pericoloso per la Svizzera, che, visto il suo piccolo territorio, potrebbe presto trovarsi a dover fronteggiare pericolose problematiche di tipo ambientale ed economico, a causa della troppa immigrazione appunto. Il No a questo quesito, da molti definito razzista, ha trionfato col 74,1% dei voti. Anche in Canton Ticino (spesso frequentato dai lavoratori frontalieri mal visti dalla popolazione locale), dove il Sì era considerato maggioritario dall’opinione pubblica, il No ha invece raggiunto il 66% dei voti.

Il terzo ed ultimo quesito referendario, denominato “Basta ai privilegi fiscali dei milionari”, era invece sostenuto dalla Sinistra, che voleva eliminare la tassazione a forfait (vantaggiosa in termini assoluti per i contribuenti molto abbienti) per i super ricchi della Svizzera, riportandola invece ad una situazione di tipo progressivo come prevista per gli altri cittadini. I sostenitori del No (il centro e la destra politica svizzera), si dicevano preoccupati dal fatto che una vittoria del Sì avrebbe portato all’emigrazione logica (il cambio di residenza) di diversi imprenditori e ricchi del Paese. Una fuga fiscale, secondo loro, che si sarebbe ripercossa a danno delle casse della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni.

Qui la battaglia è stata comunque molto più incerta, ma il No ha tuttavia avuto alla fine la meglio con il 59,2% dei consensi.

Giancarlo Sali

Svizzera: si avvicina il referendum sull’oro che spaventa un pò tutti

Domenica 30 Novembre, quindi fra soltanto 3 giorni, si svolgerà in Svizzera un referendum sull’oro. In particolare i promotori chiedono di obbligare la Banca Centrale Svizzera a portare al 20% la percentuale minima delle proprie riserve auree sul totale delle riserve (per giunta con il divieto di venderle), e di rimpatriare l’oro svizzero alloggiato invece in Gran Bretagna (per il 20% del suo totale) e Canada (per il 10% del totale).

L’esito del quesito referendario rimane ad oggi alquanto incerto. Fino a 15 giorni fa i sondaggi davano infatti un pareggio sostanziale, mentre oggi il no è quotato 9 punti sopra il sì, ma la distanza non è considerata comunque di sicurezza visto l’alto numero di indecisi registrati dalle indagini demoscopiche.

Il referendum è stato promosso da 3 deputati ed un ex parlamentare dell’Udc, il partito della destra populista svizzera. Ma il vertice stesso del partito e tutti gli altri movimenti politici in Svizzera sono invece fermamente contrari all’affermazione del sì (il Governo stesso ha messo in piedi una vera e propria campagna elettorale per il no), come è fermamente contraria all’operazione la stessa Banca Centrale Svizzera.

Essa ritiene che dovendo acquistare un così enorme quantitativo d’oro (ad oggi l’oro corrisponde a circa il 7% delle riserve svizzere, quindi intorno ai 35,6 miliardi di franchi svizzeri, che corrispondono a circa 29,6 miliardi di euro; se dovesse vincere il “sì” nel referendum del 30 novembre, la Banca Centrale Svizzera dovrebbe portare le riserve in oro a circa 100 miliardi di franchi svizzeri e cioè acquistare lingotti per circa 60-63 miliardi di franchi svizzeri, tra ai 49 ed i 52 miliardi di euro), verrebbe meno la flessibilità nella gestione della sua politica monetaria (obbligandola inoltre ad acquistare oro ad ogni allargamento di bilancio e riducendo le riserve di moneta pura). In più un’operazione così ingente da una parte farebbe schizzare in alto il prezzo dell’oro sul mercato e dall’altra renderebbe quello acquistato di valore 0 per la Banca Centrale svizzera stessa, perchè non potrebbe appunto essere rivenduto in nessun caso.

Le poche risorse di valuta a disposizione della Bns potrebbero poi non essere più sufficienti per mantenere il cambio euro-franco a 1,20, soglia difesa fino ad oggi con le unghie ed i denti per proteggere le esportazioni svizzere e che se venisse abbandonata potrebbe provocare una crisi economica interna e magari la delocalizzazione di molte aziende.

