Telecom svaluta per 4 miliardi il suo avviamento ma distribuisce lo stesso il dividendo



Fa venire i brividi vedere come, ad una ad una, tutte le grandi aziende italiane vengono distrutte per interessi personali, politici, sindacali, di cordata. Non ci è bastate l’eterna agonia di Alitalia (per cui adesso il CDA ha emesso un nuovo prestito da 150 milioni di euro a tassi da usura), la fine ingloriosa di Seat Pagine Gialle, il criminale sacco del Monte dei Paschi di Siena, ma dobbiamo ancora vedere il saccheggio continuato delle risorse di Telecom Italia. Un saccheggio iniziata con la demenziale privatizzazione messa in atto da Massimo D’Alema, un regalo fatto a prezzi di realizzo ad un nocciolo duro che tanto duro poi non era e che è continuata con la scalata di Colaninno & company e poi con quella (con effetti devastanti) di Tronchetti Provera. Alla fine Telecom finì nelle mani di Telefonica, azienda spagnola di telefonia, con l’imbarazzante foglia di fico della presenza di Banca Intesa e Generali. Una presenza che conta molto a livello finanziario (nel senso che sono gli italiani a finanziare l’operazione) ma che conta meno di nulla a livello decisionale.

Il problema è che tutti passaggi di mano di Telecom sono stati effettuati a debito: Colaninno e Tronchetti Provera hanno sempre caricato sull’azienda i debiti fatti per l’acquisizione, mentre Telefonica ha avuto il buon senso di creare un veicolo a parte che ha comprato (sempre a debito, tanto per cambiare) la quota di maggioranza in mano a Tronchetti.

crisi telecom

Il problema è che questo veicolo di controllo ha assoluta necessità di un flusso di dividendi continui, un flusso di dividendi che sta prosciugando le possibilità di Telecom di fare investimenti e probabilmente, nel medio periodo, di sopravvivere come operatore indipendente.
Vi sembra una storia già vista? Ebbene sì, è la storia di Seat Pagine Gialle, che si è concluso mestamente con i libri contabili che finiscono in tribunale.
E Telecom purtroppo si avvia sulla stessa strada: ha appena deliberato, più che correttamente, di abbattere il suo avviamento italiano di 4 miliardi di euro per il 2012: una pulizia del bilancio non completa ma comunque lodevole visto che il suo avviamento italiano vale sicuramente meno dei 38 miliardi di euro che sono messi a bilancio.
Questa pulizia ha portato all’annullamento dell’utile contabile per il 2012, ma il CDA ha deliberato comunque la distribuzione di dividendi per 450 milioni di euro, utilizzando le riserve.
Una decisino contestabile sotto tutti i punti di vista: Telecom perde giorno dopo giorno quote di mercato perché i clienti migliori passano alla concorrenza, non effettua investimenti (in alcune zone la copertura ADSL è assente o di pessima qualità, altro che banda larga) ed è costretta, in modo quasi sistematico, a mettere all’asta per 4 soldi i pezzi più pregiati del suo impero internazionale, che un tempo aveva raggiunto una consistenza interessante, con presenze consolidate nei paesi emergenti del Sud America.
Insomma, Telecom viene spolpata dai suoi controllori (che ovviamente non hanno la maggioranza assoluta delle azioni) ed è destinata ad un declino rapido e doloroso. Ovviamente delle masse di impiegati, che hanno condizioni contrattuali da dipendente pubblico, si farà carico la collettività. E già adesso la collettività si sta facendo carico dell’enorme gap competitivo che l’inazione di Telecom nello sviluppo della banda larga infligge al Paese.
Qualcuno aveva ipotizzato una nazionalizzazione onerosa, con l’intervento diretto o molto più probabilmente indiretto della Cassa Depositi e Prestiti. Ma sarebbe davvero scandaloso che dopo aver regalato l’azienda poco più di 10 anni fa adesso la si ricompri (a prezzi sicuramente molto più alti) per fare un favore agli amici degli amici.

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