Venezuela: dalla dimensione sociale a quella economica

Spesso, quando ci si concentra sul mero dibattito economico e finanziario, e ciò malgrado l’economia sia una scienza sociale è certamente semplice non notare le tante dimensioni di conflittualità che caratterizzano una realtà rispetto all’altra. Ma ciò non può forse rappresentare lo spunto “ideologico” per poter mettere al centro le nuove pratiche “neo-liberiste” e nell’attribuire minore incisività all’economia sociale amministrata.

La macroeconomia è sempre vista come brulicante di tante dimensioni di conflitto tra i “macrosistemi”, il modo di concepirli ed i micro-sistemi (il mercato e la sua lettura).

Dato che il dibattito sul Venezuela è un “bollore”, ci soffermeremo su tutto ciò che ci può far staccare un attimo l’impassibile sguardo dei traders dalla borsa per capire che cosa possiamo cogliere, in termini economici, da una realtà così equivoca, eppure non certo positiva, in quanto a diseguaglianze, difficoltosa soluzione al problema della povertà e conflitti.

Anche il Venezuela è nella “morsa” dell’Opec

Qualsiasi possa essere la critica alle attuali politiche economiche dirigiste che, a tratti, soffocano l’iniziativa privata, certamente il paese risente, come tutti gli altri del calo delle quotazioni del greggio, che stanno facendo soffrire tutti i paesi che molto devono alle esportazioni del greggio.

Quale sarà il futuro di tale paese sta scatenando non pochi dissidi nell’opinione degli osservatori economisti che certamente si chiedono fin quanto si possa porre riparo ad una situazione che sembra portare a quel “default” di cui si parla da anni e sarà all’apice con l’inevitabile svalutazione del bolivar venezuelano.

Un occhio di riflessione merita l’affanno con cui, nonostante le brutture sociali che stanno allarmando l’opinione pubblica (scioperi, gesti a dir poco disperati di una popolazione che versa in condizioni di indigenza e che non ha i mezzi per sostenersi, merce essenziale che manca sugli scaffali, industrie che stanno fallendo a causa dello scarso potere d’acquisto, sul mercato nero, del bolivar) si stanno cercando di portare avanti provvedimenti che sembrano voler ritardare la deflagrazione finale, come ad allungare la miccia. Ed ecco che tra gli ultimi provvedimenti emerge l’aumento del 15% del salario minimo.

Quando anche in Italia, sotto l’influenza di Padoan, si parlava di salario minimo, venivano fatti esempi di rigore come la Svizzera e la Germania (anch’essa in crisi) sottolineando come il miraggio del salario minimo potesse servire a darci nuove direzioni in una realtà sempre più ambigua.

Un economista, invece, darebbe “sostanza” ad un unico elemento che è il “potere d’acquisto della moneta domestica”. Dire che in un paese si consegue 3.000 euro mediamente, in termini di retribuzione, non serve a nulla se non si prende a riferimento il potere d’acquisto di quelle 3.000 euro. L’inflazione reale, al di là di quella stimata nominalmente, in realtà potrebbe porre in equivalenza 3.000 euro a 1.000 euro conseguiti in un altro paese. I numeri grandi contano ben poco.

E così, il Venezuela, e questo è il dramma più grande, è schiacciato dall’inflazione e dal deprezzamento reale della moneta, al di là di quello che ci dice il mercato dei cambi. Uno squilibrio economico e sociale che dà certamente poco spazio all’ottimismo e che, in quanto ad alternative, non si può non pensare alla cooperazione internazionale, sul piano economico e monetario, da cui il Venezuela esce ma non indenne.

Il Venezuela rappresenta un caso di studio e riflessione per capire quali sono i possibili rimedi ai problemi del sistema economico e dei rapporti con il resto del mondo, in quell’interdipendenza delle economie a cui il “dirigismo” economico non può arginare del tutto le falle ed è come sparare con il “silenziatore”. Ecco che dall’esempio negativo, e non di poco, possiamo quindi pensare in modo nuovo, senza che il pensiero fossilizzi la praxis, propria di ogni scienziato sociale.

Ines Carlone

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