I fautori del sì fanno invece leva su un radicato sentimento a favore dell’importanza dell’oro come bene rifugio, che avrebbe dimostrato ancora una volta, con la recente crisi economico-finanziaria, di essere molto più resistente di valute internazionali, come l’euro e il dollaro (anche se negli ultimi anni anche l’oro si è deprezzato). I promotori affermano che le riserve auree sono un patrimonio nazionale e per questo la decisione spetta al popolo, che ha dovuto assistere negli ultimi anni invece ad ingenti cessioni da parte della Bns, a prezzi molto più bassi rispetto a quelli esistenti fino a 3 anni fa, prima che iniziasse appunto la corsa alla vendita dell’oro. La loro scelta continua poi di acquistare euro e dollari sui mercati per impedire al franco svizzero di acquistare troppo valore, non porterebbe affatto benefici consistenti ai cittadini della Svizzera, perchè la bilancia dei pagamenti in realtà ci dice che la Svizzera importa più di quanto esporta, e quindi lasciare un franco sotto una certa soglia ha come effetto solamente quello di provocare l’aumento dei prezzi dei beni (quelli importati che sono la maggior parte), e quindi favorirebbe il galoppo dell’inflazione interna.

Concludendo, qualche certezza comunque ce l’abbiamo su cosa succederà se il referendum avrà successo: oltre al prevedibile terremoto sul mercato dell’oro, un vortice simile potrebbe abbattersi anche sull’euro. L’acquisto dell’oro sui mercati internazionali infatti dovrà essere eseguito in dollari USA e quindi la Banca Centrale Svizzera dovrà per forza di cose vendere una parte molto consistente delle proprie riserve valutarie in euro, per convertirle in dollari, provocando una super speculazione al ribasso sull’euro, e modificando totalmente il numero ed il valore delle esportazioni americane ed europee, di fronte ad un rialzo del dollaro ed a un conseguente deprezzamento dell’euro.

Giancarlo Sali

Ma perché la Svizzera ha abolito il segreto bancario?

evasione fiscaleTra i tanti alfieri della lotta all’evasione fiscale serpeggia la gioia per la grande notizia del giorno: la Svizzera ha finalmente deciso di abolire il segreto bancario, finalmente i tanti evasori malvagi saranno puniti e l’Italia uscirà dai suoi guai. Secondo questi figuri in Svizzera ci sarebbero ben 300 miliardi di euro di capitali nascosti che finalmente potranno cadere nelle grinfie di Equitalia e potranno così finanziare il bengodi di politi ladri e pubblici dipendenti voraci.

Probabilmente la caduta del segreto bancario farà venire alla luce la dura verità: che i miliardi in Svizzera non sono così tanti, deludendo gli appetiti di tutti coloro che si stavano preparando all’infame abbuffata.
Ma a parte queste considerazioni ci dobbiamo chiedere come mai la Svizzera ha ceduto sul segreto bancario. Dopo tutto la vulgata comune recita che la Svizzera campa proprio sul segreto bancario che attirerebbe mafiosi e criminali di ogni genere. Ma la realtà è molto diversa.
Sebbene il settore finanziario abbia un’importanza elevata, non è l’unico settore. Anzi, la Svizzera ha un’economia sana e molto sviluppata, un’economia che mai come adesso sta attirando imprese da tutto il mondo.

Il governo della confederazione ha quindi ceduto per far cadere i paletti che colpiscono (ingiustamente) l’economa del Paese, una sorta di ricatto da parte di paesi meno virtuosi stanchi di vedere fuggire i loro capitali verso Berna.
Ma c’è anche un altro discorso, più preoccupante soprattutto per noi italiani. Fino a qualche anno fa gli imprenditori italiani si limitavano a tenere i loro soldi in Svizzera, al sicuro dagli sguardi bavosi del fisco, ma allo stesso tempo tenevano le imprese in Italia, creando lavoro e ricchezza diffusi sul territorio.

Da qualche anno a questa parte, con la demenziale lotta all’evasione fiscale, molti imprenditori hanno deciso di chiudere in Italia e trasferire tutto in Svizzera, magari trasferendosi anche personalmente in modo da evitare le accuse di esterovestizione.
Ora, la Svizzera vuole incrementare questo processo: sta dicendo agli italiani che hanno soldi nella Confederazione di trasferirsi a lavorare e produrre direttamente lì.

E non è affatto una cattiva idea, anzi: pressione fiscale molto bassa, condizioni ambientali eccellenti, assenza di criminalità, controllo dell’immigrazione, efficienza della pubblica amministrazione sono solo alcuni delle caratteristiche positive di questo paese.
Solo l’anno scorso ben 7.000 italiani, imprenditori e liberi professionisti, hanno fatto le valigie e si sono traferiti. Con la caduta del segreto bancario i numeri non potranno che aumentare.
Quindi, se analizziamo la situazione, le rapaci mani delle Agenzia delle Entrate non ci guadagneranno nulla dalla caduta del segreto bancario, anzi. L’Italia sarà ancora più impoverita perché perderà attività produttive e soprattutto perché perderà menti capaci di creare ricchezza.

