Tfr in busta paga? E’ una facoltà, non un obbligo

Il dettaglio forse trascurato sull’ultima dibattuta presunta modifica del sistema previdenziale che dovrebbe approdare nella prossima Legge di Stabilità è che il Tfr in busta paga non sarà obbligatorio ma a scelta del lavoratore.

Con ciò, se di concilio con le rappresentanze sindacali, chi ne ha diritto dovesse stabilire che accettare il Tfr in busta paga non è conveniente, anzi controproducente, può tranquillamente non aderire all’iniziativa.

I toni della polemica, come di consueto, vedono sul campo di battaglia, da un lato Confindustria e gli imprenditori, dall’altro i sindacati.

Poco ci interessa chi prevalga, atteso che si tratta di una facoltà del lavoratore e non di un obbligo. Tra l’altro, e questo è un altro dettaglio che sta passando “in sordina”, l’iniziativa, è bene ribadirlo, non tangerà affatto i dipendenti pubblici ma esclusivamente quelli privati, ove l’obbligo del Tfr non vige sempre (salvo che non si tratti di aziende con personale superiore alle 50 unità), dato che già in passato venne istituito l’obbligo di sua destinazione alla previdenza complementare. Quindi, ci si chiede, ora, per le aziende con meno di 50 dipendenti come funzionerà?

Come verrà calcolato il rateo mensile di Tfr anticipato?

Per il momento sono solo ipotesi, fin quando non si avrà in mano, nel caso la riforma vada in porto, il disegno di legge.

Il Tfr anticipato vede, da un punto di vista economico-finanziario, il frapporsi di due ottiche alternative:

  • il Tfr visto come uno stock ed erogato al momento della cessazione del rapporto di lavoro, al netto della tassazione. In realtà, nella forma del diritto, il debitore, in ultima istanza, verso il lavoratore non è assolutamente il datore di lavoro ma la gestione previdenziale. Al datore di lavoro il Tfr anticipato viene, infatti, restituito sottoforma di sconti fiscali. In ogni caso, ciò influisce sulla liquidità dell’azienda che deve anticiparlo.
  • il Tfr visto come un flusso. Già è prevista dalla legge la possibilità, in caso di particolari esigenze (ad es. acquisto prima casa, spese sanitarie), di chiedere l’anticipazione, prima del termine del rapporto di lavoro, del Tfr. Ciò che, però, preoccupa gran parte dei contrari alla riforma è che non si vada a far lievitare per nulla la capacità di consumo reale da parte dei lavoratori, soprattutto se attraverso l’imposizione di natura progressiva per scaglioni di reddito, si dovessero pagare “care” quelle sole 70-80 in più (la tassazione separata è solo uno stadio transitorio, a quanto sembra). In tale caso, così come sono arrivate, ritornerebbero nelle casse dello Stato. In fondo, cosa sono 70 euro in più, rispetto alla possibilità di avere un’ingente somma, in blocco, disponibile quando termina il rapporto di lavoro? A questo punto, viene da pensare, al di là della “faida” tra le parti che lo Stato voglia liberarsi di un impegno economico non trascurabile del debito di previdenza sociale, in termini di Tfr e malgrado anticipato dalle aziende.

Ecco come viene calcolato ad oggi il TFR:

  • Ogni anno di servizio dà diritto ad una quota TFR
  • Tale quota è calcolata, come già certamente saprete, dividendo un importo (tetto max: retribuzione annuale percepita) per 13,5. Tale quota viene accantonata anno per anno, dopo che è stata opportunamente rivalutata dell’1,5% su un valore del 75% dell’aumento dei prezzi al consumo. Al totale così ottenuto è da sottrarre, lo 0,5% dovuto all’Inps a titolo contributivo.

Come sarà, allora, calcolato ciò che spetta mese per mese a chi decidesse di aderire all’iniziativa? Le idee non sono ancora ben chiare dal punto di vista economico, mentre i toni da battaglieri politici sanno sempre da che parte porsi.

Tale opzione sarà prevista per il 50% del Tfr o per il 100%?

Insomma, come al solito, si canta messa prima ancora che l’orazione cominci.

Ecco, allora, quelli che sembrano essere i disegni provvisori dal governo, in base a “voci di corridoio” (al momento, dobbiamo accontentarci di queste):

  • La quota corrisposta mensilmente in busta paga deve essere tassata ma non si può vanificare il riflusso di liquidità con la tassazione Irpef ordinaria. Quindi, verrà applicata una tassazione separata, in funzione del numero anni di anzianità lavorativa e del numero di anni in cui il Tfr matura in busta paga. Tale imposta è a titolo provvisorio e può essere rimborsata se si è pagato più di quello che si doveva. Perché e come viene determinato tale scarto? Inizialmente, l’aliquota del regime a tassazione separata sarà molto più bassa dell’aliquota Irpef ordinaria. Poi, si procederà a fare entrare a regime un’aliquota media sulla base di quanto pagato nei 5 anni precedenti alla richiesta del Tfr. E si farà uno scarto. Insomma, l’ottica non è di un gettito agevolato per il lavoratore ma di un computo medio effettivo.
  • Sostanzialmente, viene stimato, sulla base del ragionamento esposto sopra, che per una retribuzione mensile lorda pari a 2600 euro circa e 5 anni di servizio, nel caso in cui il TFR fosse destinato per il 50% in busta paga, non spetta più di 70 euro mensili.

Non ci resta che attendere le ultime decisioni del governo per poter analizzare con “occhio critico” gli eventuali cambiamenti.

Articolo scritto da Ines Carlone. Il presente è un contributo esterno e non riflette la posizione ufficiale di Mercati24

2 Responses to Tfr in busta paga? E’ una facoltà, non un obbligo

  1. Conte Zio ha detto:

    Mi dispiace, è la prima volta che succede: non sono d’accordo con quanto scritto da un articolo pubblicato su Mercati24. il meccanismo del tfr è barocco e italiota, andrebbe abolito subito e senza condizione. Ma perché una parte del salario dei lavoratori deve avere un trattamento diverso? Che sia abolito e il salario aumentato, senza ulteriori perdite di tempo.

  2. Sentinella silente ha detto:

    Renzi ha ridotto l’Italia alla canna del gas e adesso se ne esce con queste proposte. Spero che si chiuda in garage, accenda l’auto e respiri lui un bel po’ di gas, ci ha ridotto sul lastrico. E poi mi viene da ridere quando gioca a fare la lotta alla camusso quando è la camusso che in Italia conta davvero. Alle volte penso che l’unico modo per cambiare l’Italia davvero è la lotta armata. Ho sempre pensato che avessimo bisogno di una Tatcher, ma adesso ho capito che abbiamo bisogno di un Pinochet per rimettere a posto le cose.

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