USA, disoccupazione scesa al 5%, i mercati scommettono sul rialzo dei tassi

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I dati sull’occupazione diffusi dall’US Bureau of Labour Statistic (BLS) fanno registrare 271mila nuovi posti di lavoro nei settori non agricoli creati nel solo mese di ottobre. Un dato incoraggiante che va ben oltre le più rosee aspettative fissate a 185mila nuovi occupati.

Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,0% dal 5,1%, vicino alla piena occupazione (obiettivo che la Fed ha nel proprio statuto), anche l’U6, il tasso allargato che comprende anche i lavoratori scoraggiati e marginali è sceso sotto il 10% (9,8%), miglior risultato degli ultimi sette anni. Bene anche il livello delle retribuzioni, aumentate sul dato mensile dello 0,4%, a fronte di una previsione media dello 0.2%, 2,5%, su una previsione dello 2,3%, su base annua.

Il maggior numero di assunzioni si è registrato nel settore dei servizi professionali e nei servizi (+78.000) e nella sanità (+45.000). Livelli stabili nel settore manifatturiero (influenzati dall’alta valutazione del dollaro); ancora sofferenza, invece, in quello minerario ed energetico e nei trasporti.

In un quadro economico più che positivo, un dato in controtendenza è quello relativo alla partecipazione alla forza lavoro (Forza lavoro/ Popolazione attiva, nda) ferma al 62,4%, livello più basso dall’ottobre 1977.

Gli incoraggianti dati sull’occupazione negli USA sembra far propendere per un possibile aumento del costo del denaro deciso dalla Fed, già nella prossima riunione del 16 dicembre. Una possibilità confermata dal governatore della Federal Reserve, Janet Yellen, davanti al Congresso e che anche i mercati danno quasi per scontata.
Dal suo discorso è emerso con chiarezza che a far pendere definitivamente la bilancia verso la scelta dell’aumento dei tassi, assieme all’aumento degli occupati, è un livello dell’inflazione al 2%.

Fondamentali per la Yellen e gli altri banchieri centrali risultano, quindi, i dati sull’andamento generale dei prezzi che saranno pubblicati il prossimo 17 novembre.

Sui mercati valutari, i dati sulla solidità della ripresa americana e le previsioni sull’aumento del costo del denaro negli USA, hanno causato un rapido apprezzamento del dollaro, scambiato a 1,07 nei confronti dell’euro. Favorendo le condizione perché la Fed possa finalmente decidere l’aumento dei tassi, il primo dal 2006, più volte rimandato negli scorsi mesi.

Una parte degli analisti, però, nell’analisi di questi dati legano quella sui dati sulla propensione delle banche monitorate dalla Federal Reserve a concedere credito al settore privato.
Il Senior Loan Officer Survey informa che nell’ultimo trimestre il 7,4% delle banche americane ha rivisto in senso restrittivo i propri standard di accesso al credito, causando maggiori difficoltà di accedere al credito per le aziende statunitensi.
Dati che non prefigurano di certo un’imminente recessione ma che fanno prevedere l’esaurimento della crescita occupazionale, che si dovrebbe compiere – per questi analisti – a settembre del prossimo anno.
Secondo tale analisi, il verosimile aumento dei tassi da parte della Fed, con la prevedibile ulteriore contrazione del credito erogato, garantirà l’avverarsi della suddetta previsione.

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