La luce in fondo al tunnel si allontana sempre di più, a chi produce e lavora non resta che fare le valigie. I cialtroni al governo e i loro ottusi sostenitori potranno sempre dire che è colpa degli italiani cattivi che non pagano le tasse o al massimo che è tutta colpa dell’euro.

Auguri, Italia.

Destinazione Chiasso

Il Governo Letta ha fatto una bella mossa propagandistica varando l’iniziativa Destinazione Italia, che nelle pie intenzioni dei nostri governanti dovrebbe servire ad attirare aziende estere che vogliono investire in Italia. Il fatto è che in effetti adesso sono le aziende italiane che vanno in Svizzera. E’ di ieri la notizia che più di 300 aziende lombarde hanno fatto domanda per trasfersi a Chiasso, subito dietro il confine svizzero.
L’Italia non è appetibile nemmeno per gli italiani, figuriamoci per gli stranieri. La legslazione varata è demenziale in alcuni punti (quello giudiziario ad esempio, con tribunali speciali istituiti ad hoc) inapplicabile in altri. Potrebbe configurare un indubbio vantaggio competitivo per le aziende straniere che non vengono qui per produrre e poi esportare (il modello virtuoso) ma semplicemente per vendere agli italiani i loro prodotti, fatti chissà dove.
Queste novelle locuste arriverebbero, forti dei loro vantaggi, a distruggere quel che resta del tessuto produttivo italiano.
Invece di Destinazione Italia il governo doveva pensare a risolvere i problemi dell’Italia, quelli seri. Se è un problema la giustizia, che ha tempi biblici, allora che la si riformi per tutti, non solo per gli stranieri. Se è un problema la pressione fiscale, si cominci a tagliare la spesa parassitaria e si abbassino per tutti le tasse. Sul fatto poi di svendere per meno di un piatto di lenticchie il patrimonio pubblico meglio stendere un velo pietoso.
Insomma, un provvedimento sbagliato, ingenuo e forse emesso in malafede. Al massimo gli possiamo attribuire un valore propagandistico. Ma dopo tutto le alte menti della maggioranza sono impegnate in altre faccende e si vede.

I casino italiani sono in crisi

Nell’immaginario collettivo il gestore di un casino è ricco, molto ricco. E se vogliamo proprio essere precisi, anche la matematica, che non è un’opinione, ci dice che gestire il banco di un casino online è sicuramente un’attività estremamente lucrosa.

Ma in Italia non è così: la recente riunione di Federgioco, la federazione che riunisce i 4 casino legali italiani (Saint Vincent, Sanremo, Campione d’Italia e Venezia) ha evidenziato che nel corso del 2012 il totale degli incassi è crollato, rispetto all’anno precendente, del 18%, fermandosi a 332 milioni di euro. Un crollo senza dubbio molto accentuato che può essere spiegato con varie ragioni:

  • la concorrenza dei casino online legali e degli altri giochi
  • la crisi
  • la normativa imposta dal governo che ha penalizzato molto i casino italiani rispetto ai concorrenti europei

Cerchiamo di analizzare, punto per punto, le possibili cause di questo crollo.

federgioco casino

Un’immagine della riunione di Fergioco

Casino online legali

La legalizzazione completa dei casino online ha fatto sì che una parte del pubblico dei casino italiani iniziasse a giocare online. Ormai i casino online legali mettono a disposizione del giocatore tutti i giochi tradizionali del casino: dalla roulette al blackjack. Persino le slot machine, che inizialmente erano state esluse dalla regolamentazione, sono state da poco consentite. Di fatto oggi è possibile giocare, in modo assolutamente legale e senza problemi, utilizzando internet, senza necessità di spostarsi con costose trasferte verso i casino.

E se questo non basta, ormai la diffusione del gioco d’azzardo è capillare: in ogni città e in ogni paese d’Italia nascono come funghi minicasinò dove ad esempio è possibile giocare, praticamente, con videopoker e slotmachine.

E’ evidente che una piccola parte del volume d’affari dei nuovi player sia stata sottratta ai casino ma è altrettanto evidente che questo effetto è, appunto, molto limitato: il pubblico dei casinò appartiene a classi sociali elevati, che fanno del gioco nei raffininati casino italiani anche uno status symbol. Non è certo, quindi, la concorrenza dei casino online che i prestiosi casino di Venezia o di Sanremo devono temere.

L’affascinante edificio liberty che ospita il casinò di Sanremo

La crisi

Viviamo in un’epoca di crisi, probabilmente la peggior crisi economica a partire dalla grande depressione del ’29. E’ possibile che le disponibilità economiche anche dei più ricchi siano inferiori ed è quindi prevedibile che ci sia meno soldi per giocare al casino? Forse. Però bisogna tener conto che la crisi ha colpito da noi soprattutto le classi sociali meno abbienti, mentre quelle più elevate probabilmente sono riuscite a sfuggire. Non possiamo nemmeno attribuire alla crisi, dunque, il crollo delle giocate nei casino italiani. E allora dove sta la vera ragione?

La normativa antiriciclaggio penalizza i casino italiani e soprattutto l’indotto

Il problema di fondo, quello che davvero ha causato danni incalcolabili, è stato il restringimento ulteriore della normativa antiriciclaggio. Da una parte vi è la norma, giusta e condivisibile, dell’Unione Europea che consente di utilizzare il contante per giocate fino a 7.500 euro. Non si vuole infatti che i casino diventino un luogo privilegiato per il lavaggio di denaro sporco. Il problema è che questa normativa è stata interpretata in maniera assolutamente restrittiva dal Governo Italiano: praticamente è impossibile cambiare contanti in fiches, il limite è molto basso: 1.000 euro. E se questo non basta, si viene anche immediatamente schedati e magari segnalati all’Agenzia delle Entrate per un controllo punitivo.

E’ evidente che i ricchi italiani che frequentano i casinò preferiscono fare qualche chilometro in più per recarsi in Austria, Svizzera, Slovenia o Francia dove questi limiti non esistono e possono giocare più tranquillamente.

Ancora più demenziale è stata la limitazione per il pagamento delle vincite in contanti. Praticamente tutte le vincite vengono pagate con assegni circolari e questo significa un danno economico enorme per le città in cui i casinò si trovano.

Fino a poco tempo fa, infatti, il giocatore che avesse vinto una bella somma si dava, come dire, alla pazza gioia, spendendo in tutto o in parte la vincita e facendo così muovere l’economia. Adesso, invece, deve attendere come minimo il giorno dopo per cambiare l’assegno e ovviamente Venezia o Sanremo perdono la possibilità di vendere servizi o prodotti al vincitore nel momento dell’euforia che segue, appunto, l’incasso.

Gli alti costi dei casinò italiani

casinò di Venezia

La prestigiosa sede del casinò di Venezia

Fino a questo momento abbiamo passato in rassegna le possibili cause del crollo del fatturato dei casinò. Ma vista la struttura matematica dei giochi potremmo pensare che la loro situazione finanziaria complessiva sia positiva. Ma non è così. I casinò italiani hanno dei costi spaventosamente alti e non è raro che perdano dei soldi invece di guadagnare. Potrebbe sembrare una barzelletta ma è così. Il problema fondamentale è costituito dal costo del lavoro: l’allora sindaco di Venezia Massimo Cacciari fece notare che non aveva senso che un croupier del Casinò di Venezia guadagnasse più di un professore ordinario di prima fascia. E se questo non basta, i sindacati sono sempre pronti a promuovere un nuovo sciopero per ottenere una fetta più grande della torta. Il problema è che la torta stessa diventa ogni giorno più piccola.

Il problema è anche nei numerosi casi di malaffare che sono stati segnalati, soprattutto negli anni scorsi, all’intero dei casinò. Di fatto i consigli di amministrazione di queste entità diventano parcheggi per politici in disarmo, spesso di moralità meno che dubba. E i sindacati non fanno il loro dovere di controllori perché vengono coptati nei ruoli dirigenti e perché una parte del denaro viene redistribuita sotto forma di retribuzioni (che ripetiamo sono elevatissime).

Distruzione di valore per il Paese

Siamo ancora una volta in presenza di un’autolesionista distruzione di valore per il Paese. Certo meno grave rispetto alla svendita e allo smantellamento di interi comparti industriali, ma comunque è un segno del declino italiano che non sembra proprio fermarsi. Insomma, grandi quantità di denaro italiano vengono giocati e persi in casinò esteri per le demenziali norme che sono state imposte. E nel frattempo si impedisce anche a quelli che continuano a giocare in Italia di spendere subito i soldi vinti. Ma ci rendiamo conto? Le normative andrebbero cambiate subito, rendendole più flessibili e riallinenadole a quelle dei nostri competitor europei.

Vincenzo Colonna

La classifica della competitività

Quali sono i paesi dove davvero conviene investire per ottenere il ritorno maggiore? E quali sono invece i paesi che non sono adatti agli investimenti perché poco competitivi? E’ stata stitata una speciale classifica dei paesi più competitivi. Scopriamola insieme.